Sosia di Maradona, maglie di Maradona, sciarpe di Maradona, bandiere di Maradona, canti per Maradona, fiori per Maradona, lacrime per Maradona, sorrisi per Maradona, una statua per Maradona. È Maradona Day a Napoli. Soprattutto ai Quartieri Spagnoli e allo Stadio di Fuorigrotta che a Diego Armando Maradona è stato dedicato. A un anno dal 25 novembre del 2020, quando la morte del Pibe de Oro – improvvisa e a 60 anni – fece in pochi minuti il giro del mondo, monopolizzando notiziari e prime pagine dei giornali, è il giorno dell’omaggio e del ricordo. Una giornata agrodolce: ci si commuove e si canta. Un delirio atroce per i fanatici del campione argentino.

Sono “enfermo” per Maradona, dicono in spagnolo. Malato. E sono stati proprio gli argentini volati a Napoli dal Sudamerica e dalla Spagna, dalla Danimarca e da Londra, a fare la differenza nelle celebrazioni nelle strade del capoluogo campano. I consulados (sorta di club ufficiali del Boca Juniors) in giro per l’Europa avevano organizzato una due giorni serrata di eventi e incontri che la pioggia non è riuscita a mandare all’aria. Ieri il corteo da Piazza Garibaldi fino a Piazzetta Nilo, all’emblematico bar del capello del Diez. Quindi l’omaggio al murales di Jorit Agoch a San Giovanni a Teduccio. Oggi il centro delle celebrazioni nei Quartieri Spagnoli e a Fuorigrotta.

“Oggi le nostre emozioni sono mischiate. Per noi che lavoriamo con i consolados del Boca in tutto il mondo è un giorno super triste ma siamo anche in qualche modo contenti di essere qui, da tutto il mondo. Quello che si vive a Napoli è tremendo: i napoletani piangono quando parlano di Maradona. C’è una linea di fratellanza tra Buenos Aires e Napoli, tra il Boca e il Napoli. Siamo super orgogliosi di fare questo primo incontro di consulados da tutto il mondo”, dice Martin Montero, in rappresentanza del club argentino, svelando una placca celebrativa per l’occasione. Una altro membro del club legge un messaggio per ricordare il campione.

“Il mito non si discute, come gli dei dell’Olimpo – ha detto il Presidente dell’SSC Napoli Aurelio De Laurentiis arrivato in mattinata nella piazza lungo il vicolo Emanuele De Deo – non c’è attore che possa imitarlo, lui è il Pibe de Oro e sempre lo rimarrà. È un peccato non averlo con noi, sprigiona ancora tanta energia, vedete quanti li adorano, dall’Argentina sono venuti 300 tifosi del Boca, bisogna fare un plauso a tutte queste persone venute per adorare il proprio idolo – ha continuato il Presidente – Metteremo più statue di Diego nello stadio e anche negli spogliatoi, dove i calciatori potranno toccare mano o piede del dio del calcio prima di scendere in campo”. Il Presidente, accompagnato dal figlio, il vicepresidente Edoardo, ha portato dei fiori in onore del campione, piazzandoli ai piedi del murales realizzato da Mario Filardi dopo il secondo Scudetto nel 1990.

Jorge si commuove tirando fuori una fotografia che dice essere inedita, delle celebrazioni in campo dopo la vittoria al Mondiale del 1986. Qualcuno indossa una parrucca come quella del “pelusa”. All’azzurro Napoli, colore dominante, si aggiunge il gialloblù dei bosteros. Qualche sosia attira l’attenzione dei fotografi. Si appendono stendardi e bandiere. La consegna di magliette celebrative dei consulados. La gente dai balconi si affaccia sulla piazza diventata ormai un punto di riferimento del culto del campione a Napoli. E canta: canta cori da curva e canzoni dedicate al Pibe. Un bandonéon intona tango e La Mano de Dios di Rodrigo Bueno, la colonna sonora della giornata. Per più di qualche momento saltano le mascherine anti-covid.

All’esterno dello Stadio, nel primo pomeriggio, il disvelamento della statua – che fino alle 22:00 di stasera resterà lì, e poi sarà spostata, ancora da decidere dove – realizzata dall’artista Domenico Sepe. Presenti ancora il Presidente Aurelio De Laurentiis e l’ex presidente Corrado Ferlaino – già in mattinata ai Quartieri Spagnoli – gli ex compagni di squadra Renica, Bruscolotti, Giordano e Carannante. Diego Armando Maradona Jr, primo figlio del Pibe con il figlio Diego Matias. “Oggi sono solo molto triste, sto cercando di mascherarlo in tutti i modi – dice Diego Jr – ma sono molto triste. È bellissimo vedere così tanta gente per lui venuta anche dall’Argentina. L’affetto delle persone ha aiutato tanto la mia sofferenza. Una cosa simile solo lui poteva generarla”.

C’è chi canta ancora, chi palleggia, si beve e pure tanto. Un’altra parata di bandiere e striscioni dei tifosi argentini. Si prova a entrare all’interno dello stadio, nello spazio antistante dov’è piazzata la statua. Qualcuno vuole scavalcare. Alcuni tifosi che sono riusciti a oltrepassare la barriera approfittano e si fanno un giro sulle tribune del San Paolo. Ripetono più o meno tutti che per loro Maradona è stato “todo”, come uno “de familia”, “Dios”, il “más grande”. Per i 300 e dispari argentini questo viaggio è stato una sorta di pellegrinaggio. E tutto prende una piega sentimentale, romantica, nostalgica, un sentimento che non sa smettere. Anche se ormai tutti hanno smesso di aspettare El Pibe de Oro, a Napoli in Argentina, su una panchina ad allenare o per un’occasione speciale, qui nessuno ha smesso di pensarlo: “Diego è eterno, vive con noi, nel nostro ricordo”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.