La guerra del gas scuote l’Europa e investe pesantemente anche l’Italia. Tanto più alla luce del nuovo attacco di Mosca. Il piano italiano per la riduzione della dipendenza dalle fonti energetiche russe, messo a punto dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, “è imposto a Roma da Bruxelles, che a sua volta agisce su ordini di Washington, ma alla fine saranno gli italiani che dovranno soffrire”, scrive in un post su Telegram la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova. Il Riformista ne discute con l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), tra i più autorevoli think tank europei di politica internazionale. Da Segretario generale del Ministero degli Esteri, l’ambasciatore Massolo ha coordinato per anni la diplomazia italiana nel mondo. Nel suo campo, un’autorità assoluta.

Le ricadute della guerra in Ucraina sulla nostra vita quotidiana. Ambasciatore Massolo l’inverno si avvicina e il “grande freddo” rischia di abbattersi su di noi. C’è d’avere paura?
Le difficoltà sul mercato energetico, con una progressiva tendenza all’aumento dei prezzi, come pure in generale delle pressioni inflazionistiche erano già precedenti alla guerra in Ucraina. Indubbiamente la guerra è intervenuta come aggravante di questo stato di cose. Va detto subito che non esistono soluzioni facili a problemi complessi. Poiché il conflitto si va via via tramutando in una guerra di attrito, di contrapposizione, senza che nessuna delle parti abbia da un lato intenzione di desistere e dall’altro la possibilità di prevalere, la fase di contrapposizione è destinata a prolungarsi. E questo significa che è destinato a prolungarsi anche il sistema sanzionatorio, da un lato, e dall’altro l’uso da parte di Putin dell’arma delle forniture di energia. D’altro canto, non è vero, come afferma il presidente russo, che il sistema sanzionatorio aggrava la situazione per i nemici di Mosca. Il sistema sanzionatorio non ha mai riguardato il gas e le transazioni relative ad esso. Quello che Putin sta facendo è propriamente un atto di guerra energetica. Certo è che è destinata a durare una situazione in cui lui ricatta l’Occidente, in modo particolare l’Europa, facendo ricorso all’arma energetica. Bisogna avere contezza che vivremo in un’epoca in cui il conflitto e i rapporti di forza saranno il connotato con cui convivere. E a lungo convivremo con questo sistema sanzionatorio e un negoziato difficile da portare avanti per molto tempo.

Come fotografare lo stato del conflitto a oltre sei mesi dal suo inizio?
Sul terreno la situazione è in stallo, la previsione direi che è una situazione che si congelerà e durerà piuttosto a lungo. Putin ha sottovalutato la resistenza dell’Ucraina e la compattezza dell’Occidente, che non sta solo difendendo il diritto dell’Ucraina a difendersi ma sta difendendo anche se stesso, perché non possiamo ammettere che finisca un ordine basato sulle regole e l’aggressore finisca per dettare legge in Europa. Questo provoca una reazione da parte russa, che non potendo esplicitarsi sul terreno tende a globalizzare il conflitto e a usare l’energia, l’emigrazione, i conflitti locali, come arma. Questo tipo di gioco ha il limite del trascorrere del tempo. Nel senso che sarà sempre più difficile per la Russia rigenerare il proprio arsenale e non subire i danni che derivano dalle sanzioni. Le sanzioni mordono eccome, non solo dal punto di vista energetico, anche se il tetto al prezzo del petrolio voluto dal G7 e quello europeo al prezzo del gas sono una minaccia rilevante per i redditi russi. Nel medio termine, a cominciare da ora, la Russia è sostanzialmente esclusa dai mercati e dalle tecnologie occidentali e questo le genera conseguenze paralizzanti. Il tempo e la resistenza non giocano a favore dello zar. Tutto questo postula la necessità di una gestione nel tempo di una situazione senza soluzioni dirimenti. Questa è la sfida che abbiamo davanti.

Come affrontarla?
Con interventi d’emergenza che portino a sollevare le categorie più colpite, i consumatori e le aziende, e rendere più accessibile il costo dei prodotti energetici, agendo in modo da evitare che dall’aumento del prezzo del gas si abbiano immediatamente pressioni inflazionistiche. Si tratta da un lato di adottare delle misure compensative di carattere emergenziale, dall’altro di contenere il costo delle materie prime energetiche, a cominciare dal gas, facendo leva, e qui parlo del tetto al prezzo, sul ruolo estremamente importante di consumatore che sul mercato energetico, su quello del gas, riveste l’Europa. È un braccio di ferro che l’Europa può vincere se mantiene una sua compattezza, se si riesce a evitare uno scoordinamento tra i Paesi europei. D’altro canto, il Paese venditore, la Russia, non ha sbocchi alternativi pronti. Mosca non può da un giorno all’altro alterare il flusso verso l’Europa dirigendolo verso l’Asia perché non ci sono gasdotti. Il che induce, qualora questa azione venga condotta in maniera coordinata tra i Paesi europei, a dare all’Europa, quindi al cliente, un potere d’influenza sul prezzo che è piuttosto rilevante. Da un lato le misure di emergenza, di compensazione, selettive, sul fronte consumatori e su quello delle aziende; un coordinamento europeo sul prezzo del gas – il famoso price cap – lo scollegamento fra i prezzi e le quotazioni del gas, e in parallelo, come del resto il Governo italiano ha fatto meglio di altri, la ricerca di forniture alternative, e questo combinato disposto copre il periodo breve e quello medio, e continuare, e qui andiamo sul medio e sul lungo termine, continuare a fare una politica d’incentivazione delle fonti alternative. E per tali intendo quelle rinnovabili e il nucleare sicuro.

Le elezioni avvengono mentre in Europa si continua a combattere. La guerra è entrata nel dibattito politico non per la sua gravità e le sue ricadute, il gas e non solo, che investono pesantemente l’Europa e l’Italia, ma in termini di polemica interna, di accuse e contro accuse. Ambasciatore Massolo, siamo messi così male?
È chiaro che in tutti i Paesi la politica estera, soprattutto nelle fasi elettorali, diventa argomento di polemica politica. E questo ci sta. Tutti i temi vengono usati per fare consenso e questo è legittimo da parte delle forze politiche. C’è da dire, però, che quando si tratta del posizionamento internazionale del Paese e di sviluppare una linea di politica estera, a contare non sono le polemiche politiche bensì le scelte concrete. È sulla sostanza che si gioca la credibilità dell’Italia. Le prese di posizione sono legittime ma alla fine a contare sono le decisioni e i comportamenti concreti. E qui penso a tre aspetti…

Quali?
Il primo aspetto è comprendere che perseguire l’interesse nazionale non significa fare l’interesse di una singola maggioranza politica. Significa comprendere che l’interesse nazionale è un atto di sintesi tra mille esigenze contrastanti, mille minacce e mille opportunità. Che spetta a i governi fare questa sintesi e ai parlamenti discutere e ratificare e in ultima analisi agli elettori giudicare. Questo va compreso nella sua complessità. Dopodiché ci sono i contenuti. In un mondo quale quello di oggi non c’è spazio per iniziative individuali, per smarcamenti, per giri di valzer. Ci troviamo in una condizione in cui bisogna, nel quotidiano, testimoniare la nostra scelta di campo. Che per via della nostra storia, della nostra tradizione, delle nostre alleanze, è quella di stare in
Occidente.

Cosa significa per lei stare in Occidente?
Significa coltivare il rapporto transatlantico e rafforzare il pilastro europeo per rendere l’Occidente più forte. Il che comporta fare delle scelte concrete nel quotidiano. E questo vuol dire, ad esempio, saper coniugare una presenza in Europa che risponda all’interesse nazionale ma che sia anche compatibile con delle regole comuni, che sono certo da aggiornare, anche con il contributo italiano, ma che devono essere osservate. E lo stesso discorso vale quando si tratta di far seguire i fatti alle nostre professioni di atlantismo, e cioè continuare nelle forniture all’Ucraina come nelle misure nei confronti della Russia o della Cina. Tutto questo ha bisogno di una coerenza nei fatti e non soltanto nelle prese di posizione di principio. E poi l’idea di pensare ad un uso coordinato degli strumenti che noi abbiamo a disposizione, che sono delle forze militari di prim’ordine, una intelligence all’altezza della situazione, una diplomazia non seconda a nessuno nella difesa degli interessi nazionali. Sono tutti strumenti che i governi hanno a disposizione e che devono all’occorrenza saper impiegare in tutte le loro potenzialità, all’interno del perimetro dell’ordinamento giuridico e in maniera coordinata e sinergica, cosa che non sempre è avvenuta in passato.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.