Per lei, ambientalista fino al midollo, «fare impresa non è il diavolo» anzi, dipende da quello che si riesce a distribuire agli altri nel rispetto dei diritti e dell’ambiente. È stata presidente di Legambiente e ai tempi dei comitati di Pisapia bucava il palco perché era l’unica, nel panorama un po’ vetero dell’ambientalismo italiano, che declinava insieme ambiente e sviluppo. Si chiama Rossella Muroni. È entrata in Parlamento nel 2018 grazie ad un’intuizione, all’epoca dell’ex presidente del Senato Piero Grasso. Tocca a lei oggi, provare a rilanciare il partito dei Verdi italiani.

I Verdi tornano in Parlamento. Quanti sarete, come vi chiamerete, quale simbolo?
Non vogliamo essere un nuovo partito in Parlamento. Bensì un avamposto e un presidio per tutte quelle associazioni che si occupano di ambiente ma non sanno con chi interloquire con la politica. La prossima settimana saremo più precisi. Posso anticipare che avremo un nome evocativo di questa fase in cui ci giochiamo senza appello il futuro e i diritti dei nostri figli e nipoti. Al momento siamo io, Alessandro (l’ex Radicale Fusacchia, ndr) e Lorenzo (l’ex M5s Fioramonti, ndr). Ma contiamo di allargarci in fretta. Saremo una forza di maggioranza, con identità e know how specifici sui temi ambientali e della cultura. Vogliamo indicare 2/3 obiettivi per incalzare l’azione del governo Draghi.

Ha parlato e condiviso questa decisione con Angelo Bonelli e quel che resta dei Verdi italiani?
Certo che sì, un lungo confronto con Bonelli e la portavoce Elena Grandi mi ha portato a questo passo. Infatti nel nome ci sarà il richiamo ai Verdi italiani senza il quale non potremmo fare un gruppo in Parlamento.

Avete capito che mancava offerta politica per soddisfare una crescente domanda politica sul tema del Green?
Più che un incrocio di domanda e offerta, parlerei di una congiuntura astrale molto speciale. In questa fase si sono sommati almeno quattro concause. La prima: il fallimento dell’esperienza politica del Conte 2. Nel senso che vedo molto difficile il progetto politico dell’Alleanza dei comitati per lo sviluppo sostenibile lanciato da Giuseppe Conte con gli amici 5 Stelle, del Pd e di Leu. Io ci sono stata in quell’alleanza e vi assicuro che è stato un litigio continuo su ogni emendamento. La seconda concausa è legata a Leu: ringrazio Leu che mi ha portato in Parlamento. A questo punto è chiaro che Leu ha maturato tutte le sue contraddizioni e che i temi ambientali non hanno bucato l’agenda. Occorre quindi trovare un’altra casa per queste tematiche che sono diventate priorità con l’arrivo di Mario Draghi che certo ambientalista non è ma conosce bene il Recovery plan, le sue condizionalità ed è riuscito a far esplodere il tema della transizione ecologica sui giornali e nei talkshow. Infine, la quarta concausa è legata al rinnovato interesse dei Verdi europei per l’Italia. È giunto il momento che l’onda verde che ha già inondato Germania, Austria e Francia superi la Alpi. Sono in contatto con Philippe Lambert, capo dei Verdi a Strasburgo.

La storia dei Verdi italiani non registra grandi successi.
Perché è stata una storia di trincea. Adesso è il momento di andare in piazza e lasciare alle spalle l’ambientalismo del No e del Sì e parlare di ambientalismo del “come”. Faccio un esempio: come facciamo a combattere il mutamento climatico e a creare nuovi posti di lavoro?

Appunto, come?
Nel momento in cui diciamo che le piattaforme di estrazione degli idrocarburi vanno chiuse, dobbiamo essere nello stesso tempo capaci di dare il via libera ai campi eolici offshore. Quelle distese di pale che vediamo nei mari del nord. Il punto è che il paesaggio va conservato ma è anche un prodotto umano variabile e dunque non può essere intoccabile.

Onorevole Muroni, per dragare il fondale di un porto in Italia serve una media di quattro anni di autorizzazioni e permessi “ambientali”.
Infatti, dobbiamo semplificare e snellire in nome della sicurezza.

A quale modello di Verdi intende fare riferimento? A quello italiano, molto ideologico, una sorta di partito del No? O a quello tedesco che ha saputo avere mano ferma, ad esempio, su immigrazione irregolare, ordine pubblico e sicurezza interna?
Io penso che dobbiamo trovare una via italiana. Un processo che valorizzi le imprese green italiane che sono tra coloro che hanno meno sofferto in questa pandemia. E se proprio devo indicare un modello, vorrei fare riferimento a quello francese.

Cosa hanno fatto i francesi?
Hanno lavorato molto a livello di amministrazioni locali e hanno vinto proponendo progetti di riqualificazione urbana che vanno incontro alle persone migliorando la loro qualità della vita creando posti di lavoro e benessere.

Facciamo altri esempi: inceneritori, sì o no? Tav, sì o no? Tap, sì o no? Sblocca cantieri, sì o no?
Il problema non è Sì o No. Il punto è: gli inceneritori a che punto della catena servono? Prendiamo Roma: la sindaca Raggi l’ha fatta semplice con slogan “rifiuti zero”. Se prometti questo devi anche contestualmente costruire gli impianti per l’umido da utilizzare per produrre biogas. Nel momento in cui riduci al massimo i materiali lavorando sul riciclo e il riutilizzo, il residuo che rimane è così poco che l’inceneritore non serve più. Tra l’altro abbiano così tanti brevetti che riguardano la filiera dell’innovazione, del riciclo e del riutilizzo dei rifiuti che fa rabbia vedere come poi non abbiano diritto di cittadinanza nel nostro paese. Li inventiamo e non li usiamo. Che spreco.

Lei sarebbe stato un eccellente viceministra alla Transizione ecologica, tra l’altro la negazione perfetta di quel “farisaico utilizzo delle quote rosa” citato da Draghi. Un’occasione sprecata?
Io ho votato la fiducia a Draghi ma non so se sarei stata in grado di partecipare a questo governo. Avrei preferito una squadra di tecnici con poca politica. C’è bisogno di molta radicalità in questo momento per decidere e andare fino in fondo. Voglio essere ottimista anche se preoccupata e non so se sia questa la squadra migliore. Detto questo, la politica è un mestiere che va imparato e io sono alla prima legislatura.

Lei è tra i pochi in Parlamento che conosce nei dettagli il Recovery plan. Il Green vale il 37% del budget e va speso entro il 2026. Saremo in grado di farlo?
Per gestire i fondi del Recovery bisogna essere strabici: servono opere subito cantierabili che però riescono ad avere uno sguardo ai prossimi trent’anni e ad abbattere le emissioni inquinanti. Quello che mi preoccupa è la condizionalità per cui se non dimostri il raggiungimento degli obiettivi rischi di perdere la tranche di finanziamento. Già questo fa piazza pulita di un sacco di sciocchezze che ho sentito in questi mesi, una su tutte il ponte sullo Stretto. Allora, per dire: per fare un campo eolico a oggi servono cinque anni di autorizzazioni. Chi mai farà un investimento del genere sapendo che il rotore autorizzato cinque anni dopo sarà già vecchio e inutile? Ecco perché la riforma più importante che dobbiamo fare è la semplificazione della pubblica amministrazione. Una rivoluzione radicale.

Per lei fare impresa è una parolaccia?
Tutt’altro. La chiave per rendere l’ambientalismo popolare è riuscire a dimostrare che spirito imprenditoriale, sostenibilità e creazione di posti di lavoro vanno insieme. Sono 500 mila le imprese che in Italia negli ultimi cinque anni hanno investito in qualità ambientale e innovazione. Sono tra quelle che crescono di più, che hanno sofferto meno la crisi e hanno anche una forte connotazione femminile. Potrei fare molti esempi: la lana di pecora, in Sardegna, da elemento inquinante è diventato una componente utilissima nella bioedilizia. Così i gusci di uovo.

Ha idea di come spendere i miliardi del Recovery?
Punterei tutto sulle 14 aree metropolitane: riqualificazione delle periferie, mobilità sostenibile per i collegamenti, aree verdi. È l’unico modo per aprire cantieri in poco tempo e dimostrare di essere vicini alle persone. Ad esempio: cosa aspettiamo a chiudere l’anello ferroviario della Capitale?.

Ha fiducia nei ministri Giovannini e Cingolani?
Conosco Giovannini promotore di una eccellenza che si chiama Asvis, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. È l’uomo giusto al posto giusto. Conosco meno Cingolani ma lo vedremo presto alla prova dei fatti. La prova del 9 potrebbe essere il taglio dei 19 miliardi di sussidi Sad, diretti o indiretti e dannosi per l’ambiente. Sarebbe curioso vedere un paese che spende 70 miliardi nella rivoluzione verde e però non riesce a tagliare quei sussidi.