I “cattivi” stanno “sicuramente” tutti dalla parte dell’Islam. È l’ultima parola nel dibattito che infiamma il web, i giornali, i social: la ragazza pachistana uccisa dai suoi parenti perché ha rifiutato un matrimonio combinato è l’ultimo esempio di violenza in nome della religione da parte dei crudeli musulmani. Già, ma siamo davvero sicuri che la violenza religiosa stia tutta e sempre da una parte sola? Siamo sicuri che la nostra Italia dove i femminicidi imperversano e gli incidenti sul lavoro ogni giorno riportano casi allucinanti, sia indenne da matrimoni combinati o forzati o da stigmatizzazioni in base alle preferenze sessuali, religiose, culturali? C’è da andarci più piano con i giudizi: il fondamentalismo religioso non è mai sconfitto una volta per tutte e risorge con motivazioni economiche, politiche, sociali, o peggio ancora per strumentalizzazioni partigiane.

Intanto guardiamo storicamente la “cosa”. Ogni religione è una galassia tutt’altro che monolitica. L’Islam ad esempio è sciita o sunnita – e già sono due. Ma consideriamo che la fascia del Nord Africa, lo stesso Medio Oriente, o il Bangladesh, il Pakistan, diverse zone della Cina, dell’India, tutta l’Indonesia, sono portatici di forme diverse e di pratiche diverse nei rapporti tra società e religione con lo Stato. A guardare meglio esplodono differenze teologiche ed ermeneutiche notevoli. I “coranisti” ad esempio negano l’importanza della “Sunna”, la raccolta di detti e precetti che indicano come vivere da buon musulmano e formano, dopo il Corano, il secondo “pilastro” della religione. Per i “coranisti” vale solo il Libro Sacro e hanno come principale esponente il principe ereditario dell’Arabia Saudita: in un’intervista televisiva il 27 aprile ha richiamato il Corano come fonte suprema di governo, la Costituzione del paese. Sarebbe una rivoluzione perché significherebbe lasciarsi alle spalle tutti i testi normativi elaborati nei secoli e attenersi al solo Libro, lasciando uno spazio molto più ampio di adeguamento della fede alla realtà in costante trasformazione. In qualche misura – con le dovute cautele, ovviamente – i “coranisti” assomigliano al protestantesimo del Lutero in versione “sola Scriptura” che voleva fare piazza pulita delle interpretazioni successive e dare alle persone la possibilità e la libertà di leggere la Bibbia senza passare per la casta del clero.

Nel mondo cattolico – per limitarci solo a questo – siamo sicuri di essere immuni dall’estremismo nel nome della religione? Può rispondere di sì solo chi faccia finta di non vedere le varie forme di “alleanza cattolica” o le sigle che inneggiano a “Lepanto” e alla sua attualità – grande battaglia che ha rigettato in mare la progettata invasione islamica – o a chi non si imbatta in rete e nei social in quei gruppi di “chiesa militante” che nel nome di un’interpretazione rigida della “legge naturale” condannano qualsiasi “differenza” politica, religiosa, culturale o – eresia! – la differenza di “genere”. E nel nome dell’ortodossia più compatta danno dell’eretico al Papa e fermano l’orologio della storia al Concilio di Trento, tollerando il Vaticano I. Il Vaticano II semplicemente non esiste.

Lavorano in maniera sotterranea, ed emergono nei casi in cui serve, tipo quando a Roma il terzo Municipio vorrebbe ristrutturare Piazza Sempione e spostare un po’ la statua della Madonna. Mal gliene incolse all’improvvido presidente di Municipio, che ha dovuto fare marcia indietro rispetto alle manifestazioni di protesta. Un po’ vere manifestazioni, un bel po’ strumentalizzate. Perché dietro il simbolismo religioso si cela un forte senso di appartenenza culturale. Poi nella pratica i dettami della religione non si seguono affatto e a messa ogni domenica non ci si va. Però l’appartenenza religiosa è sentita come identitaria. Ed è avallata da un clero e da una gerarchia cui piacciono le folle, poco importa il resto. Basta che si veda gente attorno tipo processione, altrimenti si soffre della paura di estinguersi.

Esiste naturalmente un potente antidoto, anzi più di uno. A patto di saperli usare e dosare. Ad esempio il cristianesimo (ambito più grande del cattolicesimo) sarebbe (dovrebbe essere) pluralista e non monolitico per definizione e per caratteristiche fondative. La Trinità è garanzia di pluralismo, nella dialettica tra Spirito – “carisma”, ispirazione, passione – e la razionalità del Padre che è Creatore di tutti e del Figlio che ci rende partecipi e consapevoli della presenza di Dio nella storia. Oltre alla teologia ci sono i Vangeli: ci sarà un motivo se per i cristiani ce ne sono 4 ufficiali più gli Atti degli Apostoli e le Lettere (soprattutto San Paolo), mentre altre religioni hanno un unico testo sacro. Anche così la pluralità dei testi non ha messo al riparo i cristiani dal macchiarsi di tante atrocità storiche, dai genocidi allo sterminio dei dissidenti. Dimenticando la vicenda della pagliuzza nell’occhio dell’altro per non guardare la trave nel mio, o quel fulminante “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Come la psicologia della religione sa bene, dietro l’appartenenza religiosa si giocano complessi e sofisticati meccanismi identitari e debolezze di personalità, che possono venire sfruttate da agitatori senza scrupoli, in cambio delle promesse del paradiso a portata di mano. Se l’istinto “gregario” può dominare chi appartiene a una religione – farsi dire dal prete di turno cosa è giusto o sbagliato – esiste per fortuna una generazione nuova che vuole coniugare appartenenza religiosa a capacità di giudizio e trova nella fede uno stimolo per la libertà. Come la giovane pachistana che voleva riaffermare un modo di credere, senza per questo dover per forza obbedire a decisioni prese da altri, sia pure i genitori, e sempre nel nome della fede.

Come spesso ripete Papa Francesco, la religione è libertà interiore per ascoltare la voce di Dio nella vita; la religione è misericordia e dialogo; meno precetti rigidi e più attenzione al prossimo. Già, ma non a tutti piace, soprattutto quando si toccano interessi finanziari ed economici o quando “ne va” della reputazione di una famiglia o della libertà di una figlia o di un figlio. Lì scatta la religione intesa in senso repressivo, con esiti drammatici. O forse si dovrebbero chiamare le “cose” con il loro vero nome: chi uccide, umilia, delinque mettendosi addosso un manto religioso, non è un fanatico. È un criminale, un furbo che cerca alibi e giustificazioni per far sembrare meno grave il suo delinquere. E i leaders religiosi – tutti insieme, papi, rabbini, parroci, imam – dovrebbero prenderlo e consegnarlo alle autorità. Forse così finirebbe il terrore nel nome di qualche Dio.

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).