Verso le elezioni in Francia
Nel 2027 finirà l’era del fronte repubblicano?
“Silenzio, splendore dei forti, rifugio dei deboli”. Con queste parole De Gaulle celebrava la forza della razionalità dei grandi leader, quelli che non fanno proclami ma lasciano parlare il pragmatismo delle azioni. L’epopea gollista avrebbe trasformato la Francia del Novecento, dall’appello del giugno 1940 fino alla transizione tra Quarta e Quinta Repubblica che avrebbe reso l’inquilino dell’Eliseo la chiave di volta delle istituzioni transalpine. Mezzo secolo dopo, dei fasti del passato non vi è più traccia e il retaggio del grande Generale sembra essere stato sepolto tra le pieghe del tempo. De Gaulle fu sconfitto dalla rivoluzione del ’68, il ’68 ha poi sconfitto la fierezza di una Francia ormai incapace di incarnare il ruolo di guida del Vecchio Continente. Timidi tentativi di riportare Parigi al centro della comunità europea furono comuni a Chirac e Sarkozy, epigoni almeno idealmente dei retaggi neogollisti, con risultati alterni e la transizione tra l’Union pour un mouvement populaire e Les Républicains.
Negli ultimi decenni la Francia è stata falcidiata dalla crisi dell’euro e dell’Europa, dalle mattanze del terrorismo e dalle notti di terrore di Parigi e Nizza. Questo scenario di instabilità ha polarizzato la società transalpina aprendo inediti spazi politici per l’Islamo-gauchismo di Mélenchon e rinnovando l’ascesa della fiamma identitaria lepenista del Rassemblement National. La formazione di nuovi clivages, gli effetti dei flussi migratori, l’epoca d’oro di populismi e sovranismi hanno così indebolito la portata elettorale dei partiti tradizionali, spesso ritenuti incapaci di fronteggiare le sfide del nuovo secolo.
Nel 2017 i neogollisti miravano all’Eliseo con il volto rassicurante del conservatorismo liberale di Fillon poi travolto dagli scandali e superato da Marine Le Pen nella corsa al secondo turno. È nell’esito di quella tornata elettorale che lo scettro egemonico del centrodestra passa dal neogollismo all’identitarismo del lepenismo, aspetto che permane ancora oggi. Una crisi poi divenuta crollo verticale quando nel 2022 le primarie del partito investono della candidatura alle Presidenziali Valérie Pécresse. L’abulica palude centrista del Presidente dell’Île-de-France finisce con il 4,78% dei consensi, il peggior risultato della storia politica neogollista alle urne. Un risultato che non impone solo riflessioni ma un ripensamento strategico. Lo stesso ripensamento che ha poi portato l’attuale sindaco di Nizza Éric Ciotti a fondare, dopo una sofferta scissione, l’UDR, “I Repubblicani a destra”. C’è chi lo ha visto come un tradimento nei confronti di un retaggio, il gollismo, che mai si sarebbe piegato a supportare gli eredi dell’Algeria francese e gli spettri di Vichy. C’è chi invece ha lodato la scelta di Ciotti, emblema degli effetti positivi della Dédiabolisation del RN.
Il 2027 sarà un anno chiave per Les Républicains e la storia che lo stesso partito incarna. Dopo anni di conflitti interni l’union des droites a supporto di Le Pen si è allargata a Marion Maréchal e allo stesso Ciotti mentre, pur rimanendo defilato, anche Zemmour assicurerebbe a Le Pen i suoi voti al secondo turno. I Repubblicani dovrebbero schierare l’ex Ministro dell’Interno Bruno Retailleau, tra i volti noti dell’ala destra di François-Xavier Bellamy, più conservatori su immigrazione e sicurezza, ma il sostegno a Le Pen è ancora in bilico e sarebbe favorito solo dalla possibile ascesa di Mélenchon al secondo turno. Il 2027 potrebbe sancire la fine del fronte repubblicano della conventio ad excludendum ma tutto dipenderà dagli eredi di De Gaulle, il cui fantasma continua ad essere probabilmente il vero convitato di pietra della politica francese.
© Riproduzione riservata







