Lo vediamo tutti i giorni, al mattino su una rete Rai, la sera su Mediaset, nel corso delle ventiquattrore ancora e ancora ne sentiamo la voce, ne vediamo l’immagine ovunque. Solo tra mezzogiorno e le due non è disponibile, quando in teleconferenza ascolta, si preoccupa, si addolora, discute, a volte litiga, organizza e risolve problemi con tutti i direttori e primari degli ospedali lombardi. Di Giulio Gallera, cinquantenne assessore lombardo al welfare, nessuno sapeva probabilmente niente, fuori della sua regione di appartenenza, fino a due settimane fa.

Oggi è una figura familiare, ben rasato (fino a poco tempo fa aveva la barba), giacca e cravatta impeccabili, gli occhi sempre più segnati da sottili borse di stanchezza, un sorriso appena accennato ogni tanto, per mettere un piccolo intervallo tra numero e numero. I numeri dei contagiati e quelli della terapia intensiva e anche quelli di chi non c’è più. La faccia dei tempi del coronavirus. Quella di chi deve responsabilizzare senza allarmare, tenere i nervi saldi anche quando i suoi interlocutori se li lasciano saltare.

Ogni tanto sulla parete del suo ufficio di Palazzo Lombardia a Milano, occhieggia alle sue spalle la foto di un suo amico, John Fitzgerald Kennedy, il cui famosissimo motto («Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese») è stato l’ispiratore della sua ultima campagna elettorale, quando ha sbaragliato i candidati di tutti i partiti con 11.722 voti. Guadagnati uno per uno, in un percorso politico senza improvvisazioni, fatto di cultura e anche di quelle capacità amministrative costruite negli anni trascorsi in un consiglio di zona e poi in consiglio comunale e poi nella giunta della sua città, prima di arrivare al principale assessorato della prima Regione italiana.

La capacità di informare i cittadini di una situazione difficile come quella che ha colpito l’Italia e il suo nord in modo drammatico, senza terrorizzare ma convincendo tutti alle proprie responsabilità, viene da lontano. È un insieme di cultura politica laica e liberale, di studio e di esperienza all’interno delle istituzioni. Viene dalla “cantera” dei giovani liberali milanesi degli anni Ottanta, quelli un po’ di sinistra, un po’ anticlericali (e contro il concordato) e antiproibizionisti, appassionati di giustizia e diritti, rigorosamente garantisti. Quelli che appoggiavano i referendum radicali, portatori di una cultura laica che aveva grande successo nelle scuole e nelle università, dove Giulio Gallera fu rappresentante degli studenti prima al liceo scientifico Vittorio Veneto e poi alla Statale, facoltà di giurisprudenza.

Della “cantera” dei giovani liberali facevano parte Fabrizio De Pasquale, oggi capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale a Milano, e Bruno Dapei, che sarà in seguito presidente della Provincia, insieme ad altri che ormai sono fuori dalla politica come Paolo Massari e Milko Pennisi. Oltre ai fratelli maggiori, oggi parlamentari, Andrea Orsini e Gregorio Fontana. Un gruppo che aveva avuto solidi maestri come Altissimo e Zanone e soprattutto Baslini, l’ideatore insieme a Fortuna della legge sul divorzio, e in consiglio comunale a Milano l’avvocato Savasta e il giornalista Livio Caputo.

Una cultura liberale che ha rappresentato, negli anni successivi, l’anima migliore di Forza Italia. Giulio Gallera e Fabrizio De Pasquale, dopo un’esperienza nel Patto Segni che portarono a un buon risultato alle amministrative del 1993, quando a Milano trionfò la Lega con l’elezione di Marco Formentini, fondano Forza Italia. La vera Forza Italia, potremmo dire retrospettivamente, “quella del ‘94” nella nostalgia di quelli che c’erano, quella del cambiamento verso una società liberale, e quella del 1997 con l’elezione di un poco conosciuto imprenditore che rapidamente diventerà il sindaco più amato dai milanesi, Gabriele Albertini.

Alla Regione e ai due mandati all’assessorato al welfare Gallera arriva dopo un’esperienza nella seconda giunta Albertini. Ormai è lanciatissimo, nel suo ruolo di coordinatore cittadino di Forza Italia e poi del Pdl si dimostra molto attivo, lasciando emergere le sue capacità di militanza dei tempi in cui si raccoglievano le firme per i referendum e in cui la politica era solo quella del porta a porta, dello “scarpinare”, come si dice a Milano. Sa interpretare molto bene, lui che proviene dal piccolo Partito liberale e che pure ha un padre molto introdotto nei circoli Llyon’s, l’anima popolare di Forza Italia, anche di quella parte cattolica e moderata che gli tributa un grande consenso. Che riconosce in lui il pragmatismo e le capacità organizzative che in genere non albergano nell’esperienza degli intellettuali liberali. Lui nel frattempo si è laureato ed è diventato avvocato, anche se lo studio di famiglia è gestito in gran parte dal fratello.

Può essere che, vedendolo ogni mattina e ogni sera e nell’arco delle ventiquattrore in tutte le reti tv a riferirci sul coronavirus, qualcuno sia portato a pensare che Giulio Gallera sia un medico. Non perché lui voglia esibire conoscenze mediche e scientifiche che non può avere, ma perché lui è proprio come ci si aspetta debba essere un bravo amministratore: competente.

Dopo l’ultimo trionfo elettorale Giulio Gallera ha oggi raggiunto un altro traguardo, quello di rassicurare (pur non facendo sconti sulla tragicità delle notizie che ogni giorno ci deve dare) e di piacere a tutti. Persino Il Fatto quotidiano qualche giorno fa si è sbilanciato a vederlo come il prossimo antagonista di Beppe Sala. Il quale vede le sue quotazioni un po’ in ribasso, dopo il flop della sua campagna “Milano non si ferma” mentre aumentavano i contagiati e i deceduti e il tragico aperitivo sui Navigli con Zingaretti, subito dopo caduto ammalato da virus. Errori che Giulio Gallera non avrebbe mai fatto. E tra un anno a Milano si vota.