La riforma Cartabia, la sua entrata in vigore, il futuro della giustizia, le iniziative del nuovo governo. Sono tanti i temi sul tavolo del dibattito giudiziario. La Camera penale di Napoli, presieduta dall’avvocato Marco Campora, ha preso posizione rispetto a tali temi con un documento in cui si analizzano nel dettaglio le criticità della giustizia penale e si elencano proposte, sintetizzabili in dodici punti:

1) Seria e profonda depenalizzazione; 2) Amnistia e indulto; 3) Revisione del catalogo dei reati previsti dal codice penale e dalle leggi penali e delle relative pene; 4) Abrogazione della improcedibilità e ritorno alla prescrizione sostanziale ante-riforma; 5) Sancire con chiarezza, impedendo interpretazioni distorsive, la necessità che vi sia identità tra il giudice che ha assunto le prove e il giudice che emette la sentenza; 6) Abolizione della norma che impone, a pena di inammissibilità dell’impugnazione, il rilascio di una nuova nomina al fine di proporre appello in caso di imputato dichiarato assente nel corso del giudizio di primo grado; 7) Abolizione della norma che impone, a pena di inammissibilità dell’impugnazione, di allegare all’atto una nuova dichiarazione/elezione di domicilio dell’imputato; 8) Rivedere la norma in materia di intercettazioni nel rispetto dei principi sanciti dalla Corte Costituzionale; 9) Ampliamento dei casi in cui è possibile accedere al patteggiamento; 10) Reintroduzione della possibilità di accedere al rito abbreviato per i delitti punibili con la pena dell’ergastolo; 11) Modifica delle disposizioni in tema di custodia cautelare sulla base della proposta contenuta nel recente quesito referendario; 12) Riforma dell’ordinamento accogliendo ed approvando le proposte della “Commissione Giostra”.

«La riforma Cartabia è divenuta legge e tra pochi giorni comincerà ad essere applicata nei Tribunali italiani – si legge nel documento firmato dal presidente Marco Campora e dal segretario Angelo Mastrocola –. Dopo l’incubo del triennio Bonafede, che ha rappresentato senz’altro il punto più basso della giustizia italiana in cui il mix esplosivo tra il più feroce populismo penale e la più grossolana insipienza ha prodotto guasti difficilmente emendabili, le attese erano alte e si auspicava un reale cambio di passo rispetto al nefasto recente passato». La riforma, per i penalisti napoletani, non è tutta da cassare ma non convince affatto. «In questa riforma – dicono i vertici dei penalisti napoletani – c’è sicuramente del buono e sarebbe sciocco non riconoscerlo. Il totem della pena detentiva e del carcere inizia ad essere scalfito dalla possibilità di applicare, già in fase di cognizione, le sanzioni sostitutive che da decenni noi penalisti indicavano quale strada maestra da seguire per assicurare la reale risocializzazione dei condannati, per ridurre i pericoli di recidiva e per dare respiro agli istituti penitenziari ridotti a luoghi crudeli, criminogeni e tecnicamente illegali».

Fiducia, poi, nella giustizia riparativa (sperando che però nei fatti venga realmente messa in atto); ok all’ampliamento del catalogo dei delitti procedibili a querela (anche se sarebbe meglio metterci più coraggio) e delle categorie di reato per le quali può applicarsi la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto. Ok anche alle modifiche del codice di rito che ampliano la democrazia all’interno del processo e potenzialmente attenuano il rischio di arbitrii nella fase investigativa. Ma i veri nodi della giustizia penale, quelli seri, non sono risolti. Un esempio. «La riforma, senza neppure intervenire in modo deciso sul patteggiamento, e cioè sul più laico dei riti alternativi, lungi dall’affrontare i nodi essenziali che ingabbiano e paralizzano la giustizia si limita (oltre ad auspicare che l’udienza preliminare e la nuova udienza pre-dibattimentale sfoltiscano sensibilmente il numero dei processi) a “sponsorizzare” come rito principe del nostro ordinamento il giudizio abbreviato (storicamente la tipologia di giudizio meno adeguata a far emergere una verità processuale che quantomeno tenda ad una verità sostanziale, fondandosi lo stesso su atti strictu sensu polizieschi); arrivando addirittura a prevedere – in aperta distonia con il principio in forza del quale l’imputato ha diritto ad un secondo grado di giudizio nel merito senza subire qualsiasi tipo di condizionamento – lo sconto di pena di un sesto per l’imputato che, condannato in primo grado a seguito di giudizio abbreviato, rinunzi a proporre impugnazione», dicono Campora e Mastrocola.

«La realtà è che la riforma mira a raggiungere un obiettivo (minor numero di processi, maggiore efficienza e più celerità) servendosi di mezzi a nostro parere inadeguati allo scopo. Si limita in gran parte, infatti, ad intervenire sul codice di rito, sulla procedura (che ha esclusivamente funzioni di garanzia e detta le regole del gioco) lasciando per lo più inalterato il codice penale e le migliaia di leggi in materia penale disseminate nelle più disparate disposizioni normative. Di contro, è evidente che l’unico mezzo per ridurre i processi senza diminuire le garanzie dei cittadini (imputati e parti offese) è quello di ridurre in modo significativo il catalogo dei reati attraverso una massiccia depenalizzazione. Vi sono, invero, nel nostro codice e soprattutto nelle cd. leggi speciali centinaia di fattispecie che ben potrebbero essere regolate e demandate ad altre branche dell’ordinamento. Così come – ed al netto dell’ovvia considerazione che per fare qualsiasi tipo di riforma è necessario il consenso della maggioranza parlamentare – sarebbe stato del tutto logico (come di regola è sempre avvenuto di fronte a riforme di una certa rilevanza), al fine di ridurre il cd. arretrato e per consentire alle nuove norme di esplicare i loro effetti, varare un provvedimento di amnistia e di indulto che avrebbe altresì consentito di porre un argine allo sfacelo che registriamo da decenni (ed in modo particolare nell’ultimo anno) negli istituti penitenziari».

Il ragionamento è: se l’intento della riforma è quello di modernizzare il diritto (e il processo) penale e renderlo più mite e meno terribile occorreva intervenire sulla tipologia delle pene e sui limiti edittali previsti dalle varie fattispecie del codice penale, «ancor oggi incentrato esclusivamente sulla pena detentiva in linea con l’ideologia imperante negli anni ‘30», osservano i vertici dei penalisti di Napoli, «limiti che continuano ad essere esorbitanti e che gioco-forza, considerata l’enorme posta in palio, impongono l’aumento progressivo delle garanzie e non già la loro progressiva erosione». «Banalizzando – aggiungono – per ridurre il numero dei processi, e dunque per migliorare l’efficienza e favorire una maggiore celerità, è necessario ridurre l’ambito di intervento del diritto penale a monte, apparendo una mera chimera il raggiungimento dell’obiettivo attraverso vie traverse (il sistema che si auto-regola e che blocca la trasformazione in processi delle centinaia di migliaia di notizie di reato) o peggio attraverso l’erosione delle garanzie e degli spazi di intervento del singolo imputato».

Avatar photo

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).