Se a Milano chiudono il Duomo e la Rinascente, Milano è chiusa. Lo è. Ma potrebbe essere blindata, una sorta di monade senza porte né finestre, qualora andasse in porto il progetto che vede uniti Beppe Sala, il sindaco di centrosinistra, e Attilio Fontana, il governatore lombardo di centrodestra. Chiudere tutti i negozi (tranne alimentari e farmacie), fermare i trasporti. Il piano, temporaneo, comporterebbe un intervento finanziario per supportare il buco economico e occupazionale che la chiusura comporterebbe. L’allarme è drammatico. E basta fotografare quel che è accaduto nella giornata di lunedì, con il fumo nero che usciva dai finestroni del carcere di san Vittore, e in contemporanea i numeri crudeli di contagiati, ricoverati e deceduti lombardi per il coronavirus (con la prospettiva di collocare i malati nei containers), per capire che la chiusura è doverosa, indispensabile. I milanesi hanno capito, in grandissima parte, e la vogliono.

È un enorme sacrificio, ma è anche una corsa contro il tempo, una gara a chi arriva primo. Una giornata, quella di lunedì, in cui ci sono in Lombardia 1.280 contagi in più, 585 ricoverati in più, 76 morti in più. Che si sommano a tutti i contagiati, ricoverati e deceduti precedenti, con una curva che è costantemente in salita. E che non comincerà a scendere fino a che gli abitanti non avranno smesso di frequentarsi e di toccarsi. E di contagiarsi. Anche per questo si è cercato finché si è potuto di tutelare le persone rinchiuse in comunità totali come le case di riposo e le carceri, chiedendo loro il sacrificio di rinunciare per un certo periodo alle loro relazioni affettive con l’esterno. Ha funzionato a Opera e Bollate, dove detenuti condannati in via definitiva e in gran parte avviati a progetti lavorativi e socializzanti hanno accettato la sospensione temporanea dei loro diritti. Quelli riconosciuti dalla Costituzione e dalle riforme del 1975 e del 1986.

San Vittore è un discorso diverso. Intanto è una casa circondariale, il che significa molte presenze di passaggio, molti cittadini stranieri, molti detenuti che non hanno nulla da perdere. Benché nel carcere funzioni ottimamente il progetto “La Nave”, che coinvolge giovani detenuti tossicodipendenti che non hanno partecipato alla rivolta, la protesta è scoppiata proprio nel loro raggio, tra quei ragazzi che ancora sostavano in una sorta di “triage” della dipendenza e che ancora non facevano parte di nessun programma riabilitativo. Nordafricani e rom, a quanto si è capito, anche da alcuni parenti che si erano affollati sui marciapiedi antistanti il carcere. Una protesta che ha trovato l’occasione nella sospensione dei colloqui, ma che ha radici lontane, nel sovraffollamento eterno di questa prigione che non dovrebbe ospitare più di 800 detenuti ed è arrivata, ai tempi di tangentopoli, ad averne il doppio. Anche oggi si arriva a 1.300.

Nulla a che vedere con il ricordo di quel 14 aprile del 1969, quanto i prigionieri erano 1.800 e quando una vera rivolta, molto più politica, con 200 detenuti asserragliati con diversi agenti in ostaggio, e il rumore di qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria dalla polizia, aveva rovinato l’inaugurazione della Fiera al presidente del consiglio Giuseppe Saragat. Era stata una vera giornata di fuoco, quella, e la mattina successiva i rivoltosi erano stati puniti in modo molto “brusco” e trasferiti da un carcere distrutto. Quel che succede in questi giorni in una Milano surreale ha suoni e immagini ben diversi. La capacità di trattativa con i detenuti del pubblico ministero Alberto Nobili, del questore Sergio Bracco, del direttore del carcere Giacinto Siciliano, la comandante degli agenti penitenziari Manuela Federico è adeguata al silenzio assordante della città deserta e ferita. Finisce con impegni generici a non infierire e a concedere ai detenuti qualche telefonata in più. Quel che conta, è il pensiero di tutti, è che il contagio non entri qui dentro, al “due”, come i milanesi chiamano il carcere di Piazza Filangieri 2.

E l’incendio su quello che, proprio nel 1969, gli anarchici avevano definito “un pugnale nel cuore della città”, si spegne su qualche maceria in più e qualche progetto in meno. Tamponata la ferita, si passa ad affrontare il nuovo giorno di convivenza con il mostro, il virus. Se lunedì ne aveva uccisi 76, sono 135 i deceduti di martedì in Lombardia. Dove le persone positive al Covid-19 sono ormai 5.791, il cui 10% è nel capoluogo. E’ triste dirlo, ma, come ci ripete ogni giorno l’assessore regionale al welfare Giulio Gallera (che non è un simpatizzante di Xu Jinping, ma un vero liberale), poiché per combattere il coronavirus non esistono né farmaci né vaccini, l’unico modo per fermare l’epidemia consiste nel rinunciare temporaneamente alla nostra vita sociale. E chiudere Milano. E le altre città.