Abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa. Inesistenti. Ecco come si può spezzare il cuore di una persona per bene. Ecco come si può morire di ingiustizia in Calabria. Dopo l’arresto non era stato più lo stesso. Poi, un mese fa, la frattura del femore e un attacco cardiaco. È morto due giorni fa a Crotone a 72 anni l’ingegner Ottavio Rizzuto, vittima di ingiustizia delle inchieste calabresi dello “stile Gratteri”.

Dell’inchiesta giudiziaria che lo ha visto in manette nel solito blitz finito rapidamente in briciole non si parla nel post su Facebook del Comune di Crotone, dove Rizzuto è stato consigliere e assessore, che lo ha voluto ricordare come colui che «aveva una visione moderna della città e ha incisivamente contribuito al suo sviluppo». Ma la sua storia aleggia nelle centinaia di messaggi di elogio e rimpianto di cittadini della patria di Pitagora, che non lo ricordano certo come imputato del processo “Thomas”, uno dei tanti nomignoli che, si spera, non esisteranno più in futuro. Ma come rappresentante delle istituzioni di cui essere fieri.

Sarà anche una storia piccola, di quelle che non interessano se non ai giornali locali (onore a La nuova Calabria e al cronista Edoardo Corasaniti, gli unici a non abbeverarsi al verbo sacro del principe Gratteri), ma potremmo suggerire a Giovanni Floris o ad altri conduttori di talk, la prossima volta in cui inviteranno il procuratore di Catanzaro, di fargli una domanda anche su questo “piccolo caso”, che ha spezzato il cuore all’ex responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Cutro dal 2010 al 2014. E sì, perché è a causa di quel suo ruolo del passato che all’alba del 15 gennaio 2020, gli uomini della guardia di finanza hanno bussato alla sua porta e lo hanno ammanettato.

L’ordinanza di custodia cautelare ricalca lo schema classico: abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa. Chi va in carcere per un presunto abuso d’ufficio? Nessuno. Ma se gli appiccichi il reato che non c’è, l’evanescenza (come direbbe l’ottimo Otello Lupacchini) del concorso esterno, cioè la maledizione del reato associativo che tutto consente, ecco che hai già raggiunto almeno due risultati. Quello di terrorizzare il malcapitato (e chissà mai si trasformi in “pentito”), e di guadagnarsi una qualche prima pagina. Almeno sui giornali di Calabria, se si tratta di un amministratore locale. Forse si va in nazionale, se colpisci il governatore o il presidente del Consiglio regionale. Per fare tombola bisogna almeno inquisire il segretario nazionale di un partito, come è capitato con Lorenzo Cesa.

Contro Ottavio Rizzuto l’indizio principale era la parola “contabilità”, che nella trascrizione dell’intercettazione è diventata, non si sa come, “contiguità”. L’ingegnare spiega alle ditte fornitrici di pretendere il migliore calcestruzzo con la disponibilità di riconoscere, “in contabilità”, una somma aggiuntiva a quella richiesta. Purché la merce sia la migliore. Che cosa c’entro la “contiguità” non è chiaro. E neanche il gip deve esser stato poi così convinto se, dieci giorni dopo aver firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, l’aveva già sostituita con i domiciliari. Ma sarà poi il tribunale del riesame, cui si erano rivolti gli avvocati Tiziano Saporito e Sandro Funaro, a rendere Ottavio Rizzuto un uomo libero dopo 16 giorni. Si dirà che c’erano anche i “pentiti”. Ma i giudici del tribunale sono stati espliciti. Dopo aver scritto che “Rizzuto non era a disposizione del boss”, hanno bollato come “generico ed erroneo” il famoso contributo dei collaboratori. L’ipotesi accusatoria della procura antimafia di Catanzaro non esiste più. Neanche Ottavio Rizzuto però.

Del resto tutta questa tipologia di inchieste, che dovrebbero dimostrare come qualunque accadimento di Calabria fa parte di un unico disegno criminoso e mafioso, cioè che tutto è ‘ndrangheta, finisce con il non dare i suoi frutti neanche dal punto di vista processuale. Parliamo di “Rinascita Scott”, il maxi dal numero di imputati così sterminato da perderne il conto. Nell’aula bunker di Lametia, dove è in corso il processo di primo grado, alla sbarra sono in 300. Poi ci sono altri 91 che hanno scelto (o subìto) il rito abbreviato e 14 sono stati spediti in corte d’assise perché devono rispondere di reati più gravi.

Per quattro di questi è arrivata nei giorni scorsi la sentenza, la prima dal blitz del 19 dicembre 2019: tre condanne e un’assoluzione, un discreto risultato per l’accusa, dal punto di vista matematico. Anche se l’errore è comunque del 25%. Ma il punto non è questo. Il problema vero è che si è scomodato il tribunale popolare (e non parliamo dei costi) per una tentata estorsione di 3200 euro. Sì, tremiladuecento! Perché non esisteva il presunto sequestro di persona, perché, benché sia stato usato un metodo mafioso nel tentare l’estorsione, non c’era nessun collegamento con la ‘ndrangheta. E per i tre condannati le pene sono state comunque dimezzate. Un bel successo, la prima sentenza, per l’emulo di Giovanni Falcone.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.