Mille giorni dopo
Oltre la banalità e la propaganda, Israele sta lottando perché dal 7 ottobre emerga un nuovo senso di vita
Come si racconta una storia già nota? Come si evitano ripetizioni, quando di un fatto si conoscono anche i minimi dettagli? La banalità è un errore che nella memoria del 7 ottobre non si può commettere. Ancora meno la propaganda. Sderot, Kfar Aza, il Nova festival. Sono passati poco più di mille giorni dal più grande massacro nella storia di Israele. La sua “via dolorosa” viene percorsa in continuazione da giornalisti, osservatori, studenti e famiglie.
Scrutano Gaza dalle colline adiacenti alla Striscia. Camminano in silenzio tra le case distrutte dei kibbutz. Scattano foto e girano video. Infine, si fermano a leggere una delle tante biografie scritte sulle colonnine e sui ceppi eretti a memoria dei giovani falciati dalla furia di Hamas. Del 7 ottobre si continua a scrivere. Ogni giorno. Chi odia Israele dice che è già stato fatto fin troppo. E non abbastanza per i morti a Gaza. Eppure, se c’è ancora qualcuno che scuote il capo per quello che lo Stato ebraico sta facendo, vuol dire che quel giorno non è stato raccontato a dovere.
È difficile mantenere in vita il dolore di un posto che, prima o poi, dovrà essere consegnato alla Storia. Metabolizzare il lutto significa chiudere i conti con quanto è successo. Senza dimenticare. Nella tradizione ebraica, sulle tombe non si portano fiori. Vi si appoggiano invece delle pietre. Perché non appassiscono e non volano via con il vento. Al contrario, le pietre sono fisse. Ricordano. E hanno un peso. Sono definitive. Il problema è con il 7 ottobre i conti non sono ancora chiusi.
La ferita continua a sanguinare. Ancora oggi, i paramedici della Zaka, l’organizzazione specializzata nel recupero dei corpi delle vittime – intervenuti anche nella tragedia di Crans-Montana – sono impegnati nel rinvenire i resti dei morti di mille e passa giorni fa. Per le famiglie di chi è stato ucciso questo vuol dire riaprire il lutto. Riesumare il corpo, ricomporlo e azzerare la Shivà (i sette giorni di lutto previsti dall’ebraismo). Come si mette una pietra in una tale situazione? Come si scrive la parola “Fine” al 7 ottobre 2023?
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Tanto più che il nemico non aiuta. Il triangolo dell’odio – Hamas, Hezbollah, Iran – non è stato ancora abbattuto. Al contrario, rappresenta una minaccia che una società sfregiata non può che accogliere con paura. E quindi in modo scomposto. E mentre al di là della Striscia il problema è stato risolto con un’apologia collettiva della morte, Israele sta lottando perché dal 7 ottobre emerga un nuovo senso di vita. Com’ė stato dopo la Shoah. Con il tempo, questa ferita dovrà chiudersi. Sopra la cicatrice che verrà, Israele dovrà poggiare una nuova pietra. A ricordo di quel giorno. Come sostegno della vita futura.
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