Terminata l’eccitazione mediatica dei commenti sul voto della tornata elettorale, che ha investito il Paese con il referendum sul taglio dei parlamentari e sul voto per le regionali, resta una sensazione di vuoto, come se ancora una volta la politica avesse smesso di cimentarsi su ciò che conta davvero in un evento, su ciò che da esso emerge di nuovo. L’interpretazione del voto si è concentrata su chi siano stati i vincitori della competizione, mentre i suoi protagonisti sono stati letti secondi i canoni dettati dalla politica di ieri, quelli del suo recente e opaco passato, e che la politica di oggi tende passivamente a trascinare in avanti. Così il conflitto è stato letto pigramente nella chiave della competizione tra un centrodestra e un centrosinistra, malgrado entrambe le realtà così definite fossero già tutt’altra cosa rispetto alle pure già incerte origini. All’interno della descrizione della contesa così descritta se ne è letta una seconda tra i partiti, in primis tra la Lega e il Pd, con il corredo di 5 Stelle da un lato, di Fratelli d’Italia e Forza Italia dall’altro. Si è constatato infine che lo sfondamento atteso dalla Lega non si è prodotto.

Certo, il panorama è fatto anche da questi elementi e da altri ancora della stessa natura, ma io penso che essi non concorrano, anzi facciano velo, alla necessità di cogliere l’essenziale di ciò che è accaduto, cioè la realizzazione di un altro strappo al già fin qui pesantemente logorato tessuto ereditato dalla Costituzione repubblicana. Si può parlare infatti di un altro mattone posto nella costruzione dell’edificio della controriforma, anzi, due mattoni. Uno anche formale, l’ulteriore ridimensionamento del Parlamento; l’altro, materiale, con l’ulteriore ridimensionamento del ruolo e del peso dei partiti e delle assemblee elettive. Il primo è ottenuto con la vittoria del Sì al referendum, malgrado il buon risultato del voto contrario che mette in luce una resistenza democratica non scontata. Il secondo è forse meno evidente, eppure molto indicativo dell’attuale torsione che sta prendendo il sistema politico-istituzionale e che lo conduce a nuove forme di democrazia autoritaria e di populismo dall’alto. L’omissione dell’analisi della tendenza e la dismissione di una critica efficace a queste nuove forme di organizzazione della rappresentanza costituiscono, per parte loro, un’altra tappa dell’eclisse della democrazia e, in essa, della sinistra politica in particolare.

Proviamo allora a vedere che cosa è accaduto nel voto di settembre e che è rimasto ancora nascosto. Due soggetti sono stati decisivi nella vita reale della democrazia rappresentativa in Italia. Le assemblee elettive sono state per un lungo tempo i luoghi deputati a rappresentare il popolo nella sua complessa e ricca pluralità politica e a formare le scelte del Paese attraverso la centralità del dibattito politico. I partiti sono stati, con le organizzazioni di massa, i canali di trasmissione tra le assemblee elettive e il formarsi della volontà popolare, a partire dal loro radicamento nella società civile. Entrambi ora subiscono un duro colpo che, su una realtà già provata, logorata e deperita, dà luogo al formarsi, non dichiarato ma assai concreto, di elementi istituzionali e politici che prefigurano e annunciano un nuovo regime. L’inedita centralità che hanno assunto nel dibattito politico le regioni si affianca al governo centrale e lo integra in uno smisurato allargamento dell’esecutivo. Così la competizione, piuttosto che tra le forze politiche e le loro alleanze, si concentra sui governatori, figura neppure prevista dall’ordinamento costituzionale legislativo, ma già affermatasi nel processo reale.

La competizione si concentra tra il governatore uscente e lo sfidante, tra il favorito e il suo competitore. I partiti vengono sospinti in un ruolo di semplice complemento, sussidiario, sovrastati dalle liste civiche, dal pulviscolo delle liste personali e degli amici e soprattutto dall’avvento delle liste del governatore. Dopo la contesa classica tra destra e sinistra, nel trentennio degli anni ingloriosi, si è affermata un’ipotesi di alternanza tra un centrodestra e un centrosinistra, un’alternanza già corrotta dalla crescente personalizzazione della politica. I governi tecnici hanno poi aperto la via alla centralità del presidente del Consiglio, diventato un Capo, sempre pronto a dar vita a una nuova forza politica, la sua, anche se spesso con scarsa fortuna. Non c’è riuscito neppure Macron, figurarsi i nostri. Ma se la pars costruens difetta, la pars destruens invece corre.

Il Covid ha accentuato acutamente il processo e ha messo in mora di fatto la democrazia parlamentare. Le regioni sono insorte a nuova vita, erano ormai sottoposte a critiche crescenti per la centralizzazione regionalistica che ha sacrificato i Comuni, che restano l’istituzione più viva dell’intero sistema, per i suoi costi crescenti e per la burocratizzazione da essa indotta. Il loro protagonismo contro la pandemia, il peso assunto dalle loro decisioni in materia sanitaria, e più in generale nell’organizzazione della vita sociale, le ha rilanciate. Lo farà ancora nel rapporto con l’Europa nella fase già iniziata e che proseguirà a lungo. Il sistema massmediatico e il volto pubblico di decisioni importanti assunte dai presidenti delle Regioni hanno fatto di questi dei nuovi leader. La territorialità e la sua rappresentazione hanno riempito il vuoto della politica, così visibile a partire proprio dalla dimensione generale nazionale. Una determinata figura di leader, costituito sul ruolo del Presidente della Regione e diventato governatore, ha incontrato un’altrettanta determinata fisionomia di popolo, una fisionomia peraltro assai diversa e lontana da quella presente nella politica classica.

De Luca ha reso esplicito il processo, altrimenti sottotraccia, per quanto potente. Dice il “governatore” che non si può, rispetto alle elezioni in Campania, parlare di una vittoria della sinistra piuttosto che della destra, dice che ha vinto l’incontro tra il leader e il popolo. Ma il leader qui rivela una natura precisa. Nella natura politico-istituzionale del governatore, il popolo non è il quarto Stato e neppure il popolo a cui fanno riferimento sia la costituzione repubblicana che le grandi tradizioni politiche. Il popolo di cui qui si parla è un aggregato dai confini e della composizione sociale fluidi, formato su un moto di opinione temporaneo, seppure al momento capace di costituirsi quasi come senso comune, un moto che il leader-governatore interpreta e a cui presta la sua figura. Per questo De Luca può circondarsi di liste eterogenee, quasi spalmabili sull’intero campo di gioco, da destra a sinistra, a confermare che queste categorie in questa contesa sono diventate irrilevanti, così irrilevanti che persino la nozione di trasformismo diventa troppo impegnativa. Pesano ancora invece le onde lunghe delle culture che caratterizzano l’uomo, una tradizione che potremmo chiamare “pre-politica”.

Zaia, ugualmente governatore come De Luca, incontra nel Veneto una diversa realtà di questo stesso popolo, più legato a una storia autonomistica, connotata da un cattolicesimo secolarizzato e impoverito e trasportato dalla continuità nel profondo della realtà sociale, da una continuità fatta da una certa Democrazia cristiana e da una certa Lega, una continuità che viene trasportata oltre la frontiera della politica moderna. Questa tendenza a invadere il campo della politica con il rapporto leader-governatore-popolo è peraltro favorita da un’ulteriore stratificazione della società che vede straniera la politica tradizionale, e specie proprio quella della sinistra, dai suoi centri e aggregati sociali più popolari, la società profonda. La predominanza al contrario della politica tradizionale, e di quella progressista in particolare, nelle zone più qualificate e ricche delle città (centri storici, zone Ztl), piuttosto che le mire, accentua la drammaticità del quadro e sottolinea il rischio democratico che esso cova.

La sostituzione della contesa politica tra destra e sinistra con il conflitto sociopolitico tra il basso e l’alto della società, quello stesso che ha visto crescere i populismi delle più diverse specie, di destra, di sinistra e trasversali, vede ora uscire dal cappello del leader governatore un populismo dall’alto, medio, un populismo di governo che da lì fa prova di volersi espandere fino a raggiungere il centro del Paese. Il populismo di governo prende forza. La miscela che propone è fatta ancora dalla centralità del governo, il bastione da difendere e da conquistare, a cui aggiunge potenziandola la marginalizzazione sistematica dei partiti e la servitù all’esecutivo e al suo capo delle assemblee rappresentative. Il leader governatore insegue il suo popolo finché ne trova una. Si delinea una nuova tappa nel cammino verso un’organica democrazia autoritaria. Una legge elettorale che privilegi la rappresentanza sulla delega, il pluralismo politico sulla semplificazione autoritaria, l’affermazione anche nel conflitto delle volontà popolari sul decisionismo, sarebbe buona cosa alla condizione però di non prendere lucciole per lanterne.

Non verrà da lì, dal sistema elettorale, la rinascita della politica, che come l’araba fenice non può risorgere che dalle sue ceneri, cioè dalla ricostruzione della propria autonomia, dal sistema, dalle forze dominanti, dall’ordine delle cose esistenti e dalla sua egemonia culturale, come dalle subculture che esso stesso alimenta. È una strada lunga, ma ora su questa via si incontra subito, dopo il recente passaggio elettorale in Italia, un nuovo ostacolo, cioè le prove, gli elementi costitutivi di un nuovo regime politico, proprio quello che la rinascita intende precludere. È una gabbia costituita non sull’esercizio della forza, ma sulla forza della passivizzazione dei conflitti sociali, della società e anche della politica nelle istituzioni. Spezzare questa gabbia diventa allora un primo urgente compito anche per la rinascita della politica.