Vicesindaca di Messina, già viceministro e sottosegretario, Laura Castelli, la presidente del partito Sud chiama Nord, ha le idee chiare per il dopo Meloni: un Meloni bis. E sottolinea: «Le preferenze cambieranno le dinamiche dei partiti».

Si vocifera di un listone di centro a guida Fratelli d’Italia. Secondo lei sono solo dicerie o c’è un qualcosa di vero?

«Io non ne ho mai sentito parlare. Sud chiama Nord, di cui sono presidente, prosegue il suo cammino nazionale. Guardiamo al 2027 con la costruzione di una lista Sud chiama Nord che si presenterà alle nazionali. Nei dialoghi con i partiti di maggioranza non ne ho mai sentito parlare».

Lei si presenterà con Sud chiama Nord. Quindi le voci intorno al ministro Piantedosi che lo vorrebbero uomo di punta di questa nuova grande lista di centro sarebbero prive di fondamento?

«Questo non lo deve chiedere a me. Piantedosi è un ottimo ministro e sono convinta che serva ancora al Paese».

Intorno alla legge elettorale c’è stata tanta discussione, soprattutto sulle cosiddette preferenze monche. Lei cosa ne pensa? Si sarebbe potuto fare meglio?

«Per le condizioni che c’erano, probabilmente questo è stato il massimo risultato. Mi fanno un po’ ridere alcune critiche di chi sperava che le preferenze non ci fossero. Aver scelto questa strada rappresenta cos’è la politica: l’arte di venirsi incontro e ottenere risultati utili alla democrazia. Mai come oggi ai cittadini serve poter scegliere chi mandare in Parlamento».

Perché sono rimasti i capilista bloccati? C’è stato un dialogo con le opposizioni o era una volontà di preservare le linee del partito?

«Credo che alla fine i capilista bloccati abbiano rasserenato anche le opposizioni, che hanno necessità di garantire evidentemente qualche posto».

Non si rischia di porre le basi per un’implosione interna in alcuni partiti, alimentando i malumori?

«Fare questa scelta dimostra quanto sia stata coraggiosa. Oggi si dà ai partiti la possibilità di cambiare registro. Come è possibile che chi è in Parlamento sia preoccupato di non essere capace di raccogliere preferenze? Vuol dire che non ritiene di avere raccolto consenso o di essere abbastanza conosciuto sul territorio. Se è così c’è qualcosa che non funziona. Questa scelta entrerà nelle dinamiche dei partiti. Sulle preferenze scatta un altro tipo di voto che prima non c’era».

Quanto gioco può avere l’Italia nei confronti dell’Europa per fronteggiare l’attuale situazione? Dovrebbe concedere più debito?

«Da contabile tecnico ed ex viceministro dell’Economia e delle Finanze, la propaganda basata su concetti economici di contabilità falsi non mi piace. Non è possibile immaginare un intervento one shot sugli extraprofitti per fare misure che durino nel tempo. È impossibile dal punto di vista contabile. Ritengo corretto il dialogo avviato in Europa. L’aumento dei costi è un tema da affrontare con l’Europa, che preferisce concedere debito per investimenti».

Tornando alle elezioni: scenario dell’anno prossimo, magari con una manovra più importante e contestualmente le elezioni. Si voterà ad aprile o a settembre?

«Penso che non averci fatto uscire dalla procedura d’infrazione sia un errore. Conosco i logaritmi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, e credo che si sia fatto un errore a non far uscire l’Italia. Aver avuto più spazio sarebbe stato decisamente meglio. Sarà una primavera importante: nei palazzi è noto che nessuno vuole farsi una campagna elettorale ad agosto. Sud chiama Nord è super pronta, anche in Sicilia: siamo già pronti con le liste e attendiamo di capire che cosa voglia fare il governo Schifani. Noi siamo concentrati su una politica messa al centro dei territori, per riportare in Parlamento amministratori locali».

E come finirà il dialogo europeo sul debito?

«Mi dispiace che continuino a passare gli anni e ancora l’Europa debba capire dove vuole andare. Credo che la premier sia molto capace di affrontare questo dialogo, lo ha dimostrato. Sta di fatto che manca un po’ una guida per certi aspetti».