Non solo i ritardi nelle consegne da parte delle case farmaceutiche che si sono già viste approvare il proprio vaccino da Ema e Aifa. Dietro l’andamento lento del piano vaccinale in Italia ci sono più fattori, dall’archiviazione del sistema ideato dall’ormai ex commissario per l’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri, le sue ‘Primule’, ai dubbi e incertezze in particolare sul vaccino britannico di AstraZeneca, che il nostro Paese ha prenotato per ben 40 milioni di dosi.

Sul ridotto utilizzo del vaccino prodotto dalla società inglese parlano i numeri: ad oggi sono state somministrate 404mila dosi, il 26 per cento del totale consegnato. Ben diversi i numeri invece per quello di Pfizer-BioNTech, che sfiora il 90 per cento.

Un primo problema in merito alle mancate somministrazioni arriva dall’incertezza mostrata dalla stessa Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per quanto riguarda le categorie da poter vaccinare con AstraZeneca. Inizialmente infatti l’Aifa ne aveva raccomandato l’uso per le persone tra i 18 e i 55 anni, al contrario l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, aveva espresso parere favorevole alla somministrazione senza limiti di età. Solo successivamente l’Aifa ha quindi fatto parziale marcia indietro, estendendo il limite a 65 anni. Al momento però la campagna vaccinale in Italia sta ancora coinvolgendo in larga parte la popolazione più anziana, motivo per il quale migliaia di dosi del vaccino AstraZeneca sono attualmente custodite nei frigoriferi delle varie aziende sanitarie italiane in attesa di essere utilizzate.

Ma nei confronti di AstraZeneca c’è una diffidenza di fondo che non riguarda quelli di Moderna e Pfizer-BioNTech. In molti infatti lo considerano un vaccino “di serie B”, e non solo in Italia. A dimostrare scetticismo sono per esempio i sindacati di alcune categorie che potrebbero essere coinvolte nell’uso del vaccino inglese: parliamo dei sindacati di polizia e della scuola, che lamentano infatti una presunta “minore efficienza” di AstraZeneca rispetto ai più ‘ambiti’ Moderna e Pfizer-BioNTech. Ma dubbi sono stati espressi dagli stessi medici: molti medici liberi professionisti sotto i 55 anni non ritengono il vaccino britannico “confacente al loro rischio professionale”, ha spiegato all’Ansa il presidente dell’Ordine dei medici di Roma Antonio Magi.

In realtà, nei Paesi dove la campagna vaccinale è in fase più avanzata rispetto all’Italia, i dati su AstraZeneca ne confermano l’efficacia. Un esempio è lo studio condotto in Scozia dall’Università di Edimburgo che ha confrontato i risultati emersi dalla somministrazione di poco più di un milione di dosi di vaccino tra l’8 dicembre e il 15 febbraio di quest’anno, di cui 650mila con Pfizer-BioNTech e 490mila con AstraZeneca.

I risultati evidenziano l’efficacia del vaccino avvolto dallo scetticismo: a quattro settimane dalla somministrazione della prima dose il vaccino di AstraZeneca ha portato a una riduzione dei ricoveri fino al 94 per cento, quello di Pfizer-BioNTech fino all’85 per cento. Buoni i risultati anche considerando le persone più anziane: in questo caso la riduzione del rischio di ricovero si è ridotta dell’81%.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia