Alcuni sondaggi apparsi in questi giorni (caratterizzati dalla fine del Conte 2 e dall’inizio delle consultazioni per formare il nuovo governo Draghi) ci danno un quadro illuminante – e talvolta sorprendente – dell’opinione pubblica del nostro paese in questo periodo. Il primo dato degno di nota è il perdurare della grande popolarità del Primo Ministro uscente, Giuseppe Conte. Malgrado i giudizi critici sul Governo da lui presieduto, ha accumulato – e mantiene – un largo consenso tra gli italiani.

Un sondaggio Demos, pubblicato domenica su Repubblica, gli assegna il 65% di popolarità, con un aumento rispetto a quanto rilevato nell’autunno scorso e una posizione in classifica seconda solo a quella di Mario Draghi che, comprensibilmente, accende gli entusiasmi degli italiani arrivando al 73%. Non solo: un altro sondaggio Ipsos, pubblicato sabato sul Corriere della Sera, indica che Conte venga individuato come il leader politico che, sino a questo momento, è percepito come “uscito meglio” dalla crisi. Insomma, sembrerebbe che anche la sua ultima conferenza stampa, su un tavolino di fronte a Palazzo Chigi, molto sbeffeggiata dalle opposizioni e da alcuni media, gli abbia procurato consenso e seguito. Il suo tono e il suo modo di fare continua, malgrado tutto, a piacere a una quota considerevole di italiani.

Che farà Conte per non disperdere questo grande patrimonio di popolarità? Adesso deve scegliere il suo futuro. È improbabile che, a questo punto, fondi un suo partito (che pure è stato stimato con un seguito dal 10 al 19%). Potrebbe diventare leader dei M5S, ridando coesione ai grillini, che sono in questo momento divisi in mille rivoli. Come si sa, il Movimento di Grillo ha fallito completamente nella sua ambizione originaria di rinnovare il Paese, reclutando in Parlamento militanti poco competenti e capaci e, di fronte alle difficoltà di passare dall’enunciare slogan a governare veramente, si è rapidamente assuefatto alle logiche del potere. Diminuendo così progressivamente il consenso accumulato tra i cittadini: una recente stima elaborata da Eumetra gli assegna oggi il 14,6% rispetto al 32,7% ottenuto alle ultime politiche ed è ragionevole supporre che, in caso di elezioni “vere”, il suo seguito si assottigli ancora. Solo una svolta efficace può salvarlo dalla dissoluzione in poco tempo. E forse Conte può imprimere questa virata. Bisognerà vedere però le reazioni della composita e multiforme base degli attuali elettori grillini.

Ma anche il principale alleato dei 5 stelle, il Pd, non è messo tanto bene. Molti sostengono che la gestione Zingaretti è consistita in un vero e proprio accodamento al pentastellati. E, sempre secondo Demos, il leader del Pd è meno popolare di altri suoi colleghi di partito (come Franceschini) e dello stesso Berlusconi. Alcuni osservatori hanno sostenuto che Zingaretti avrebbe dovuto fare lui ciò che ha fatto Renzi, alzando la voce in seno al Governo Conte 2 e insistendo per la realizzazione di alcuni contenuti, anche se ostici ai 5 stelle. Ma l’impossibilità di muoversi, specialmente dati i conflitti interni al suo partito (il Pd è tuttora spaccato tra ex comunisti, ex cattolici e liberal) ha impedito a Zingaretti di prendere una qualche iniziativa in questo senso.

È assai probabile che, una volta risolta la crisi di Governo, il Pd, malgrado continui a mantenere nel Paese un consenso superiore a quanto ottenuto nelle ultime elezioni (secondo Eumetra ha il 19,8%, con una leggera diminuzione rispetto alla settimana scorsa) vada incontro ad un acceso chiarimento interno. Secondo il sondaggio Ipsos apparso sul Corriere, Renzi viene considerato dagli intervistati il personaggio nettamente “uscito peggio” dalla crisi: lo pensa quasi metà degli italiani. In realtà non è così. Il leader fiorentino si è dimostrato un abile stratega e “manovratore” della politica del nostro Paese. È a corto di consensi popolari (risulta penultimo nella graduatoria di popolarità pubblicata da Demos, seguito solo da Beppe Grillo e il suo partito, Italia Viva, è al 3,3% con un modesto incremento ottenuto in questi ultimi giorni) forse data la sua spregiudicatezza e il suo carattere talvolta un po’ guascone, ma si può star certi che conterà ancora molto sullo scenario del nostro paese.

Volgendo lo sguardo al centrodestra, il già citato sondaggio Ipsos ci rivela come la netta maggioranza (60%) degli elettori di Fratelli d’Italia veda (in misura maggiore di quanto riscontrato tra i votanti per la Lega) con favore il futuro Governo Draghi, in contrasto, dunque, con la linea imposta da Giorgia Meloni. Ciò potrebbe suggerire che la posizione intransigente della leader, se mantenuta, potrebbe portare in futuro ad una fuoriuscita dei consensi dal FdI a favore magari della Lega. O, meglio, è ragionevole aspettarsi un flusso incrociato di preferenze di voto da Fratelli d’Italia alla Lega, ma anche viceversa, da parte di quella comunque vasta porzione di elettori leghisti (42%) che non apprezza la svolta impressa in questi giorni al Carroccio da Salvini, con l’appoggio al Governo Draghi.

Ma questo non sarà certo l’unico – e nemmeno il più importante flusso di voti che avrà luogo nei prossimi mesi, dopo l’’insediamento del Governo Draghi. La presenza del nuovo esecutivo porterà infatti a forti spostamenti nella distribuzione delle preferenze (e, di conseguenza, delle intenzioni di voto) degli elettori. Si confermerà – e forse addirittura si accentuerà – la grande mobilità già vista in occasione delle elezioni del 2018. E il probabile mutamento nell’offerta dei partiti – anche forse con la formazione di nuove aggregazioni politiche, specialmente al centro – porterà ad analoghi significativi spostamenti degli orientamenti elettorali. Alcuni osservatori sono arrivati a prevedere che ci sarà un intenso rivolgimento dell’attuale sistema dei partiti e, di conseguenza, delle intenzioni di voto. Di certo, nulla sarà più come prima.