Il Movimento 5 Stelle non esiste più. È esploso, deflagrato. In due tronconi, per non contare le schegge. Giuseppe Conte tira troppo la corda e minaccia di voltare le spalle a Draghi? Ecco pronta la contromossa – tutta draghiana – dei fedelissimi di Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri – diventato uno strenuo atlantista – lancia il suo soggetto politico, Insieme per il Futuro, IF. “Se”, in inglese. La sigla ipotetica ben inquadra un progetto dai contorni ancora incerti. Non sarà, comunque, un gruppetto minore: tra i 50 e i 60 parlamentari sono già in corso di acquisizione. Diamogli tre giorni e il boccino si fermerà verso l’alto. Perché la novità è di quelle che attirano: gruppo parlamentare subito finanziato, uffici stampa pronti, riconferme di candidatura. Stavolta c’è del professionismo, nello staff di Di Maio.

Sono lontani i tempi in cui Giggino, scugnizzo del San Paolo sempre affogato nel suo piumino Ciesse, si lasciava trasportare da entusiasmo e improvvisazione. Adesso è cambiato tutto. Non si fa intimorire più neanche dagli strali di Beppe Grillo. Che sta a Genova, rimanda la discesa romana. E appena intuisce quel che sta per accadere, fa muro contro Di Maio con una intemerata delle sue. Da elevato ispirato. “La luce del sole è il miglior disinfettante. Luce sia, dunque, sulle nostre ferite, sulla palude e sull’oscurità. Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Che lo dica con coraggio e senza espedienti. Deponga le armi di distrazione di massa e parli con onestà”, ha lanciato Grillo sul sacro blog. Eloquente anche il titolo della scomunica scelto per Di Maio: Dyctostelium, un genere di amebe che vivono nel sottobosco. E Conte? Sarebbe furibondo, dicono in giro. Aveva fatto la voce grossa, sì, ma non si aspettava questa reazione. Aveva Di Maio nel mirino, sì. E sperava di isolarlo, alla peggio di contenere le perdite in poche unità. E invece perde molti dei suoi al governo. Il Ministero degli Esteri, filtra dalle stanze di Palazzo Chigi, rimarrà a Di Maio. Poco importa l’indicazione di Conte. E rimangono con Di Maio la vice ministra dell’Economia, Laura Castelli, e il sottosegretario alla Sanità, Pierpaolo Sileri. Va con Di Maio Dalila Nesci, sottosegretaria per la Coesione e il Sud.

Arrivano nelle redazioni, uno dopo l’altro, i nomi dei primi trenta deputati che giurano fedeltà a Di Maio e a Draghi. Anche il deputato Filippo Gallinella, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, annunciato la sua uscita dal gruppo pentastellato. Così come l’economista Vincenzo Presutto, unico M5S in commissione Bilancio al Senato. È uno smacco per Conte. E appare subito evidente che l’operazione è rilevante, non fosse altro che per i numeri che la caratterizzano. Della trama ordita contro Draghi rischia di cadere lui stesso vittima. La verità è che non si fa vedere né a Montecitorio né a Palazzo Madama. Non prima di domani sera quando riunirà i gruppi per una riunione che sembra già scritta sul copione che i suoi spin doctor, R.C. e M.T., hanno approntato nell’afa di queste nottate romane. Altre mani hanno contribuito a mettere insieme la risoluzione sulla quale si ricompatta la maggioranza. E allora cosa avrebbe sospinto il titolare degli Esteri a recidere il cordone ombelicale con il Movimento che gli ha dato i natali? Un progetto politico di più ampia strategia, ci rivelano fonti che vanno da Napoli a Milano.

Insieme per il Futuro è un nome che sarebbe stato condiviso con esponenti centristi che vengono dal centrosinistra. Si fa da più parti il nome di Beppe Sala. I suoi collaboratori non smentiscono del tutto: “Potrebbe valutare, da Milano sono nate tutte le novità rilevanti della politica”, rivendicano. La collocazione è al centro dell’emisfero. E quella sigla “Futuro” ricorda da vicino Italia Futura, il movimento liberale di Montezemolo e Passera che fu il vero primo esordio di Carlo Calenda. Il Riformista è entrato nei registri del server: Di Maio ha acquistato il dominio alle 9.35 di ieri mattina. Segno che la decisione è maturata nella notte, dopo aver acquisito l’adesione crescente dei parlamentari. “I contatti tra il ministro degli Esteri ed i deputati a lui vicini si sono intensificati tra l’altro ieri sera e ieri mattina”, la conferma di un deputato.

Al Riformista Tv parla il senatore Vincenzo Presutto: “La scissione è inevitabile e imminente”, aveva detto lunedì pomeriggio. A non prenderla bene, il pasdaran di Vigna Clara, Alessandro Di Battista. Non ancora partito per l’atteso reportage dal fronte caldo degli hotel moscoviti, Dibba dedica un lungo post alla creatura di Di Maio, pur premettendo che “della nuova scissione del Movimento 5 stelle (ricordo che ne avvenne già una dopo l’ok al governo Draghi) e della nascita del nuovo gruppo “atlantisti e europeisti” o “moderati e liberali”, non mi importa nulla. Ho lasciato il Movimento esclusivamente per questioni politiche quando venne presa la decisione scellerata (e suicida) di entrare nel governo dell’assembramento”.

Ma avvisando che “ciò che avviene oggi è soprattutto frutto di quei giorni. Un movimento nato per non governare con nessuno ha il diritto di evolversi e governare con qualcuno (mantenendo, ovviamente, la maggioranza nel consiglio dei ministri) per portare a casa risultati. Non ha alcun diritto di governare con tutti per portare a casa comode poltrone. Si chiama ignobile tradimento. Non senso DI responsabilità. Forse adesso, e soltanto adesso, alcuni attivisti del Movimento stanno comprendendo le ragioni delle mie scelte passate”. Mentre Matteo Renzi e Carlo Calenda festeggiano per la rottura del M5S, nel Pd si ripercorrono con apprensione le ultime ore, con la difficile trattativa sulla risoluzione sull’Ucraina. Enrico Letta ha avuto contatti sia con Giuseppe Conte sia con Luigi Di Maio: “Fate in modo che lo scontro non ricada sul governo e sulla politica estera italiana” il messaggio che ha voluto dare il segretario Pd a entrambi. I dem hanno comunque accolto con soddisfazione il fatto che, alla fine, tutti i 5 stelle abbiano votato la mozione. Ma ritengono molto grave il fatto che si sia rischiata una crisi per dinamiche interne.

I partiti di centro, per adesso, non sembrano intenzionati a dialogare con la formazione di Di Maio: “Per chi non è mai sceso a patti con i 5S, non ci ha mai fatto un governo politico, rinunciando anche a cariche e ruoli, ha sempre messo in guardia il Paese sulla loro inconsistenza, oggi è una bella giornata”, ha scritto Carlo Calenda. “Si dissolve il nulla”. E per Matteo Renzi “ieri è finita la storia del Movimento 5 Stelle”. Il posto di segretario generale della Nato, ci suggeriscono, gira e rigira può andare a finire proprio all’attuale ministro degli Esteri, che è stato due volte Vice presidente del Consiglio. “Questo giustificherebbe la professione di fede atlantista stampata nell’identikit del nuovo soggetto politico”, sibila l’esponente di un partito di centro. Il campo che dovrebbe accogliere Luigino lo guarda ancora con sospetto. Se per i contiani era diventato un “corpo estraneo”, lo stesso dicasi per i renziani, gli azionisti e i centristi. In quell’area si fa timidamente largo l’opzione delle “primarie di centro”.

Con la prospettiva distopica di un gazebo dove si potrebbe scegliere tra Calenda, Renzi e Di Maio quale leader del medesimo rassemblement. Nel Pd si segue con attenzione l’evoluzione della vicenda: lo schema politico resta lo stesso, dicono al Nazareno. Vanno aggregate tutte le forze progressiste, democratiche e riformiste. Il Pd è il baricentro ed è tutto sommato in buona salute. Vanno considerate le prospettive. Conte si sta dimostrando il peggior investimento mai fatto dai Dem. Un gigantesco abbaglio. E tra i due litiganti, a dirla tutta, il più affidabile per i Dem è oggi Di Maio. Riunione fissata in tarda serata, a rotative in movimento, quando uno dei pretoriani di Di Maio annuncia: “Ci stiamo organizzando, ma c’è l’idea dI fare il punto già nelle prossime ore…”.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.