Quando accadono fatti come il delitto di Colleferro viene subito da seguire la tentazione sociologica. Un ragazzo di colore pestato selvaggiamente da un branco di quattro energumeni fino a morire. Sarebbe facile, si fa per dire, mettere in fila i pezzi e ricondurli a un contesto: quattro bravacci muscolari che hanno smarrito o non hanno avuto mai il senso della civile convivenza, prosciugati nei sentimenti dall’ambiente di un hinterland romano che li riempie solo di un machismo iperindividualista e di rabbia contro tutti e contro tutto ciò che abbia una sembianza di distinzione, razionalità, equilibrio. Roba che loro non possono permettersi, roba buona per spiriti gentili e costumati che si rifugiano ancora nelle buone maniere, nella religione o nella morale.

Da qui a farli passare come eroi che resistono sul fronte della Forza e del loro Superuomismo – lo scrivo così per non confonderlo e nobilitarlo con quello di cui predicavano Nietzsche e Zarathustra – contro una società omologante, viziata, smidollata, egualitarista, evangelica nell’accogliere tutti… il passo è breve, come dimostrano le ondate di solidarietà che un reggimento di haters riversa nella e dalla rete. Una bella spiegazione, non c’è dubbio, di quelle che trovano un senso là dove riesce difficile a trovarlo, partorite dall’intellettuale – o quello che ne resta – che osserva da lontano, consulta l’archivio delle conoscenze, si mette una mano sulla coscienza e manifesta sconcerto di fronte a un altro passo a scendere nell’abisso, per poi redigere la sua bella mappa del disagio/degrado e trarne una diagnosi sul presente/futuro del Paese.

No, non basta più. Non basta più il compitino che constata l’inferno e piange su un paradiso non solo remoto, ma ormai neanche più immaginabile dalle macerie in cui ci troviamo. Lo dico con il paradosso un poco dolente che ciò comporta, perché se rinunciamo alle analisi e alla rivendicazione dell’etica che cosa ci rimane? Il silenzio sdegnato? La constatazione – a rovescio rispetto al Candide di Voltaire – che viviamo nel peggiore dei mondi possibili? L’ennesimo lamento sulla fine della modernità e delle sue illusioni progressiste? Insomma, trappole psico-culturali, oltretutto segnate dall’impotenza e da una ritualità che ne va a vanificare qualunque riverbero sulla Realtà.

Perché di questo dobbiamo prendere atto, della divaricazione che rischia di essere irreversibile tra il Discorso e la Realtà, le parole, le (buone) intenzioni, i concetti che non solo non aderiscono e non dicono, ma restano esercizi autoreferenziali, rinserrati nella specularità di chi scrive con il circuito di chi (forse) lo legge. Perché, sarà bene ricordarlo, i violenti di tutte le Colleferro della penisola – e non solo – i giornali non li leggono, i talk-show televisivi, nella loro dialettica di facciata e nel gioco stantìo e rissoso di posizioni che li sostiene, non li guardano, i libri li toccano solo per alimentare ancora di più il rigurgito virulento e la ferocia brutale e totalitaria che li possiede. Quella Realtà sta oltre il paradigma della mediazione, estranea a qualunque logica di conversione e redenzione e non basterà certo un pistolotto o un appello a debellarla o a introdurre un seme di autocoscienza.

E il problema a questo punto è capire se stia rinchiusa in un perimetro a cui diamo anche un’identità territoriale – le periferie – nell’illusione che ci sia ancora un Centro che gli dia solo per questo un luogo anche di senso, oppure stia prendendo potere trasversalmente, stia lavorando ovunque come una marea montante che non bastano le dighe per tenerla sotto controllo, ma sale su, da sotto, dai fondamenti che oscillano e forse non tengono più. In queste occasioni scatta una retorica solidaristica che diventa un riflesso condizionato, all’insegna di «siamo tutti Willy», in una abbraccio solidale e coinvolgente, magari con fiaccolata. Forse, dovremmo aggiungere «siamo anche gli assassini» e non per un malinteso senso di colpa, quanto per dire di una tracimazione del Reale che non può non riguardarci e rischia di relegare in una riserva nostalgica inviti, denunce, accuse…

Di questo Reale dovremmo parlare, del Reale che cova dentro di noi, sotto lo strato di sicurezza della buona coscienza e minaccia di farla sprofondare nel cortocircuito insicurezza-rabbia e nell’erosione della distanza che consente di articolare i giudizi, di dare profondità, riconoscere la complessità, aprirsi alle differenze e al loro valore decisivo nella costruzione di una dinamica individuale e sociale aperta e condivisa. I grandi teorici del potere moderno, nel Seicento, parlavano dello stato di natura, del «bellum omnium contra omnes» e auspicavano la nascita di un Leviatano che con il consenso di tutti esercitasse un potere assoluto.

Viene da chiedersi se non ci troviamo su una soglia terribile in cui l’alternativa sia tra una regressione che tutti riguarda e un potere che, ormai indifferente alla preistoria di Valori ridotti a puro immaginario e nella deriva del Reale, simulando indignazione esercita solo una funzione di performativa amministrazione e controllo. Nel sordo rumore degli haters che si scambiano con gli assassini.