Non sarà coabitazione propriamente detta, perché Macron non dovrà subire un primo ministro del partito opposto come sarebbe stato se la Nupes di Mélenchon avesse vinto le elezioni, invece di fermarsi a 133 seggi mentre l’altro cartello di sinistra, Divers Gauche ne ha ottenuti 20. Sarà in compenso coalizione coatta perché il cartello del presidente Macron, Ensemble, con 245 seggi all’Assemblea nazionale è ben lontano dai 289 necessari per la maggioranza. Dovrà allearsi e l’unica forza disponibile sono Les Républicains, i gollisti, con 61 seggi.

È probabile che Macron tenterà di pescare voti anche nella componente socialista di Nupes: la principale incognita a sinistra è proprio la tenuta della coalizione di Mélenchon sulla quale scommettono in pochi: è molto composita, traversata da divisioni serie, l’appoggio della componente socialista al presidente azzoppato non è affatto da escludersi. Il presidente dei gollisti Christian Jacob, invece, già nella notte della disfatta presidenziale ha escluso il sostegno: “Restiamo all’opposizione”. Non significa che voglia davvero spingere l’Assemblea nazionale nel caos. È solo l’inizio di una contrattazione che per Macron sarà difficile ed esosa. Ma la ripartizione dei seggi, che pure spinge il quotidiano Le Figaro a paventare il “salto nell’ignoto” e i commentatori di tutto il mondo a parlare di rischio di ingovernabilità, non rende davvero ragione del terremoto del tutto imprevisto che ha squassato la Francia nel secondo turno delle elezioni per l’Assemblea. Il Rassemblement National di Marine LePen ha più che decuplicato i seggi: ne aveva 8, ne porta a casa 89.

La leader, che aveva già annunciato la decisione di non correre mai più alle presidenziali, starebbe considerando il ripensamento. In ogni caso si è già dimessa da presidente del partito per assumere la guida del gruppo parlamentare, che già reclama la presidenza della fondamentale commissione Finanze: la prima linea dello scontro politico in Francia ormai è all’interno del Parlamento. Lo scarto tra Macron e la sinistra, inoltre, in termini di voti è molto meno marcato che non in termini di seggi: 7 punti esatti tra il 38,6% di Ensemble e il 31,6% di Nupes. Nonostante l’indiscutibile successo la destra lepenista è molto lontana, vanta circa la metà dei voti del cartello di sinistra con un percentuale in discesa rispetto al primo turno, dal 18,68 al 17,35%, ma con un dato viziato dal numero più limitato di ballottaggi ai quali era arrivato il Rassemblement.

Un test particolarmente temuto dal governo era quello sulla sorte dei propri stessi componenti che, per legge, si devono dimettere se sconfitti alle elezioni: tutti e 15 i ministri del governo presieduto da Elisabeth Borne, inclusa la stessa premier, erano in ballottaggio. Non ce l’hanno fatta in tre: Justine Bénin, segretaria di stato per gli affari marittimi, Brigitte Bourguignon, ministra della Salute e Amélie de Montchalin, ministra della Transizione ecologica. «Al momento non si pone la questione delle dimissioni della premier», ha assicurato la portavoce del governo, Olivia Grégoire, aggiungendo che data la fase particolarmente delicata la sostituzione delle tre ministre sconfitte sarà “questione di giorni e non di settimane”. La questione che “per il momento non si pone” si porrà però presto: Macron ha infatti di fronte quattro strade possibili e sono tutte impervie. La prima sarebbe quella di un governo di minoranza. È già successo tra il 1988 e il 1993, con Mitterrand per la seconda volta presidente e soli 275 seggi. A rendere possibile quell’opzione era, ma è ancora solo in parte, l’art. 49.3 della Costituzione, in base al quale un governo può varare una legge anche senza voto del Parlamento, assumendosene direttamente la responsabilità. In tre anni il premier Michel Rocard fece riscorso all’art. 49.3 ventuno volte.

La riforma costituzionale del 2008 ha però limitato la possibilità di ricorrere a quella norma a una sola volta per sessione parlamentare. Inoltre con una distanza dalla maggioranza molto maggiore che negli anni 1988-93 il rischio di un voto di sfiducia appoggiato da tutte le opposizioni coalizzate sarebbe molto alto. La via maestra è naturalmente quella dell’accordo con i gollisti. Sia la premier che il ministro dell’Economia hanno lanciato l’accorato appello già domenica notte. “I francesi ci chiedono di metterci insieme. Non c’è alternativa”, ha detto la prima. “Dobbiamo tenderci vicendevolmente le mani” ha rincarato il secondo. Ma i gollisti sono divisi, molti, tra cui il leader Jacob si chiedono quale sia la convenienza nel “salvare la pelle a Macron” e in ogni caso fisseranno un prezzo molto alto. In terzo luogo, l’esecutivo di minoranza potrebbe cercare una maggioranza variabile, legge per legge, secondo una strategia indicata subito, già dopo i primi exit poll della notte, proprio dalla portavoce del governo Grégoire. In questo modo, però, il condizionamento esercitato di volta in volta dai gruppi di parlamentari diventerebbe imperioso con rischio di paralisi da un lato e di snaturamento delle leggi sulle quali punta il presidente dall’altro.

Infine il presidente ha il potere costituzionale di sciogliere l’Assemblea e indire nuove elezioni. Sarebbe però una mossa ad altissimo rischio, subito esclusa dal ministro dell’Agricoltura Fresnau. Molti commentatori si sono sforzati subito di scoprire le ragioni dell’insuccesso di Macron, rintracciandole soprattutto nella sua scarsa presenza in campagna elettorale e nella sua ancor più limitata capacità di scaldare e coinvolgere l’elettorato. Il presidente ha puntato tutto sull’immagine internazionale, in particolare sullo scenario della crisi ucraina, mettendo da parte i nodi essenziali per gli elettori francesi, primo fra tutti la preoccupazione crescente per il calo del potere d’acquisto. Il punto centrale però è che Macron deve la rielezione, caso unico in questo secolo, non alla sua popolarità e all’effettivo consenso ma alla scelta anche di moltissimi elettori contrari alla sua politica di fare muro contro la “minaccia fascista” rappresentata da Marine LePen.

Il nodo è arrivato al pettine, come in fondo era prevedibile, in una tornata elettorale non più condizionata da quella priorità. Convocare nuove elezioni ora, dopo quattro turni quasi consecutivi tra presidenziali e legislative, significherebbe per il presidente da un lato incentivare ulteriormente un astensionismo che, tra il 53 e il 54%, è già ampiamente fuori dal livello di guardia e dall’altro ritrovarsi con una quota di seggi ancor più lontana dalla maggioranza. La somma tra i due elementi comporterebbe una delegittimazione radicale che oggi, tanto più con una possibile crisi sociale alle porte, Macron deve assolutamente evitare.