È morto Raffaele Cutolo, l’uomo che ha “vissuto” tre vite. La prima l’ha bruciata nell’unica scuola che ha potuto frequentare, quella del crimine, un po’ per strada e un po’ in prigione. La seconda l’ha consumata tra delitti e castighi in un carcere “normale”. La terza vita è stata per lui solo castigo, una pena senza fine espiata al carcere “duro”, fino alla morte. È morto lì dove era stato sepolto vivo nel 1995, nella tomba dei “mafiosi per sempre”, gli irredimibili, marchiati a vita dalla pena di infamia che si commina a chi perde la dignità di persona, la speranza, il diritto a una vita civile e sociale.

Con Maurizio Turco ho incontrato Raffaele Cutolo a Belluno nel 2003, alla fine di un giro tra i dannati del 41 bis da cui è poi nato il libro Tortura Democratica. Il regime di carcerazione dura era coperto da un segreto di stato ferreo e la nostra ispezione era considerata una minaccia grave allo Stato e alla sicurezza pubblica. Non potevamo sapere chi erano i detenuti speciali, quanti erano e dove erano detenuti. Da una audizione in parlamento dell’allora capo del DAP sapevamo solo che il 41 bis non albergava “al di sotto di Secondigliano”. Avevamo un punto di partenza e con il già visto e sentito dire dei detenuti potevamo creare la nostra catena di Sant’Antonio che, anello dopo anello, ci avrebbe portato a scoprire la mappa delle Guantanamo italiane.

Cutolo era stato isolato in un’area del carcere riservata tutta a lui. Avevano creato un deserto dove il tempo sembrava essersi fermato, in un luogo non luogo dove regnavano il silenzio, la monotonia e la monocromia tipiche del braccio della morte. In questo deserto chiamato civiltà, quintessenza della privazione della libertà, nel nome della lotta alla mafia, Cutolo era sottoposto a un dominio pieno e incontrollato, un regime di isolamento che lo Stato ha riservato ai nemici dello Stato. Le “regole di Mandela”, adottate dall’ONU nel 2015 in onore dell’ex Presidente del Sudafrica, Nelson Mandela, definiscono isolamento il confinamento per 22 ore o più senza significativi contatti umani e proibiscono perché inumano l’isolamento prolungato, quello superiore e 15 giorni.

L’abbandono di Raffaele Cutolo sul binario morto del sistema penitenziario italiano si è protratto senza interruzioni per oltre 25 anni. La privazione di significativi rapporti umani è durata un quarto di secolo. In questo stato, sono stati compromessi sensi umani fondamentali come la vista e l’udito, sono state interdette facoltà sociali minime come il dialogo e la conoscenza. Gli è stato proibito dire al detenuto nella cella di fronte “buonanotte” prima di dormire o “buon appetito” prima di mangiare perché tali convenevoli avrebbero potuto veicolare un messaggio mafioso. Proibito vedere, proibito sentire, proibito parlare, proibito pensare, proibito amare. È questo il “codice penitenziario del nemico” che vige ormai da trent’anni nel nostro Paese.

Neanche l’età avanzata fino alla soglia naturale del trapasso, una malattia che lo ha scarnificato fino a ridurlo a un mucchietto di ossa, una mente quasi del tutto offuscata, hanno salvato Raffaele Cutolo da un castigo eterno da scontare in un buco, in catene, in isolamento. È morto come un cane, solo e abbandonato nella sua cuccia, senza il conforto di una carezza, una parola, un addio da parte di una persona da lui amata, in un luogo a lui caro. Un giudice gli ha negato perfino il differimento provvisorio della pena perché il boss, pur moribondo, rappresentava ancora un pericolo, non aveva perso tutto il suo carisma, rimaneva ancora un simbolo del male nell’immaginario collettivo. Cosa si pensa di fare, ora che è morto, del suo corpo per cancellare il valore simbolico della sua persona? Dopo aver vietato il funerale, gli negheranno anche una degna sepoltura? Lo seppelliranno in un’altra “area riservata”? Una tomba del 41 bis anche al cimitero? Oppure faranno come con Bin Laden, bruceranno il suo corpo e spargeranno le ceneri nell’Oceano?

Con Cutolo è morto anche lo stato di diritto, lo stato di grazia e giustizia, il senso cristiano di pietà. Il diritto non è un lusso, è un bene essenziale. È il limite insuperabile, la soglia sacra dell’inviolabile che noi Stato, noi comunità fissiamo e imponiamo a noi stessi, nel momento in cui dobbiamo affrontare il male assoluto, il pericolo pubblico, la minaccia terribile alla nostra pace e alla nostra sicurezza. Senza il rispetto del diritto lo stato diventa delittuoso, senza il dono della grazia la giustizia diventa disgraziata. Per questo diciamo “no” alla tortura, “no” alla pena di morte, “no” alla pena fino alla morte, “no” alla morte per pena. Con Cutolo, lo Stato ha superato il limite invalicabile, ha violato la soglia sacra, e ha mostrato la sua faccia feroce. Lo ha tenuto in galera per cinquantasette anni, lo ha condannato alla pena di morte mascherata dell’ergastolo, per un quarto di secolo lo ha sottoposto a un regime di tortura, lo ha sotterrato nella fossa comune dei sepolti vivi.

Uno Stato che si comporta così non è uno stato forte, è uno Stato feroce e violento tanto quanto il delitto dell’uomo che ha condannato e punito fino alla morte. Povero Stato! Fai letteralmente pena. Povera Italia! Un tempo (ormai lontano) culla, oggi tomba del diritto. Non è un mondo migliore, non è una società più civile ciò che resta dopo la morte di Raffaele Cutolo. Se questo è lo Stato che emerge, se questa è la giustizia che è stata fatta.