Sugli Champs-Élysées hanno sfilato, il 14 luglio, quasi seimilasettecento militari a piedi, 315 veicoli, 98 aerei e 31 elicotteri: la parata più imponente nella storia della festa nazionale francese. È l’ultima del secondo mandato di Macron, e non celebra soltanto le armi di Parigi. Celebra il “risveglio strategico europeo”: ospite d’onore Volodymyr Zelensky, in tribuna una trentina di capi di Stato e di governo — tra loro Sergio Mattarella —, nel cielo due copiloti ucraini formati in Francia. La grandeur, per un giorno, ha il volto della deterrenza verso Est. Ed è qui il paradosso che nessuno pronuncia. Interrogato sull’organizzazione della giornata, il generale Loïc Mizon, governatore militare di Parigi, si è lasciato sfuggire la frase che vale l’intera parata: siamo abituati a combattere nei Paesi caldi, “ci siamo battuti dieci anni nel Sahel”. Al passato. Perché il Sahel, per la Francia, è passato. La mappa è ruotata: Parigi guarda a Est con tanta enfasi anche perché a Sud non ha quasi più nulla da guardare.

I numeri di questo ritiro sono impietosi. L’operazione Barkhane — fino a cinquemilacinquecento uomini, lanciata nel 2014 — si è chiusa nel novembre 2022. Poi la ritirata, di espulsione in espulsione: il Mali nell’agosto 2022, il Burkina Faso nel febbraio 2023 dopo la denuncia dell’accordo militare, il Niger nel dicembre 2023, cinque mesi dopo il golpe. Il Ciad ha stracciato l’accordo di difesa e il 30 gennaio 2025 ha ripreso Adji Kosseï, l’ultima base francese nel Sahel; la Costa d’Avorio a febbraio, con Port-Bouët; il Senegal il 17 luglio 2025, con la restituzione del campo Geille, chiudendo sessantaquattro anni di presenza. Oggi, in tutta l’Africa, alla Francia resta soltanto Gibuti — millecinquecento uomini — più un centinaio di militari in una base condivisa in Gabon e ottanta in Costa d’Avorio: meno di duemila, contro i quasi undicimila del gennaio 2020 e i trentamila prepositionnés degli anni Sessanta. Tra il 1960 e oggi Parigi ha condotto sul continente oltre cinquanta interventi militari. È il tramonto della Françafrique — e a deciderlo non è più l’Eliseo, ma gli africani, uno dopo l’altro. L’Africa subsahariana vale ormai l’1,9% del commercio estero francese, secondo le dogane di Parigi; l’intero continente, meno del cinque.

Chiunque conosca la storia dell’energia coglie l’ironia. Fu un italiano, sessant’anni fa, a intuire per primo che quel Sud sarebbe stato il vero campo. Enrico Mattei — l’uomo che coniò l’espressione “sette sorelle” per i giganti anglo-americani del greggio — sostenne il Fronte di liberazione nazionale algerino contro la Francia: ne finanziò la causa, secondo diverse ricostruzioni perfino con armi via Tunisi; formò i futuri quadri petroliferi di Algeri nelle scuole dell’ENI a San Donato Milanese; col suo Giorno denunciava le torture e intervistava i capi del FLN. Era sorvegliato dai servizi di Parigi e minacciato dall’OAS, l’organizzazione terroristica che alla decolonizzazione non si rassegnava. Quando il suo bimotore cadde a Bascapè, il 27 ottobre 1962, le inchieste parlarono di attentato: e tra i sospetti, in cima, c’erano proprio quegli oltranzisti francesi.

Era, in fondo, lo scontro tra due modelli — lo stesso che oggi ritorna. Da un lato la Francia di De Gaulle, che concedeva l’indipendenza politica ma tratteneva le leve economiche: il Sahara come cassaforte, il petrolio pagato in franchi, gli accordi di Evian a blindare per anni i diritti coloniali sul sottosuolo. Dall’altro la formula di Mattei, inaugurata in Iran nel 1957: ai Paesi produttori il 75% dei profitti invece del 50%, più la qualificazione della manodopera locale. Partenariato contro rendita. Ed ecco il cerchio che si chiude. La strategia con cui l’Italia oggi presidia quel Sud porta il suo nome. La terza relazione sul Piano Mattei, trasmessa alle Camere il 3 luglio e aggiornata al 30 giugno, conta diciotto Paesi partner (erano nove al varo), settantasei progetti in corso, una dotazione iniziale di 5,5 miliardi, un miliardo e due deliberati dal Fondo italiano per il clima e quattro miliardi di garanzie SACE. In Algeria — dove Algeri è oggi il primo fornitore di gas di Roma, con oltre un terzo del metano importato, dopo che nel 2021 il 40% arrivava dalla Russia — l’Italia mette 420 milioni in una filiera cerealicola integrata “dal seme alla tavola”, su trentaseimila ettari a Timimoun, con formazione di tecnici locali. Pechino, sullo stesso terreno, ne mette due miliardi di dollari nella ferrovia mineraria Gara Djebilet-Béchar, con cui si porta via le materie prime. È, alla lettera, la formula matteiana: quota più alta e formazione. Sessant’anni dopo, la sua rivincita.

Nessun trionfalismo, però. “Le civiltà sanno di essere mortali”, scriveva Valéry: vale per la grandeur che si ritira, ma anche per chi ne raccoglie l’eredità e la crede acquisita. Il modello italiano rinuncia alle leve coercitive che Parigi, Pechino e Mosca hanno sempre impugnato; punta sulla credibilità e sulla reciprocità, ed è perciò più nobile e più fragile, esposto al rischio di molti cantieri e poca influenza. La finestra è aperta, non spalancata per sempre. Ma resta l’immagine di questo luglio caldissimo e africano. Mentre sugli Champs-Élysées la Francia ha reso onore a un fronte orientale, il fronte che per due secoli è stato il suo — il Mediterraneo, l’Africa — le è scivolato fra le dita. E a raccoglierlo, in silenzio, c’è il Paese che a quel Sud ha cominciato a credere, ispirato dal nome di un uomo che Parigi, un tempo, non poté perdonare.

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