«Mio nonno, Yitzhak Rabin, ha combattuto per tutta la sua vita in difesa di Israele. Lo ha fatto perché in gioco c’era la sicurezza stessa del Paese, del suo popolo. Ma mai avrebbe intrapreso una qualsiasi azione militare per realizzare il disegno della Grande Israele. L’ultima battaglia che lui ha combattuto è stata quella della pace. E per questo è stato assassinato». A sostenerlo, è Noa Rothman, la nipote del premier laburista assassinato la notte del 4 novembre 1995 da un giovane estremista di destra, Yigal Amir, al termine di una imponente manifestazione per la pace a Tel Aviv.

Il nuovo governo israeliano ha in programma l’annessione di una parte della Cisgiordania. La discussione sembra riguardare i tempi e le dimensioni di tale annessione…
È una scelta gravissima, irresponsabile, che rischia di innescare una nuova ondata di violenza e di isolare Israele sul piano internazionale. Un tale passo viola il diritto internazionale e dell’Onu, crea una discriminazione istituzionalizzata. L’annessione rappresenta quindi un pericolo irreversibile e costituisce una minaccia esistenziale per i palestinesi, per gli israeliani, per la stabilità regionale e per un ordine globale già fragile. L’annessione unilaterale è un atto di coercizione che codifica la disuguaglianza e si fa beffe della dignità umana. A muovere Netanyahu non vi sono ragioni di sicurezza, bensì la volontà di portare a compimento quello che è sempre stato il disegno della destra più oltranzista: la grande Israele. È una scelta ideologica, prim’ancora che politica. Dietro a essa c’è una visione messianica di Israele, un misto di ultra nazionalismo e fanatismo religioso. A ispirarla è l’idea di un Paese in trincea, sempre alle prese con un Nemico, sia esterno che interno. Ma il sionismo non è stato mai questo. I fondatori dello Stato d’Israele erano animati da una concezione aperta, inclusiva, dello stesso ebraismo e il loro sogno era quello di far vivere un Paese “normale”, che non aveva missioni divine, da popolo eletto, da dover condurre né territori da conquistare in nome di “Eretz Israel”, la sacra Terra d’Israele. Mio nonno, Yitzhak Rabin ha trascorso gran parte della sua vita a combattere i nemici d’Israele: alla storia è passata una foto, che conservo gelosamente, di lui e Moshe Dayan al Muro del Pianto, dopo la vittoria nella Guerra dei Sei giorni. Ma quella guerra, nella visione di coloro che la combatterono veramente, era comunque una guerra di difesa, che non aveva nulla di mistico: una narrazione che invece fu portata avanti dalla destra oltranzista. L’Israele di Yitzhak Rabin era un Paese orgoglioso dei suoi successi in campo economico, dell’innovazione tecnologica, oltre che fiero di Tsahal, il suo esercito. Ma mio nonno era anche consapevole che la sicurezza d’Israele non può reggersi sempre e solo sulla forza militare, e che la pace comporta anche il riconoscimento dell’altro da sé, in questo caso dei Palestinesi, e necessita di compromessi. E la pace la si fa con il nemico. Per lui, mi creda, non fu facile stringere la mano a Yasser Arafat, quel giorno di settembre del 1993 alla Casa Bianca, davanti agli occhi di tutto il mondo e, quello che per lui contava sopra di ogni altra cosa, agli occhi del popolo d’Israele. No, non fu affatto facile, ma lo fece per dimostrare che il dialogo era possibile, e che la più grande vittoria che Israele avrebbe potuto conquistare era quella di una pace nella sicurezza. Per averci provato, è stato accusato dalla destra di essere un traditore, che aveva svenduto Israele ai terroristi di Arafat. Forse Yigal Amir (il giovane estremista di destra che assassinò Rabin, ndr) ha agito da solo, ma una cosa è certa: in molti hanno ideologicamente armato la sua mano, e alcuni hanno anche provato a giustificare, se non addirittura a esaltare, il suo gesto criminale. L’odio è un virus letale, che può portare a uccidere una persona o a distruggere le fondamenta di una convivenza civile tra cittadini dello stesso Paese. Ma a questa deriva io non mi arrendo, né la ritengo iscritta in un destino ineluttabile per il Paese che amo.

Dell’attuale governo fa parte, come ministro della Difesa e co-premier anche il leader di Blu e bianco Benny Gantz. Lei nelle precedenti elezioni aveva sostenuto la candidatura a Primo Ministro dell’ex Capo di Stato Maggiore. Alla luce di tutto ciò Lei si sente tradita?
Più che tradita mi sento, e come me tantissimi altri, delusa, amareggiata. Gantz si era presentato come l’uomo del cambiamento, come un’alternativa, e non come un vassallo dal volto pulito, a Netanyahu. La realtà è stata un’altra: Gantz, pur di andare al potere, ha spaccato il suo partito (Blu e Bianco, ndr), avallato il piano Trump, e ora cerca di ritagliarsi un ruolo di “moderatore” rispetto ai propositi di Netanyahu di annettere il 30% della Cisgiordania. Ma il problema non è la dimensione dell’annessione, è l’annessione in sé. È la logica che la sottende, e le conseguenze che inevitabilmente scatenerà. Mi lasci aggiungere che in gioco non c’è solo la pace con i palestinesi, ma anche l’identità stessa di Israele. A rischio vi sono i due pilastri che sono stati a fondamento della nascita dello stato di Israele: l’identità ebraica e la democrazia. Tutto il mondo è alle prese con la crisi pandemica che ha ricadute pesantissime non solo sul piano della salute ma anche dal punto di vista economico e sociale. Eppure in Israele la priorità del governo sembra essere quella dell’annessione. Siamo davvero fuori dal mondo!

Perché questi due pilastri sarebbero a rischio?
Perché annettersi territori occupati significa “inglobare” anche i loro abitanti palestinesi. Cosa ne sarebbe di loro? Di certo Netanyahu e i suoi sostenitori non intendono farne cittadini di Israele, con tutti i diritti anche elettorali che ciò comporterebbe. L’annessione istituzionalizzerebbe l’apartheid, e così facendo darebbe un colpo mortale alla nostra democrazia. L’annessione sarebbe la morte del sionismo.

Tra i sostenitori esterni di Netanyahu, al primo posto c’è senz’altro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Purtroppo è così. Senza il totale, incondizionato appoggio di Trump, Netanyahu non si sarebbe spinto a tanto. A Trump non interessa la sicurezza di Israele, tanto meno una pace giusta e duratura, fondata sulla soluzione “a due Stati”. Trump è in piena campagna presidenziale e avallare l’annessione significa per lui garantirsi il sostegno degli evangelici ancor più che delle componenti più conservatrici dell’ebraismo americano. Sia per Netanyahu che per Trump il fattore-tempo è decisivo: bisogna chiudere prima del 3 Novembre, quando gli americani decideranno il nuovo presidente e, se come spero e come sembrano indicare tutti i sondaggi dovesse vincere il candidato democratico Joe Biden, le cose nei rapporti tra Israele e Usa potrebbero cambiare, e di certo Netanyahu non avrebbe carta bianca come gli è stata garantita non avrebbe quell’assoluta libertà di manovra che ha sempre ricevuto dal suo amico Donald.

Nel mondo si moltiplicano gli appelli contro l’annessione. Netanyahu ne terrà conto ?
Conoscendolo, non credo proprio. Per lui ciò che importa veramente è il sostegno dell’America. Ma queste prese di posizione aiutano quanto in Israele? Continuano a battersi e a manifestare contro l’annessione. Sapere che nel mondo sono in tanti a dire “no”, e tra questi anche personalità non certo sospettabili di essere filopalestinesi, come il premier britannico Boris Johnson, questo ci dà speranza e forza per continuare la nostra lotta.

Il grande storico israeliano, recentemente scomparso, Zeev Sternhel, sosteneva che l’oppressione verso il popolo palestinese e ora il piano di annessione sanciscono la morte del sionismo così come era stato concepito dai fondatori dello Stato di Israele. E’ anche Lei di questo avviso?
Assolutamente sì! I fondatori dello Stato di Israele avevano realizzato il sogno di un focolare nazionale ebraico come una casa sicura per quanti erano sopravvissuti alla Shoah. Non erano animati da visioni messianiche da popolo eletto, ma intendevano edificare uno Stato che non emarginava ma includeva. È questa l’idea di Israele in cui io continuo a credere e per la quale continuerò a battermi. La sicurezza di Israele non passa attraverso l’oppressione di un altro popolo.

Ma Netanyahu potrebbe replicare che dietro di lui ha una solida maggioranza di governo.
Per tenere insieme questa maggioranza ha dovuto moltiplicare all’invero simile il numero di ministri e vice. Il collante di questo governo è il potere e non una visione condivisa di ciò che dovrebbe essere il futuro di Israele. La politica non è riducibile a un pallottoliere. Le manifestazioni di queste settimane, nonostante il coronavirus, dimostrano che c’è un Israele del dialogo che non si è arresa. Di essa fanno parte ebrei e arabi israeliani, uniti da una comune idea di convivenza e di pace. Ed è importante che di questo movimento siano protagoniste le donne con la loro determinazione e la loro concretezza. L’annessione infatti incarna anche l’esclusione di genere. È stata concepita quasi interamente da uomini senza alcun riferimento alle diverse prospettive delle donne di diverse estrazioni sociali. Non so se l’Israele del dialogo rappresenti oggi la maggioranza degli israeliani, ma mio nonno ha insegnato che un vero leader, un grande statista è colui che sa andare controcorrente quando è necessario. Ma questa grandezza non è propria di coloro che oggi governano Israele.

A conclusione di questo nostro colloquio, le chiedo: dove sta andando Israele?
È una domanda a cui è doloroso più che difficile rispondere. Sono orgogliosa del mio Paese, dell’ingegno, del coraggio, della determinazione che hanno caratterizzato la nostra ancora giovane esistenza come stato, ma al tempo stesso ho paura della deriva “fondamentalista” che rischia di ipotecare il nostro futuro, soprattutto quello dei giovani. Lo dico anzitutto come madre. So che non sono la sola a pensarlo. Nel Paese si sta saldando la protesta sociale, come testimonia la grande manifestazione di sabato scorso in piazza Rabin a Tel-Aviv, con la crescita di un movimento contro i piani di annessione. In passato, nei momenti più difficili Israele si è rivolto ai suoi “grandi vecchi”. Oggi, purtroppo, non esistono più. Ma questa consapevolezza deve moltiplicare le nostre energie e unirci sempre più per difendere Israele, la pace è la sua democrazia.