Prima i 5 Stelle. Ed era previsto. Poi Forza Italia, e non era previsto. È stato un Consiglio dei ministri sulle montagne russe quello che alle 20 e 35 ha dato il via libera all’unanimità alla riforma della giustizia penale. Anche l’uomo di ghiaccio Mario Draghi a un certo punto deve aver pensato di cedere a un mitico vaffa. Poi deve aver pensato che riuscire a fare una riforma della giustizia dopo una guerra di trent’anni, era comunque un buon risultato. E ha deciso di mediare.

Dopo 48 ore serrate di trattative con l’ultimo miglio consumato direttamente dentro palazzo Chigi nell’anticamera del presidente Draghi e in presenza della ministra Cartabia, alla fine il Movimento 5 Stelle piega la testa e dà il via libera alla riforma del processo penale così come scritta dalla ministra Guardasigilli. In cambio la delegazione 5 Stelle porta a casa una modifica dei tempi di prescrizione “del processo” per i reati contro la pubblica amministrazione: 3 anni in appello (anziché due); 18 mesi in Cassazione invece di un anno prima che scatti “l’improcedibilità”. È una mediazione che non intacca l’impianto della riforma Cartabia. E che consente ai 5 Stelle di non uscire sconfitti. Ancora una volta vince il metodo Draghi, che è stato anche il metodo Cartabia: lungo e approfondito ascolto di tutte le parti della larga maggioranza ma poi arriva il momento in cui si decide. Senza ulteriori rinvii o tentennamenti. Così è stato.

Il Consiglio dei ministri ieri pomeriggio è iniziato con un’ora e 40 minuti di ritardo, alle 18 e 40 invece che alle 17. E sono stati forse i minuti più lunghi e incerti del governo Draghi. Prima di entrare nel palazzo del governo, i 5 stelle si sono consumati in più riunioni, iniziate il giorno prima, dove sono emerse tre posizioni diverse: Di Maio a favore della proposta Cartabia; Patuanelli, contiano di ferro, a favore dell’astensione; l’ex ministro Bonafede, anche lui contiano doc ma anche colui che più ha da perdere, convinto che l’unica cosa da fare in questa fase sia quella di non prendere parte al Consiglio dei ministri. Alle 16 del pomeriggio fonti di governo 5 Stelle fanno uscire la notizia che ha vinto la linea dell’astensione. La delegazione è arrivata a palazzo Chigi posizionata in modo ferreo su questa linea. Solo che il premier Draghi gliel’ha fatta cambiare nell’arco di un’ora e mezzo. Presidente e ministra si sono chiusi nell’anticamera di Draghi e hanno dato il via a un “serrato” confronto con i ministri Patuanelli, Di Maio e D’Incà. Hanno ascoltato per l’ennesima volta le istanze grilline – o contiane, comunque non così granitiche – e poi hanno confermato l’aut aut. «Non potete astenervi da un provvedimento così importante tecnicamente e politicamente per la realizzazione del Pnrr e per l’affidabilità del governo» è il senso delle parole di Draghi ricostruite con fonti di governo. Poi sarebbe arrivato l’aut aut: «O la riforma viene approvata anche da voi oppure ipotizziamo una crisi di governo perché chiaro che questa riforma una volta in aula passerà ma con una maggioranza diversa da quella attuale».

C’è anche un problema di tempi. La ministra Cartabia non ha voluto umiliare il suo predecessore e si è limitata a proporre emendamenti ai 17 articoli della riforma Bonafede. Gli emendamenti devono però arrivare il prima possibile in Commissione Giustizia dove giace, da tre anni, nelle sue innumerevoli versioni, la riforma della riforma Bonafede che sarà in aula il 23 luglio. E per l’appunto la fine di luglio è la data inserita nel cronoprogramma consegnato a Bruxelles alla voce “riforma giustizia”. A quel punto i 5 Stelle hanno tolto dal tavolo l’ipotesi astensione. Mentre Di Battista tuonava dalle Ande: «Il governo dei migliori sa solo aiutare ladri e malfattori». Non un buon segnale rispetto alla trattativa interna per trovare una linea, un’identità e un capo. Ma andiamo con ordine.

L’illustrazione degli emendamenti era al primo punto dell’ordine del giorno della riunione del consiglio dei ministri. Dopo mesi di consultazioni e confronti la ministra Cartabia ha calato le carte (già più volte condivise con i capigruppo di Camera e Senato). Il nodo della prescrizione è rimasto fino alla fine il più ostico. L’ex ministro Bonafede l’aveva nei fatti cancellata dopo la sentenza di primo grado: condannati o colpevoli, gli imputati dopo il primo grado non possono più contare sui benefici della prescrizione, la “morte” del reato. È la bandierina che il Movimento non avrebbe mai voluto ammainare. E che invece è stato costretto a ripiegare. La proposta Cartabia prevede lo stop alla prescrizione per tutti gli imputati (assolti o condannati) dopo il verdetto di primo grado. Poi interviene la “prescrizione” del processo: due anni per l’Appello; un anno per la Cassazione. Termini prorogabili di un anno ( in Appello) e di sei mesi (in Cassazione) per i casi più gravi e complessi. A questo punto sarà dichiarata l’improcedibilità, che è cosa diversa dalla prescrizione: il reato vive ma si blocca il processo.

Nella trattativa preconsiglio, i 5 Stelle hanno ottenuto di inserite tra i casi «più gravi e complessi» per cui l’improcedibilità si allunga di un anno in Appello e di sei mesi in Cassazione, anche i reati contro la pubblica amministrazione. Per il partito che ha fatto della legge spazzacorrotti un’altra bandiera identitaria, sarebbe stato insostenibile liquidare in così “poco” tempo reati che è sempre più difficile dimostrare. I 5 stelle erano già stati accontentati su altri due punti: è stata abbandonata l’ipotesi dell’inappellabilità delle sentenze di primo grado da parte dei pm; è caduta anche l’indicazione da parte del Parlamento dei «criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione dei processi». Saranno i procuratori, ufficio per ufficio, a definire la lista delle priorità dei reati da trattare. Come già accade adesso in caso di grandi arretrati e dietro circolare del Csm.

La ministra Giustizia avrebbe potuto presentare gli emendamenti direttamente in Commissione Giustizia. Ma ha voluto il timbro del Cdm per coinvolgere tutto il governo, avere il via libera di tutta la maggioranza e limitare il più possibile le sorprese nell’iter parlamentare. Ecco perché è stata definita “irricevibile” la proposta grillina dell’astensione. Peggio ancora quella di non presentarsi alla riunione del Cdm. Irricevibile anche l’altra ipotesi: quella di illustrare gli emendamenti senza mettere in votazione. «Su questa riforma, come sulle altre del Pnrr, ci devono mettere tutti la faccia» ha chiarito il premier. Ecco perché Draghi, pur alzando il muro del «no ad ogni rinvio» ha lavorato fino all’ultimo per limare e convincere ma avere. Lo ha fatto anche quando Forza Italia ha storto la bocca per l’inserimento della corruzione nella lista dei reati speciali (con tempi più lunghi in Appello e Cassazione). A quel punto non gli andava più bene neppure il blocco della prescrizione per tutti gli imputati ( voleva escludere gli assolti in primo grado). Ci sarà tempo in aula per altre correzioni e limature.

Alla fine della riunione Draghi ha chiesto ai ministri che «tutti sostengano convintamente il testo della riforma del processo penale», si è appellato alla “responsabilità” e ha chiesto “lealtà” in Parlamento. Dopo ore di scaramucce e rivendicazioni, oltre a Forza anche Italia viva era contraria all’allungamento dei tempi per concussione e corruzione, non c’è stata alcuna obiezione e il voto è stato unanime. Draghi ha voluto giocare pulito. Chissà se gli altri faranno uguale con lui. Intanto ognuno, come previsto, potrà alzare la propria bandiera. I 5 stelle potranno rivendicare la permanenza del principio dello stop definitivo della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Tutti gli altri potranno dire di aver debellato il virus del processo infinito introdotto da Bonafede. La prima a dirlo è stata la renziana Lucia Annibali. A ruota Enrico Costa (Azione): «Finisce oggi l’era Bonafede». Che ha già fatto cadere due governi. Ieri ci ha provato col terzo.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.