La telefonata è arrivata verso le 19 dell’altro ieri. Alla moglie di Mario Barone era stato annunciato che il marito sarebbe uscito entro un’ora dall’inferno, ovvero dal carcere di Poggioreale. Barone, 41 anni, ha dovuto attendere tre anni prima di ottenere il regime detentivo degli arresti domiciliari. La sua storia è una delle tante eclatanti che hanno dimostrato il corto circuito burocratico di una giustizia italiana che nega i diritti ai cittadini. Cardiopatico e dal peso di 270 chili, Barone si è visto riaprire le porte del carcere nel 2019. Doveva finire di scontare la sua pena: 5 anni di detenzione. Ora dovrà trascorrere i restanti 1 anno e 4 mesi a casa. Dopo un intervento alla gamba che lo ha costretto sulla sedia a rotelle, tre ricoveri e due fratture, Il Tribunale di sorveglianza ha autorizzato il suo trasferimento ai domiciliari.

«Una vicenda incredibile – ha spiegato a Il Riformista l’avvocato difensore Salvatore Rotondo – Già da quando ho avuto la possibilità di occuparmi del caso, ho compreso la gravità della situazione. Sono stato costretto a incontrare il mio assistito, non negli spazi adibiti ai colloqui, ma nel suo padiglione. Il motivo? Essendo il signor Barone affetto da obesità e stando sulla sedia a rotelle, era impossibile spostarlo con facilità». In passato, il letto della cella su cui dormiva il 41enne non ha retto al suo peso, la caduta gli ha causato una frattura alla clavicola. Barone è stato poi trasferito presso il reparto detentivo ospedaliero San Paolo. Quest’anno, per lo stesso motivo, il 41enne è stato ricoverato all’Ospedale del Mare per una frattura al bacino. Nel mezzo, lo scorso giugno, un ricovero all’ospedale Cardarelli, questa volta a causa di alcune complicazioni cardiache.

«Dal nosocomio napoletano, il più grande del Mezzogiorno, sono stati costretti a trasferirlo perché non ci sono più posti letto disponibili per i detenuti», ha dichiarato il Garante regionale per i diritti dei reclusi Samuele Ciambriello. «Ho presentato diverse istanze al magistrato di sorveglianza – ha affermato l’avvocato Rotondo – ma la burocrazia è nemica della giustizia. Ci sono dei problemi cronici: mancanza di risorse, di personale e nessun collegamento diretto tra i penitenziari e le autorità di sorveglianza. Questo – ha continuato Rotondo – rende biblici i tempi delle procedure. E sono diversi i casi allarmanti, da un punto di vista sanitario che meriterebbero tempestività». «Abbiamo fatto una battaglia per Barone – ha detto il Garante Ciambriello – Il problema sta nel comprendere il concetto di pericolosità. Che pericolo può costituire un detenuto come Barone, impossibilitato a muoversi? Perché tenerlo in carcere, contesto dove regna il sovraffollato?». La risposta andrebbe data ad altri due detenuti, sempre reclusi a Poggioreale. Uno ha 90 anni, l’altro soffre anche lui di obesità, pesa 170 chili e un mese fa è stato intubato al Cardarelli. Si chiama Gerardo Di Scala, ha 44 anni ed è ischitano. Detenuto per reati minori, finirà di scontare la sua pena a giugno del 2023. Come Barone è cardiopatico ma in più soffre di ipertensione.

L’avvocato Rotondo si sta occupando anche di questo caso: «In Italia ci sono molte difficoltà nell’applicazione delle pene alternative – ha concluso il legale – Detenuti per reati minori con pochi anni da scontare, alcuni sono anziani e malati potrebbero stare a casa o rientrare nei regimi di messa alla prova. Dimentichiamo che anche i detenuti sono persone che magari hanno una famiglia che li aspetta». Ma questo nel Belpaese non avviene. Perché non sono soltanto i tribunali di sorveglianza a non funzionare in modo adeguato. Anche gli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe) non sono in grado di garantire un servizio giusto, efficiente ed efficace. Nel frattempo i diritti degli esseri umani sono calpestati e lo Stato sta continuando a girarsi dall’altra parte.