Da amico di Israele, e da sostenitore della prospettiva “due popoli, due Stati, due democrazie”, ho letto con attenzione un articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 3 giugno. Le posizioni di Ferrara su Israele e Medio Oriente sono note e in larga parte condivisibili, e il suo editoriale polemizza in particolare con l’aggettivo “indebita” riferito dal Presidente Mattarella all’azione israeliana. Con la sua vis polemica, e senza mancare di rispetto al Capo dello Stato, Ferrara denuncia le timidezze europee sul conflitto mediorientale e solleva un tema trascurato: l’inerzia ventennale di Europa e amministrazioni democratiche americane ha pesanti responsabilità nell’incancrenirsi del problema iraniano e jihadista deflagrato il 7 ottobre 2023. Fingere di non vederlo è disonestà intellettuale.

Se prendiamo sul serio il “film” e non solo l’istantanea, dobbiamo riconoscere che da qualche mese, anche grazie a Trump e Netanyahu, si è aperta una fase nuova. Israele ha vinto le sue guerre tattiche: Hamas e Hezbollah decapitate, Assad caduto, l’Iran colpito. Restano i nodi strategici: Cisgiordania senza orizzonte e Gaza senza governance, Libano fragile, Siria incerta, Teheran indebolita ma proprio per questo più pericolosa. La domanda è sempre meno “chi ha ragione”. La domanda necessaria è come evitare una ri-escalation. Prima sfida della fase è quindi non peggiorare ulteriormente il quadro. Gli equilibri attuali sono fragili. Il passaggio successivo è accompagnare la soluzione abbozzata negli accordi di Doha del 2025 che consenta di favorire sviluppi positivi. Trump ha leve su Netanyahu e sui sauditi che nessun altro avrebbe, e in alcuni momenti le ha usate, come nella pressione sul governo israeliano per gli ostaggi. Ma il suo registro è la rottura, non il mantenimento. Qui entrano in gioco gli Stati arabi sunniti, in particolare Arabia Saudita ed Emirati. Riad sa dire no a Washington e usarne le leve; gli Emirati hanno interesse diretto a una Gaza e a una Cisgiordania non guidate da Hamas. Sono loro, oggi, il fattore di stabilizzazione con cui fare sponda.

L’inerzia europea che Ferrara denuncia non è senza appello. C’è un modo per uscire dalla comfort zone del moralismo da comunicato, smettere di limitarsi a “deprecare” e cominciare a fare: forze di interposizione serie in Libano; allargamento degli accordi di Abramo a Qatar e Arabia Saudita; finanziamento condizionato della ricostruzione di Gaza; investimento nella classe dirigente palestinese, anche attraverso borse di studio nelle università europee; sponda diplomatica nel quadro iraniano. Sono compiti noiosi, costosi, senza gloria mediatica, ma sono quelli che servono. Un’Italia che si offrisse per questi obiettivi darebbe sostanza alle parole di Mattarella e all’Europa un esempio da seguire.

Giustificare ogni scelta del governo Netanyahu in nome della necessità della risposta è un’assoluzione che lo stesso establishment israeliano non ha mai concesso. Ma criticare la condotta israeliana senza assumersi responsabilità concrete è la forma più a buon mercato di moralismo; e gli israeliani -che le conseguenze le pagano sulla propria pelle- sono autorizzati a non prenderla sul serio. Tenere insieme le due cose è esattamente il compito di chi difende il diritto di Israele a esistere senza volgere lo sguardo altrove davanti alle sofferenze delle popolazioni coinvolte. Ed è qui che l’inquilino del Colle non coglie fino in fondo il punto: l’aggettivo “indebito” non basta. Bisogna riempire lo spazio tra le parole e i fatti. E quello, oggi, è uno spazio italiano ed europeo che attende leadership politiche all’altezza.