“Nun me piace ‘o presepio”. Il governo Draghi si è insediato con un larghissimo sostegno nei due rami del Parlamento. Che sia un fatto nuovo nel panorama politico-istituzionale del Paese, non c’è dubbio alcuno, anche se qualche precedente può essere invocato. La crisi della politica ora viene negata, perché la politica stessa, inghiottita nel nuovo corso, vede quest’ultimo, affermatosi fuori dalla contesa politica e su di essa ora sovrastante, riconoscerla in una sorta di pacificazione dall’alto. La riconosce formalmente in quanto completamento necessario dell’operazione stessa. Proprio la crisi della politica è stata il viatico di una soluzione eccezionale, di risposta all’emergenza.

Le gravi inefficienze del sistema Italia, comprese quelle del pubblico, hanno spinto al formarsi di un’opinione che si affida alle competenze, al tecnico, per uscire da una condizione che la pandemia ha reso ancor più gravosa e insopportabile. All’estero, tutti gli indicatori economici, finanziari e financo politici, segnano soltanto apprezzamenti e reazioni positive. Le Monde, il giorno dopo la fiducia, ha dedicato una pagina intera a “Le triomphe romain di Mario Draghi”. Però “’o presepio non me piace”. Troppo largo, troppo enfatico, troppo entusiasta è il consenso. Troppo, per non indulgere al sospetto della “corsa in soccorso del vincitore”, vizio antico di una politica debole e malata. Il culto della personalità non è solo una perversione dei regimi autoritari, esso è un ingrediente anche nelle democrazie che tendono a essere autoritarie. Il carattere oligarchico che hanno preso, non da oggi in Europa, può coltivarlo. Certo, fa specie leggere su La Repubblica un intellettuale di sinistra che, con grande rilievo di stampa, confida nell’avvento in Italia di un assetto oligarchico, così da sperare di correggere finalmente le deviazioni storiche del Paese. L’inflazione di consenso, che coopta dentro di sé anche leader e forze politiche che avevano prima eletto Draghi a personificazione di ciò che si sarebbe dovuto rifiutare, non è però solo una patologia fastidiosa, è anche un meccanismo funzionale a guadagnare ed espandere il consenso più in profondità nella società, o almeno il non-dissenso, per evitare in ogni caso una contestazione aperta. Potrebbe essere l’avvio di una rivoluzione passiva.

Una rivoluzione passiva fondata sul protrarsi e l’approfondirsi della crisi della politica classica e sull’affermarsi del primato di un nuovo principe. Il discorso programmatico del presidente del Consiglio, all’interno della definizione di una collocazione internazionale statica e vecchia, sui problemi del Paese ha camminato sui binari della rivendicazione di un governo dell’efficacia, di un governo della lotta efficace contro il virus, di un governo della ristrutturazione dell’economia per uscire dalla duplice crisi, della razionalizzazione del pubblico e della modernizzazione del Paese. È il programma di un governo a cui manca la riforma sociale. Non traggano in inganno le così chiamate riforme, peraltro concertate con l’Europa, di accompagnamento necessario del Recovery Plan. Quandanche in qualche caso necessarie, come sulla giustizia, sulla pubblica amministrazione, e per correggere qualche patologia fiscale, esse rispondo solo all’esigenza di razionalizzazione del sistema, non a quella delle indispensabili riforme sociali per combattere le cause economiche di una crisi così profonda da essere diventata di civiltà. Esse fanno pensare alle vecchie riforme-grano. Le cause strutturali della crisi difatti vengono nascoste, così come l’origine dell’esplodere, proprio in questa fase, delle diseguaglianze, peraltro accumulate già in precedenza.

Il conflitto tra le generazioni che ci viene proposto da Draghi nasconde il conflitto di classe realmente in atto, quello alla rovescia di cui ha tanto scritto Gallino, quello contro i lavoratori, contro i vecchi e nuovi ceti popolari. Diversamente da quel che propone il presidente del Consiglio, non sono gli anziani, gli adulti, a rubare il futuro ai giovani, a cui semmai le pensioni dei nonni hanno funzionato come un informale stato sociale. La popolazione lavorativa tutta è stata ed è aggredita nel suo potere, nei diritti, nelle condizioni di vita e di lavoro. La deindustralizzazione, le delocalizzazioni, la finanziarizzazione dell’economia e la ristrutturazione all’insegna di una gigantesca centralizzazione di potere senza concentrazione di lavoro, hanno condotto donne e uomini a una tale devastazione dalla civiltà del lavoro, che colpisce insieme alle cause strutturali e politiche, connesse ai rapporti sociali e alle massimizzazioni dei profitti.

Le precarizzazioni di massa, sino al riemergere di nuove forme di schiavitù nel lavoro, sono le conseguenze drammatiche di queste relazioni sociali regressive. È una risposta la digitalizzazione? È una risposta la conversione ecologica? Ma anche queste due linee di modernizzazione, adottate dal nuovo governo, sono proposte senza la radicalità necessaria (si veda, per la questione ecologica, la marginalità dell’idrogeno verde) e senza la riforma necessaria del lavoro nella digitalizzazione, come nella riforma della pubblica amministrazione. Ancora, c’è la tecnica, ma non ci sono i soggetti attivi. Eppure, per non parlare delle esperienze operaie degli anni Settanta, di una messa in atto di una critica teorica e pratica dell’organizzazione capitalistica del lavoro e della sua presunta scientificità, e fin dagli anni Trenta, dalle scoperte di Elton Mayo sull’organizzazione del lavoro e dallo Human Relation Movement, che si è acquisito la consapevolezza che non c’è efficace cambiamento nell’organizzazione dell’impresa, come in quella dell’amministrazione pubblica e dei servizi, senza la partecipazione critica e attiva dei protagonisti sociali.

Razionalizzazione e riforma sociale hanno campi d’azione che possono in qualche caso anche sovrapporsi, ma esse rispondo a due ispirazioni politiche tutt’affatto diverse e tendenzialmente tra loro conflittuali. Pietro Nenni replicava al presidente del Consiglio del suo governo, che era Aldo Moro: «Non c’è piano senza riforma sociale». Il Recovery plan di Draghi non è nella sostanza diverso dall’ultimo elaborato dal precedente governo, con l’assunzione in più dei suggerimenti della Commissione europea. Affinché il tema della riforma sociale non resti un’invocazione politicamente significativa, ma programmaticamente generica, bastino alcuni esempi di ciò che sarebbe indispensabile ci fosse nell’agenda del governo e che invece non c’è. La lotta alle diseguaglianze richiederebbe la messa in atto di una poderosa e incisiva azione capace di aggredire a fondo la concentrazione delle ricchezze (il 5% delle famiglie italiane possiede il 40% della ricchezza privata del Paese e il 10% delle famiglie detiene il 52% della sua ricchezza finanziaria). Il fisco non è certo la sola leva da attivare, ma sicuramente essa è assai importante in una politica di redistribuzione del reddito.

Le dichiarazioni programmatiche di Draghi sono su questo tema inferiori persino alle raccomandazioni della comunità europea. Non è stato un governo anti-impresa, ma Biden a mettere tra i suoi primi atti l’aumento del salario minimo. In Italia, questo neppure esiste e la moltitudine dei lavoratori senza contratto continuerà ad essere invisibile. Con la diffusione delle povertà, gli squilibri di ogni genere, i Sud che si aprono anche nelle aree più sviluppate, nelle metropoli, hanno acquistato un peso rilevante nelle dinamiche della crisi, quello tra Nord e Sud è il più macroscopico. Nei vari tornanti della storia del Paese, la tematizzazione di questa contraddizione è stata tanta parte di qualsiasi politica riformatrice. La annunciata e sacrosanta lotta alla criminalità e alla corruzione risulta, seppur necessaria, troppo lontana dalla bisogna di questo Sud e dei suoi grandi problemi drammaticamente irrisolti. L’intervento pubblico è uno dei banchi di prova della capacità di uscire dalla disastrosa fase delle politiche di austerity e una leva imprescindibile della grande riforma necessaria.

La sua natura, la sua estensione, la sua qualità e adesso la sua nuova vocazione da scoprire, ai fini di vitalizzare la società civile, favorendo la nascita e la diffusione di attività ed esperienze extra-mercantili, che più di ogni altra esplorino le frontiere di buona ecologia, di buona economia, di buona intrapresa, sono la strumentazione necessaria alla grande riforma, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. E invece è proprio essa la grande assente dal programma del governo, così resta fuori dal campo della sua azione la programmazione. A risentirne è in primo luogo il futuro del lavoro e dell’occupazione, che vengono deprivati del protagonista principale della loro necessaria e possibile riaffermazione. Si parla nelle proposte del governo diffusamente della conversione ecologica, ma allora il primo compito di un governo di svolta dovrebbe essere la messa all’ordine del giorno della necessità di decidere nello spazio pubblico sul cosa, dove, come, per chi produrre e con chi. Sarebbe la programmazione.

Sulla scorta del mutamento del rapporto tra produzione e riproduzione sociale, del rapporto tra i generi e di quello dell’uomo con la natura, come del rapporto tra pubblico e privato, i nuovi contenuti per realizzare una buona e piena occupazione entrerebbero nel campo delle scelte politiche necessarie, tanto necessarie da chiedere una radicale messa in discussione delle politiche economiche fin qui seguite. L’obiettivo del pieno impiego deve certo poter cambiare la sua stessa natura, ma la questione che una disoccupazione giovanile di massa ci propone, e con essa il rischio di una nuova disoccupazione tecnologica, è quello di cambiare sì la nozione di pieno impiego, ma per potersene rimpadronire, non per disinteressarsene colpevolmente, come accade ora anche nel programma del governo, e lasciare al mercato l’esito finale dello stabilire i livelli di occupazione del Paese. Colpisce nel modernismo del governo, l’omissione del tema della riduzione dell’orario di lavoro. Un obiettivo di un più generale ridisegno del rapporto tra il tempo di vita e il tempo di lavoro.

In realtà, la riforma sociale è bandita nell’orizzonte proposto dal governo, in alto come in basso, la razionalizzazione ne prende il posto e la scaccia dall’agenda del governo. Il governo della razionalizzazione capitalistica sarebbe persino un’occasione per la rinascita di un pensiero critico efficace, di una sinistra capace di farsi portatrice di un’alternativa di società. Il governo della razionalizzazione, se riuscirà ad esserlo, visto lo spostamento già in atto del suo asse a destra, è l’avversario del cambiamento, al suo livello più alto, paladino di una modernizzazione del Paese e lontano dall’urlo reazionario belluino. Anche su questo terreno, il governo Draghi mostra però più di una falla. Clamorosa è quella sull’immigrazione, con il colpevole silenzio sugli sbarchi in un Mediterraneo nominato ma non interpretato, dove ripartono i viaggi della speranza e della morte, dalla Tunisia oggi, come dalla Libia ieri e oggi ancora.

E noi, con i nostri partner europei, cosa facciamo? La risposta è assente. Peraltro, quando lo sguardo del governo, a cui vogliamo riconoscere la vocazione modernizzatrice, incontra problemi acuti e irrisolti sul terreno dei diritti individuali, dalle carceri alla giustizia, e li incontra con un intento che vorremmo determinato a sanare arretratezze spaventose, ebbene, un’opposizione di sinistra sarebbe proprio allora, in questo caso peraltro tutt’altro che certo, in grado di concorrervi a perseguire obiettivi di giustizia e di dignità della persona. Ma la buona politica richiede in primo luogo la chiarezza dell’opposizione di fondo. Il governo di un nuovo consensus (quello in corso di nuova realizzazione tra la Banca mondiale e, per quel che riguarda il Paese, direttamente Draghi) è il tentativo di far vivere oligarchicamente nella politica un’opzione di razionalizzazione modernizzatrice.

I grandi problemi del Paese resterebbero irrisolti, perché essi propongono questioni così radicali nell’economia, come nella società, che reclamerebbero, per essere affrontati, la grande riforma. Per rivelare la intrinseca inadeguatezza del governo Draghi, ci vorrebbe allora in campo un’opposizione di sinistra in nome proprio di questa radicale riforma sociale e al fine di definire un’alternativa di società domani. In fondo, questo nuovo avversario che il governo Draghi ci pone innanzi potrebbe stimolare la nascita di un protagonismo all’altezza della sfida che esso propone. Il fatto che oggi questa contestazione non abbia la consistenza necessaria, non ne rende impossibile la costruzione. Si dovrebbe cominciare da un no a Draghi fondato su una critica di modello.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.