Spira sull’Italia il vento del garantismo? Pare di sì, nonostante solo un cittadino su cinque sia andato a votare per i referendum sulla giustizia. Intanto perché stiamo sempre parlando di circa dieci milioni di persone, donne e uomini che hanno sfidato il silenzio elettorale del sistema informativo pubblico, la data unica nel giorno più caldo dell’anno, il boicottaggio esplicito di quotidiani come Repubblica, Il Fatto e Domani, la pusillanimità di quelli a maggiore diffusione, la disobbedienza civile di quello che il suo leader Enrico Letta definisce “il primo partito d’Italia”, il Pd. Ma soprattutto l’ostilità feroce e ricattatoria dei veri detentori del potere – quello di toglierti la libertà e quindi la vita – cioè gli uomini in toga. Dieci milioni di eroi, comunque abbiano votato, per il o per il NO.

L’altro motivo per cui pensiamo che, nonostante le apparenze, il venticello del garantismo stia spirando e si stia facendo sentire, è stata la qualità del voto e del suo risultato. La percentuale “schiacciante”, come l’ha definita Carlo Nordio, dei voti positivi su ordinamento giudiziario, separazione delle funzioni e Csm, è lo specchio di una critica forte da parte di molti cittadini sulla fisionomia e il funzionamento della magistratura. È risibile che i rappresentanti del sindacato delle toghe gongolino perché non è stato raggiunto il quorum. Il fatto stesso che i voti siano stati differenziati, e che percentuali intorno al 75% abbiano bocciato l’attuale amministrazione della giustizia, dovrebbe far loro riflettere, perché si tratta dell’altra faccia della medaglia rispetto al fallimento della manifestazione del 16 maggio contro la riforma Cartabia.

Sono tanti i motivi per cui anche l’Italia, buona ultima dopo la Francia, dove un cittadino su due non va alle urne, più o meno come negli Stati Uniti, rivela sempre più una sostanziale pigrizia, che è ormai sfiducia, sia nei confronti degli istituti della democrazia rappresentativa che in quella diretta (cioè i referendum). Se solo la metà dei cittadini va a votare per un sindaco stimato come quello di Genova, per quale motivo lo stesso 50% dovrebbe correre alle urne per esprime la propria opinione su quesiti di cui si ritiene non riguardi direttamente la vita quotidiana dei cittadini? Cioè quello di cui si parla la sera a tavola o con gli amici. Immaginate le percentuali se si fosse trattato di decidere sul fine vita, o le frotte di giovani a votare sulla cannabis? Siamo pronti a scommettere anche sulla responsabilità diretta dei magistrati. E qui entriamo nel secondo motivo che tiene tanti cittadini lontani dalle urne. Ancora una volta è la sfiducia. Si dirà che il clima di oggi non è lo stesso di quello che nel 1987, in tempi in cui il quorum dei votanti era il 65%, ben otto cittadini su dieci si era espresso perché i magistrati pagassero personalmente per i propri errori.

Certo, c’era stato il “caso Tortora”. Ma quanti, reali o probabili, casi Tortora esistono oggi, dopo che Luca Palamara ha scoperchiato gli altarini dietro cui si nascondono certe decisioni di alcuni pm o giudici? Che cosa è successo dopo quel voto di allora? Non solo il fatto che la legge sancisce che sia lo Stato a mettere le toppe, pagando di tasca propria, per gli strafalcioni dei magistrati, ma anche che comunque tutti, ma proprio tutti (le famose maggioranze bulgare) restano impuniti. Sia sul portafoglio che sulla carriera. Inutile ripetere per la millesima volta le percentuali e i dati ufficiali. Il risultato del referendum è diventato carta straccia. Benché non ci sia stato consentito dalla Corte Costituzionale, e soprattutto dal suo nuovo Presidente Giuliano Amato, di votare su fine vita, cannabis e responsabilità civile, quelle percentuali così alte (stiamo sempre parlando di sette-otto milioni di voti, quasi l’intera Lombardia) di Sì su ordinamento giudiziario, separazione delle funzioni tra magistrati e Csm, mostrano come ormai il vento del garantismo miri a scompigliare le chiome delle toghe. E come, lo dice il professor Sabino Cassese, la questione giustizia sia diventata questione sociale. Per i tempi dei processi certo, ma anche perché i magistrati sono visti come troppo politicizzati e poco indipendenti, oltre che troppo inseriti negli altri corpi dello Stato, come il Parlamento e il Governo. Il Partito delle procure in particolare, è percepito come troppo vicino ad alcune forze politiche.

Si dirà che, nei risultati di domenica scorsa, se la stragrande maggioranza dei votanti ha bocciato l’ossatura medesima dell’ordinamento giudiziario, risultati diversi hanno riguardato i primi due referendum, quello sull’abrogazione della “legge Severino” e l’altro sull’attenuazione delle misure cautelari prima del processo. Si è premurato di farlo notare un articolo apparso ieri su Repubblica, in cui si constata che a Napoli, Torino e Modena sui primi due quesiti ha prevalso il NO. Beh, non è una così cattiva notizia, visto che si tratta solo di tre città, e che, da Trento a Trapani, passando per Venezia, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Ascoli Piceno, Perugia, Bari, Catanzaro, Palermo, Cagliari, è prevalso il . E stiamo parlando comunque sempre del 54-55% di consensi, quindi in ogni caso di un’ampia maggioranza. E dei due quesiti su cui un partito, Fratelli d’Italia, decisamente in ascesa, ha dato una esplicita indicazione di votare NO. Parliamo di una forza politica conservatrice, che non ha mai dato segnali critici nei confronti di certi comportamenti della magistratura.

E parliamo anche di tematiche come la custodia in carcere e la sospensione di pubblici amministratori condannati che attengono molto ai problemi della sicurezza e della moralità pubblica. Sono due punti che probabilmente non sono passati inosservati neppure all’interno dell’elettorato della Lega. E su cui occorrerà ancora un po’ di tempo per spiegare anche a chi non è stato toccato da vicino, come siano questioni che ci riguardano tutti. Un po’ come i rischi di brutte malattie: si comincia a interessarsi sulla ricerca, sulla sua importanza fondamentale per la cura ma anche per la prevenzione, solo dopo che è successo qualcosa in famiglia. Ecco perché questo vento del garantismo che inizia a spirare non va trascurato. È una pianticella, ma siamo fiduciosi che diventerà un albero, molto presto.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.