“Tonight is the night”, stanotte è la notte dicono a mezza bocca, con fatica e qualche imbarazzo, da centrodestra e da centrosinistra. Di quello che ne rimane, verrebbe da dire, di entrambe le coalizioni. Quella appena passata è la notte in cui i 1009 Grandi Elettori hanno iniziato a lavorare sul serio su un nome che possa alla fine mettere d’accordo se non tutti almeno la stessa maggioranza che sostiene il governo Draghi.

Perché dopo aver congelato SuperMario in malo modo “in nome della politica” che mal sopporta di avere tra i piedi per altri sette anni questo signore di cui però tutto il mondo si fida e dopo aver tentato, in modo fallimentare, le rose dei nomi, ieri in Transatlantico si ragionava soprattutto su due aspetti affatto laterali: l’eventualità concreta di una crisi di governo e di una brusca interruzione della legislatura, l’esatto contrario di ciò che vuole la quasi totalità dei parlamentari; il rischio di trovarsi in un colpo solo senza Draghi al Quirinale e senza Draghi a palazzo Chigi. Ma non perché il premier abbandoni la nave in difficoltà. Semplicemente perché la nave non sarà più governabile. È stata una serata e una notte di riunioni tanto che alla Camera non c’era posto per tutti. Alle 19 Salvini ha portato i suoi in via Milano, a due passi dalla Banca d’Italia. Alle 21 i 5 Stelle si sono riuniti dalle parti di piazza Bologna. Il Pd aveva prenotato per primo e ha portato i suoi Grandi elettori nella saletta dei gruppi alla Camera.

La coalizione di centrodestra ha rinviato a stamani. Quella di centrosinistra è ai ferri corti. Il segretario Letta è furioso con Conte, le sue iniziative non condivise e il nuovo asse con Salvini. Al momento nessun conclave a pane e acqua come aveva suggerito Letta. Sono bastati telefonini e chat. La prima opzione sul tavolo, anche del centrodestra, dovrebbe essere quella di Pierferdinando Casini. Sull’ex presidente della Camera allo stato ci sarebbe la convergenza dei gruppi centristi, naturalmente, ma anche di Fi. Manca l’ok della Lega che considera Casini “un traditore”. Però Giorgia Meloni, che ieri ha dato una lezione e una prova alla coalizione facendo votare per ben 114 volte, il doppio dei grandi elettori di Fdi, il fondatore del partito Guido Crosetto, ha anche fatto capire a Salvini che il tempo dei giochi è finito e che deve condurre in porto le trattive. In serata, dalla riunione dei 5 Stelle, è arrivato lo stop al nome di Casini, “usciamo dal governo” è la minaccia. Poi smentita dallo staff di Conte.

Mario Draghi non sarebbe ancora fuori dalla corsa perché Giorgia Meloni, a differenza di Salvini e Berlusconi, lo ha sempre visto al Quirinale, una forma anche di assicurazione rispetto alla prossima, attesa premiership del centrodestra. Tra i nomi di alto profilo, sono ancora in gioco l’ex ministro della Giustizia Paola Severino (la porterebbe Conte) e il giurista, ex presidente della Corte Costituzionale Sabino Cassese. Sul suo nome ieri sera c’è stato un piccolo giallo. “Salvini è andato a casa di Cassese” ha rivelato l’edizione on line de Il Foglio. Nel frattempo, tra le 17 e le 18, Salvini rassicurava i cronisti che la “soluzione era vicina” e che aveva “un coniglio nel cilindro”. È stato facile abbinare il coniglio magico al presidente Cassese. Una mossa da fuoriclasse per Salvini se l’avesse veramente realizzata perché Cassese non piace solo a Giuseppe Conte (lo ha paragonato a Orban) ma convince tutti gli altri. Soprattutto il centrosinistra. Che sarebbe rimasto spiazzato. E scavalcato visto che la proposta non è arrivata da Letta. Elucubrazioni inutili: Cassese, un ottimo nome, non è mai stato in pista. E Salvini neppure a casa sua. Sullo sfondo dei vari tavoli, resiste ancora il Mattarella bis: ieri è stato il più votato, ben 125 voti, senza che ci fosse una regia o un ordine. Voti spontanei. Che chiedono stabilità e continuità all’azione di governo. Un segnale preciso. Nonostante lo staff di Mattarella si affretti a postare foto di scatoloni e traslochi.

Ma sicuramente la candidatura che ha tenuto il banco più a lungo ieri è stata quella della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. È durata 24 ore, da martedì pomeriggio a ieri fino alle 17, quando tutte le verifiche hanno dimostrato plasticamente che la seconda carica dello Stato non poteva rischiare l’osso del collo in un roulette tra voti promessi e franchi tiratori. Matteo Salvini ci ha provato in tutti i modi: ha messo i suoi e anche Forza Italia a fare il check dei 450 potenziali voti del centrodestra. Il Transatlantico, i corridoi e le colonne di Montecitorio sono state per tutta la mattina teatro di sondaggi, verifiche, promesse: “Votereste voi Casellati?”. In seconda battuta si è provato anche ad allettare gli appetiti con la promessa della presidenza del Senato, offerta, stando ai boatos, un po’ a tutti, dal Pd a Italia viva passando per i 5 Stelle. Poco prima delle 16 però la conta si è fermata. “Siamo a 380 voti sicuri… difficile arrivare a 505, come si fa a buttare sulla roulette dei franchi tiratori la seconda carica dello Stato” spiegava un leghista addetto al pallottoliere. Intanto Casellati era in aula, al fianco del presidente Fico, “bianca, nulla, Crosetto, Mattarella,Casini…”.

Su una scheda c’era anche il suo nome. Un voto solo finisce, come di regola, nel mucchio dei voti dispersi. Qualche quotidiano on line importante dava una mano con articoli celebrativi: “L’avvocato, il padre partigiano, il figlio direttore d’orchestra…”. Le redazioni si stavano portando avanti con i ritratti. Nelle maratone tv del pomeriggio si ragionava: “Il profilo perfetto, la seconda carica dello Stato, non è divisiva, è stata membro del Csm, potrà quindi guidarlo in una fase così delicata”. Ma tra le 16 e le 17 è arrivato lo stop definitivo. Con un tweet di Enrico Letta: “Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto”. A cui è seguito un messaggio simile di Luigi Di Maio.

Il tweet di Letta ci porta per mano in un’altra questione diventata evidente in questi tre giorni di votazioni per la Presidenza della Repubblica: il disfacimento delle coalizioni, a destra e a sinistra. Mettiamo in fila qualche indizio. Nel tweet il segretario dem Letta punta il dito contro l’alleato che propone un nome con le opposizioni. Nonostante le smentite è difficile non pensare a Giuseppe Conte che da lunedì ha iniziato una strana alleanza con Salvini condividendo con la Lega la candidatura di Franco Frattini. Bloccata questa iniziativa, Giuseppe Conte avrebbe condiviso la candidatura di Casellati. Il tutto alle spalle di Letta e del Pd nonostante i vertici con le sedie messe in circolo. Ieri, tra i tanti rumours di giornata, ne girava uno che parlava di “una nuova edizione di un governo gialloverde senza il Pd”. Il risultato di tutto questo è certamente una nuova centralità per Conte che rivendica il merito di aver stoppato Draghi. Ma anche un terremoto nella coalizione Pd-M5s-Leu. E anche, soprattutto, nel Movimento 5 Stelle mai così diviso e persino disorientato. Il gruppo di Di Maio è un fedele alleato del Pd e sono tra quelli che ieri hanno votato Mattarella. Il gruppo di Conte punta invece ad avere più autonomia dal nazareno.

Poi ci sono i peones, i cani sciolti. Che sono però un centinaio di voti. Ieri mattina ad esempio, nel pieno della verifica su Casellati, alle 10 e 30 i capannelli 5 Stelle dentro e fuori la Camera ragionavano sulla bontà della candidatura di Casellati. Nel giro di due-tre ore, a forza di parlare, incontrare e ragionare, si sono fatti l’idea che “Casellati presidente è sicuramente la fine anticipata della legislatura secondo i piani di Salvini”. Una sorta di “Papeete 2 tre anni dopo”, con Conte “alleato di Salvini”. Le possibilità della Presidente del Senato di salire come prima donna al Quirinale sono state sepolte via via che queste convinzioni diventavano quasi certezze nelle teste un po’ confuse dei Grandi Elettori grillini. In assemblea ieri sera Enrico Letta ha rivendicato “l’ottimo lavoro fatto insieme ad Italia viva e a Matteo Renzi per stoppare l’operazione Frattini e Casellati”. Se cala la stella di Conte, il campo largo del Pd si apre verso il centro. La situazione non è migliore nel centrodestra. Basti dire che la rosa di nomi annunciata in pompa magna martedì pomeriggio per essere votata già ieri, non è mai entrata in gioco.

I nomi di Moratti, Pera e Nordio sono durati lo spazio di un mattino. Meloni, che voleva testare Nordio per poi magari andare su Casellati, non c’è rimasta bene. Da qui la decisione di far vedere a Salvini che gli esami ci sono anche lui. La fronda al segretario della Lega va cercata nei 114 voti a Crosetto (più del doppio dei Grandi elettori di Fdi) e nei 19 a Giancarlo Giorgetti.  Forse oggi sarà ancora scheda bianca. “Se non ci sono novità in nottata, domani (oggi, ndr) andremo ancora con scheda bianca e venerdì avremo un Presidente di tutta la maggioranza” ha assicurato il segretario Letta. Qualcuno in Forza Italia ieri sera suggeriva: “Dovremo fare noi una conferenza stampa per lanciare Casini”. Stamani si ricomincia, riunioni, voti, vertici, veleni. Forse un Presidente.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.