Matteo Salvini dice di non essere rimasto troppo impressionato dal rinvio a giudizio di Palermo e di tenere spavaldamente botta. Forse l’aveva messo nel conto, anche se ricordiamo con quanta televisiva fiducia commentava le sensazioni provate dopo la sua deposizione in tribunale dicendosi sicuro di aver spiegato per bene tutto e di essere stato altrettanto ben capito e – come impressione a pelle – approvato.

Poi è arrivata la tranvata, ovvero la decisione di rinviarlo a processo per sequestro di persona, pena massima prevista 15 anni di galera. Il leader leghista non ha fatto una piega, ma noi sì. Noi utenti. Noi cittadini. Anzi – molto meglio – noi persone (proposta: e se la piantassimo di usare “cittadini” che sa di Robespierre e sostituissimo con “persone” un po’ più vicino a Freud e anche a Woody Allen?). Allora: a noi persone vengono i brividi che però non sono più di moda perché il Covid ha fatto sparire l’influenza normale che portava i brividi, ma ci pensa il meccanismo della giustizia italiana a rinnovellarne la gelida sensazione.

Dunque, hanno rinviato Salvini a giudizio per i 147 migranti trattenuti a bordo della Open Arms per una decisione burocratica che secondo Salvini – nella sua qualità e funzione di ministro dell’Interno –era condivisa da tutto il governo cominciando dal gialloverdissimo Conte Avv. Giuseppe, giù giù giù fino all’ex hostess dello stadio Di Maio fuoricorso dr. Giggi e così via. Alla fine lo hanno lasciato solo come un salame, il Matteo di destra, quando anche quello di Italia in Terapia Intensiva gli dava addosso. Noi – come è noto – non amiamo Salvini. Neanche un po’. Ma meno ancora amiamo una giustizia che ha bisogno di un ricovero per essere disintossicata per funzionare come servizio pubblico. Persino qui nella libera repubblica pacatamente rivoluzionaria del Riformista ci permettiamo il lusso di opinioni variate sul come, quanti, quali e in che modo vadano accolti gli emigranti. E quello è un paio di maniche.

Ma l’altro paio di maniche che dovrebbe trovare tutte le persone civili d’accordo è che non si può mandare a processo come un delinquente un ministro che agiva nella collegialità costituzionale di un governo che applicava una sua politica – altrettanto collettiva, collegiale e costituzionale – in tema di immigrazione clandestina. L’assurdità di mandare a processo un ministro per atti di governo compiuti nella sua qualità di membro inter pares del Consiglio dei ministri, dovrebbe far infuriare tutti. Ricordiamo che in Italia e solo in Italia il capo del governo non si chiama primo ministro e neanche capo del governo, perché per Costituzione è soltanto il presidente di un organismo collegiale detto “Consiglio dei ministri”. Una collegialità che fu voluta dai padri costituenti proprio per impedire qualsiasi colpo di genio da capatàz o rischio di superomismo. Da noi e soltanto da noi persino la nomina dei ministri non appartiene al capo del governo ma al capo dello Stato, cosa a nostro parere sbagliatissima, ma tant’è.

Dunque teoricamente un rinvio a giudizio di un ministro degli Interni per atti di governo collegiale dovrebbe, avrebbe dovuto, far insorgere come un sol uomo tutte le forze politiche parlamentari e non, il che però non è accaduto e non accade perché nella nostra democrazia eternamente in boccio, si è stabilito che le elezioni non debbano necessariamente essere considerate cosa buona, qualora ci sia il rischio che vincano gli altri e che dunque non si debba essere troppo schizzinosi sulle questioni di principio, ché tanto si sa, sono marginali. Ma allora proviamo a chiudere il cerchio di questa botte con un richiamo a Matteo Renzi il quale ha fatto alcune cose ottime, fra cui far cadere il governo del genocidio per incompetenza e arroganza e che adesso reclama – giustamente – la riforma della giustizia come una priorità del governo Draghi.

E allora gli chiediamo: ma è lo stesso Renzi che ha votato in Parlamento per il rinvio a giudizio di Salvini. O no? E come fa a trovare che il rinvio a giudizio di Salvini sia un obbrobrio, tanto che chiede – anche per questo – un immediato avvio di umana riforma giudiziaria? Botte piena, va bene. Moglie ubriaca, anche: perché no. Ma ricordiamo che quando Socrate rifiutò l’evasione che gli era stata promessa dallo stesso tribunale che lo aveva ingiustamente condannato a morte, rispose: “Ma che siete matti? Vi immaginate quando morirò e andrò nell’Ade e mi verranno incontro le leggi? Che cosa mi diranno? Ma non eri tu che lodavi la coerenza? E poi? Hai fatto quel che ti tornava più utile personalmente senza vergognarti?”. E fu così che Socrate bevve la cicuta per testardaggine e coerenza, e dicono che è una bevanda pessima, assolutamente da sconsigliare.

Ma viene da chiedersi che cosa dirà Matteo Renzi fra cent’anni quando incontrerà nell’Ade dei fiorentini le ombre della coerenza nella giustizia. Che gli diranno? “Bel paraculo, che sei stato, caro Matteo! Forcaiolo per bassa macelleria in aula e poi fai il garantista a chiacchiere. Guarda che noi nell’Ade siamo morti ma mica siamo grulli. E le cose ce le ricordiamo bene, sai, bellino?”. Certo, l’Ade è un po’ off-topic, però rende l’idea.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.