La Rai, finalmente, si occupa di referendum. Lo fa in una delle trasmissioni di maggior successo. Con ascolti altissimi: Che Tempo che Fa. E questa è un’ottima cosa. E lo fa con l’intervento della popolarissima attrice Luciana Littizzetto. Benissimo. Però… Però la Littizzetto si esibisce in un monologo, come al solito spiritoso, ma con un messaggio nettissimo e deludente: astenetevi. Inizia proprio così. Dice che il 12 giugno lei andrà al mare perché i referendum sono incomprensibili, troppo tecnici, scritti in modo astruso, e le persone normali che non hanno studiato giurisprudenza non sono in grado di rispondere in coscienza ai quesiti perché non sono abbastanza istruite per capire. E poi attacca in modo molto aspro Camera e Senato che ci hanno imposto questi referendum.

Allora, signora Littizzetto, proviamo noi a darle qualche spiegazione. La prima è che i referendum non li hanno indetti la Camera e il Senato ma sono stati indetti con la raccolta di molte migliaia di firme e poi con l’iniziativa di cinque regioni proprio in contrasto con l’immobilità di Camera e Senato. Il Parlamento, da molti anni, non riesce neppure a immaginare interventi decisi per riformare la giustizia e limitare lo strapotere che le Procure hanno conquistato in questi anni e che esercitano, fuori da ogni controllo, sulla politica, sull’economia e sui singoli cittadini. Spesso operando vere e proprie sopraffazioni dalle quali non c’è difesa.

Per questo sono stati chiesti i referendum. Per modificare le cose con una iniziativa dal basso che ponga le Camere di fronte alla necessità di fare qualcosa senza accettare i condizionamenti e i diktat della magistratura che sin qui hanno impedito ogni riforma seria. I referendum sono uno strumento limitato, è possibile solo abrogare leggi o pezzi di leggi, non è possibile scriverne di nuove. Se il linguaggio, talvolta, è astruso, lo è perché sono astruse le vecchie leggi, non perché sono astrusi quelli che le vogliono modificare. Questi cinque referendum servono a lanciare una offensiva contro alcune delle cose peggiori tra quelli che hanno determinato la degenerazione della nostra giustizia.

Lei, signora Littizzetto, dice di non aver capito: ma guardi che la composizione dei consigli giudiziari, e il metodo di elezione del Csm, non sono robine per azzeccagarbugli: sono gli elementi che stabiliscono se in futuro sarà possibile o no controllare e giudicare l’efficienza e il valore dei magistrati. Oggi non è possibile. Pensi che nonostante l’evidente disastro nel funzionamento della arguzia, questo Csm e questi consigli giudiziari permettono che il 99,2 per cento dei magistrati ottengano sempre un giudizio di eccellenza. Lei è contenta così? Ed è contenta se resta in vigore la legge Severino che considera colpevoli le persone, in particolare i politici, senza che abbiano ricevuto una condanna definitiva e quindi quando la Costituzione li considera innocenti?

Poi c’è la questione della separazione delle carriere. Anzi, delle funzioni. Cioè l’attuazione dell’articolo 111 della Costituzione che prevede che ciascuno di noi abbia diritto ad essere giudicato da un giudice terzo, equidistante tra il Pubblico ministero e la difesa, e non da un giudice amico e collega del pubblico ministero, e la cui carriera è in qualche modo legata ai rapporti che lui ha con le procure. Capisce, signora Littizzetto, che non è un problemino da niente. È una questione decisiva nel funzionamento di un paese civile. Infine, ed è il referendum più importante, c’è quello che limita (seppure pochissimo, perché di più non si poteva fare) il potere “fisico” dei Pubblici ministeri. Cioè il potere di acchiapparti per il collo e metterti in prigione, perché qualcuno sospetta di te, o più perfidamente vuole vendicarsi di qualcosa. Le statistiche dicono che ogni giorni entrano in prigione tre innocenti. e ci restano per mesi.

Le racconto, signora, qual che è successo recentemente a una signora come lei. Si chiama Giulia Ligresti. L’hanno catturata e messa in cella. Lei si è trovata all’improvviso sola, disperata, lontana dai suoi bambini. Stava malissimo. Non mangiava, dimagriva. L’hanno portata all’interrogatorio, dopo qualche mese di carcere, con un cellulare, dentro una gabbia strettissima. La signore Giulia soffre di claustrofobia. Moriva in quella gabbia le sembrava di impazzire. L’hanno tenuta otto ore chiusa lì, come un animale, in attesa che si liberasse il giudice. O forse in attesa che lei si convincesse a collaborare. Cioè ad autoaccusarsi. Quando si è trovata finalmente di fronte al giudice le hanno fatto capire che o patteggiava, e si riconosceva colpevole, o restava in gabbia. Ha patteggiato. Poi, vari anni dopo è stata riconosciuta del tutto innocente.

Dica la verità, signora Littizzetto, per lei va bene che le cose restino così? Che un drappello di esseri umani, circa 3000, abbia il potere di fare delle nostre vite quel che vuole, senza risponderne mai a nessuno, senza pagare eventuali errori, forzando e violentando una legge troppo generica? Lo sa, signora, quando e perché in Francia fu abolita la tortura? Alla fine del settecento perché la Corte suprema sostenne che non era legale la tortura, non perché fosse crudele, ma perché nella tortura si mischiavano due elementi che invece vanno sempre tenuti separati: le indagini e la punizione. La tortura era uno strumento di indagine. Ma in tutta evidenza anche una punizione anticipata e che prescindeva dalla verità e dalla colpa. L’hanno abolita più di due secoli fa, in Francia.

Qui da noi no. La prigione preventiva è – persino manifestamente – uno strumento di indagine, cioè una forma di pressione sull’indagato perché confessi e parli, ed è una forma evidentissima di punizione. Però da noi è legale questa forma evidente di tortura. Non siamo ancora arrivati alla fine del 700. Il referendum, se passerà, non risolverà il problema. Perché introdurrà solo una piccola limitazione al potere spropositato di Procure e Gip (che di solito assecondano le Procure). Però sarà un avvertimento alla politica. Le interessa, signora Littizzetto, far parte di coloro che lanciano questo avvertimento e gettano sul piatto la loro speranza di giustizia, o preferisce una giornata sulla costa romagnola? Ce lo faccia sapere.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.