L'intervista al presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Luca Sforzini: “Vannacci ha tradito il progetto: avevamo una prateria, ma si è chiuso in un orto”
Luca Sforzini, imprenditore e noto esperto d’arte, è fondatore e presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, associazione e think tank con sede presso il Castello Sforzini di Castellar Ponzano, a cavallo tra Lombardia e Piemonte. Vannacciano della prima ora, tessera di Futuro Nazionale numero 18, è emerso nel dibattito pubblico per essere stato una delle figure chiave dell’area liberale. Da qualche giorno è stato espulso dal partito dopo forti contenziosi interni, scaturiti dalle sue pubbliche denunce contro componenti ed estremismi di matrice neofascista presenti nel gruppo.
Dottor Sforzini, lei è stato uno dei primissimi aderenti a Futuro Nazionale. Perché aveva creduto nel progetto di Vannacci?
«Perché avevo visto una possibilità di politica vera. Futuro Nazionale nasceva davanti a una prateria: astenuti, classe media impoverita e cittadini che chiedono sicurezza, controllo dell’immigrazione irregolare, meno tasse e più libertà. C’era lo spazio per costruire una destra del XXI secolo: nazionalista e liberale, identitaria senza essere razzista, occidentale e capace di difendere l’interesse nazionale. Per questo aderii ed arrivai a dire che Vannacci avrebbe potuto essere una sorta di De Gaulle italiano. Dico però oggi una cosa più grave: quella possibilità è stata tradita. Avevamo una prateria davanti, e Futuro Nazionale ha scelto di rinchiudersi in un orto di cinque metri quadrati. Poi ha recintato l’orto e ha cominciato a cacciare chi faceva notare quanto fosse piccolo».
Parla quindi apertamente di tradimento?
«Sì. Di alto tradimento politico del progetto originario. Non parlo del trattamento riservato a me, ma di ciò che Futuro Nazionale prometteva di essere e di ciò che è diventato. Il movimento era nato intorno a problemi reali: sicurezza, immigrazione irregolare, classe media impoverita, crisi dell’Unione europea e invadenza dello Stato. Poi sono arrivate risposte culturalmente sbagliate e politicamente suicide: lo Stato etico, la politica che entra nella morale privata, attacchi ai diritti civili conquistati dalle donne negli ultimi cinquant’anni, una politica dichiaratamente misogina e omofoba, l’Islam dichiarato incompatibile in quanto tale, linguaggi da “camerati”, nostalgie, saluti romani. Io ero entrato per chiedere meno Stato e mi sono ritrovato con persone che sembrano volerlo portare persino sotto le lenzuola dei cittadini. Lo Stato etico non diventa accettabile soltanto perché cambia padrone. Sull’Islam: durissimi contro integralismo e Sharia; ma trasformare una religione in un nemico significa passare dalla politica all’incostituzionalità. E alla conseguente impossibilità di elaborare una strategia geopolitica credibile nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Questo è il tradimento: trasformare una possibile forza maggioritaria in una minoranza ideologica, settaria, sostituendo l’addizione con la sottrazione e il futuro con il passato».
Lei ha parlato spesso delle «cornacchie nere». Ma quanto è responsabile Vannacci?
«Oggi non esiste più l’alibi delle cornacchie nere. All’inizio pensavo al “giglio tragico”: una cerchia ristrettissima di filtri e custodi che confondono la fedeltà con l’adulazione e che moltiplicano la mediocrità che non fa ombra. Le cornacchie nere avevano fatto il nido nei gigli tragici. Ma un leader non può essere eternamente vittima delle persone che sceglie. È responsabile di chi ascolta, promuove, allontana e della direzione del proprio movimento. Vannacci ne è il capo. Mi hanno definito “Grillo Parlante”. Mi piace: il Grillo Parlante presuppone Pinocchio. Pinocchio alla fine si redime e diventa umano. Ma per diventare umano serve umanità. Se manca, si resta burattini di legno. E i burattini hanno fili che li manovrano. È legittimo domandarsi chi sia il vero burattinaio».
Sta alludendo alla questione geopolitica. Vede una deriva anche lì?
«Vedo ambiguità che una forza che aspira a governare l’Italia non può permettersi. L’Italia appartiene all’Occidente, e l’Alleanza Atlantica resta fondamentale. Sigonella resta il modello: Craxi poté dire no a Washington proprio perché l’Italia era saldamente occidentale. Non satelliti, non sudditi, ma senza alcun dubbio alleati. Una cosa è l’autonomia dagli Stati Uniti, un’altra l’equidistanza tra Occidente e Russia. Davanti ad alcune posizioni è inevitabile porsi domande, soprattutto parlando di un ex alto ufficiale che è stato addetto militare a Mosca. Queste domande sono diventate ancora più serie con la pubblicazione del programma. Per la prima volta compare nero su bianco il principio secondo cui la revisione dei trattati internazionali non può essere considerata un tabù, fino a contemplare l’eventualità del recesso dalla NATO. È un salto politico non marginale: non siamo più soltanto davanti a dichiarazioni o suggestioni, ma a un’ipotesi entrata formalmente nel perimetro programmatico. Non accuso nessuno di essere eterodiretto senza prove. Ma se tutti gli aghi della bussola finiscono per inclinarsi verso lo stesso punto cardinale, porre domande non è complottismo. La sovranità significa decidere a Roma: né ordini da Washington né padroni alternativi a Mosca».
L’espulsione dell’8 settembre chiude quindi la sua esperienza politica?
«Esattamente il contrario. Chiudo una collaborazione politica, non con la politica. Per me si apre una fase nuova. Non trasformerò il Centro Studi Rinascimento Nazionale in un monastero dal quale commentare gli altri: sarebbe la negazione della mia storia. Il Centro Studi deve essere un laboratorio: costruire relazioni, lavorare con culture differenti, cercare convergenze e sintesi. Mi auguro che produca nuove collaborazioni e, se matureranno le condizioni, nuove collocazioni politiche. Nel centrodestra esistono mondi liberali, popolari, conservatori, repubblicani, federalisti e nazionalisti con cui dialogare. E non pongo confini artificiali verso altre storie, se condividono parti sostanziali del progetto. Rinascimento Nazionale nasce da questo: non una setta più elegante delle altre, ma una sintesi».
Quindi cosa viene dopo Futuro Nazionale?
«Non lo so ancora. E considero questa una buona notizia. D’Annunzio nella “Carta del Carnaro” immaginò la Decima Corporazione per coloro che lavoravano a ciò che ancora non aveva nome. I sistemi chiusi vogliono riempire tutte le caselle: sapere chi sei e dove devi stare. Io preferisco lasciare una casella vuota. Può nascere una collaborazione, un progetto nuovo, una collocazione politica che oggi ancora non esiste. Non mi interessa darle un nome prima della sostanza. So cosa cerco: una destra nazionale e libera, risorgimentale, occidentale e liberale, capace di difendere sicurezza e confini senza diventare autoritaria, di custodire la tradizione senza trasformarla in restaurazione, senza razzismo né antisemitismo né xenofobia, con uno Stato forte nelle funzioni essenziali e assente dove invade la libertà delle persone. Avevo queste idee prima di conoscere Vannacci. Le avevo quando ho aderito a Futuro Nazionale e gliele avevo illustrate con assoluta trasparenza. Sono rimasto coerente. Qualcuno, evidentemente, ha cambiato strada. Senza nemmeno avere né il buongusto né l’educazione di avvertirmi. Adesso bisogna tornare a lavorare per ciò che ancora non ha nome».
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