Cominciamo a scriverla tra virgolette, questa “riforma” Cartabia. Altrimenti si dovrebbe chiamarla controriforma. Anche se non piace alle toghe, e non capiamo il perché. Sono tonti o vogliono stravincere? Quel che è certo è che siamo di fronte a un obiettivo mancato. Non la rivalsa, la vendetta per le ferite violente che il Partito dei pm aveva inferto al Parlamento e alla classe politica. Ma l’occasione per ritrovare quella verginità perduta, l’identità e la dignità di una democrazia liberale diventata repubblica giudiziaria. Quindi illiberale e reazionaria, come se improvvisamente avessero assaltato il Palazzo d’inverno uomini in divisa oltre che in toga.

Sarebbe bastata un po’ più di grinta da parte del Parlamento, senza pretendere il coraggio da partiti costretti dal giogo di accordi di governo che tengono insieme le mele con le pere, i Cinque Stelle con Forza Italia e il Pd con la Lega. Ma sta scritto sulle sacre tavole che Enrico Letta debba prendere ordini da Conte e Casalino, dopo aver detto signorsì per trent’anni ai pubblici ministeri, e che Forza Italia non sappia più ritrovare il proprio orizzonte garantista se non per i processi di Berlusconi? Quanto alla Lega, che pure ha fatto il proprio salto di qualità facendosi promotrice dei referendum, sulla giustizia non ha mai avuto le idee molto chiare, fin da quando, nel primo governo Berlusconi, il ministro Maroni non fece il famoso “disconoscimento di paternità” sul decreto Biondi da lui promosso insieme al guardasigilli.

Così, si affida a un piccolo partito corsaro come Italia Viva e al suo spregiudicato segretario il compito di disvelare tutti i passaggi in cui il re è nudo e nessuno glielo dice tranne un birichino coraggioso che -paradosso dei tempi- ha le sembianze di due deputati, Cosimo Ferri e Giusi Bartolozzi, che fino a ieri indossavano la toga da magistrati. A proposito dei quali, i loro ex colleghi, visto che la riforma non c’è, e se c’è è una controriforma, non si capisce se, quanto meno nelle persone dei loro vertici sindacali, siano semplicemente un po’ tonti o se invece vogliano stravincere. Fanno i virtuosi dichiarando, con qualche ragione, che la “riforma” non supera lo scandalo correntizio denunciato da Palamara, anzi rafforza le cricche politiche. Però i vertici della Anm non volevano neanche il sorteggio (anche se duemila magistrati di base avevano detto di sì in un sondaggio interno), pur se temperato, cioè aggiustato in modo da non essere incostituzionale. E in realtà non volevano cambiare proprio niente. Non hanno capito che sono stati accontentati, perché non cambia niente, e che la ministra Cartabia ha solo offerto ai politici lo zuccherino proposto dal deputato più attivo e creativo del Parlamento, Enrico Costa: il fascicolo delle performance.

In verità se ogni sondaggio vede la fiducia dei cittadini nella giustizia sempre a livelli più bassi, uno dei motivi è proprio lo sbilanciamento tra il numero di persone inquisite o addirittura arrestate e proscioglimenti e assoluzioni. E c’è sempre quello scandalo del 90% di toghe che ogni anno passano indenni dal “tribunale” del Csm che, più che assolvere, pare sempre perdonare il magistrato che commette errori o addirittura si accanisce nei confronti di qualche indagato, specie se politico. Ecco perché non di vendetta si tratta, se anche giudici e pubblici ministeri lavoreranno in una vera casa di vetro, in cui la loro attività, il rendimento, la produttività saranno sotto gli occhi di tutti, come è per i parlamentari o per chiunque lavori in azienda. La minaccia di sciopero, che ha al centro proprio l’insofferenza a rendere manifeste le capacità da una parte e la pigrizia dall’altra, ma anche e soprattutto l’osservanza delle regole e le procedure, ha reso palese anche un fatto singolare. E cioè quel che le toghe pensano di se stesse e della categoria. È stupefacente sentir dire che nella prospettiva di esser giudicato nel proprio lavoro, ogni magistrato sarà indotto a fare il minimo, a compiacere il proprio capo, ad abbandonare la “giustizia creativa”.

Ecco, magari questa è una buona notizia. A noi piace di più l’osservanza del codice che non la fantasia di certi pm e giudici che non leggono le carte, che si appiattiscono sulla prima relazione della polizia giudiziaria, che poi capiscono roma per toma nelle trascrizioni delle intercettazioni e “creativamente” infilano manette ai polsi di persone che poi, spesso molto poi, saranno riconosciute estranee ai reati contestati. Diciamo la verità, lo zuccherino del fascicolo delle performance è l’unico risultato della “riforma”. E, se le cose stanno così, se davvero i riformatori del Parlamento portano a casa solo questo, può sembrare una rivalsa della politica sulla magistratura. Perché non si è assolutamente risolto per esempio l’affollamento di toghe in tutte le istituzioni. Possibile che ci siano sempre questi duecento magistrati che non sanno star fermi nel banco e nel loro ruolo di inquirenti o giudicanti? Se la ministra Cartabia continua a muoversi con un codazzo di gente in toga, come potrà assumere provvedimenti senza subirne qualche, pur indiretto condizionamento? E tutti questi capi e capetti, più che gli eletti alle camere, che sono ormai pochi, potranno tornare poi indisturbati a inquisire e giudicare? Non c’è una vera “riforma” su questo andirivieni.

E dovremo aspettare il referendum, e contare non soltanto i partecipanti al voto, ma anche il numero dei “si”, per avvicinarci non alla separazione delle carriere, ma almeno a quella delle funzioni. Che rilevanza ha il fatto che si consenta al pm di diventare giudice (o viceversa) una o due o tre volte nella carriera? Il vero cambiamento sarebbe lo zero assoluto. Quella sarebbe una riforma. E piantiamola con la favoletta della cultura della giurisdizione, per favore! Meglio un pm pistolero piuttosto che un imbroglione, che va a sciacquare i panni in Arno e torna più accanito di prima. Buono sciopero dunque, signori magistrati, dopo l’assemblea sindacale del prossimo 19, quando la “riforma” sbarcherà in Parlamento e voi dichiarerete di aver perso una guerra che avete stravinto.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.