«Risulta essere in grado di percepire l’effetto rieducativo della pena». Tanto basta, secondo i giudici, per riportarlo in carcere. Anche se è un uomo di sessant’anni che pesa quasi trenta chili e da decenni soffre di schizofrenia, anoressia, mutacismo. Anche se di recente è stato dimesso dall’ospedale di Pozzuoli dopo un ricovero presso il dipartimento di salute mentale per atti di lesionismo nei confronti di se stesso e di altri. E anche se, proprio per le sue condizioni di salute, da diciassette anni scontava la condanna in detenzione domiciliare.

Per riportare in carcere Antonio Puglisi, ieri mattina, è stata necessaria l’ambulanza. Perché non si poteva fare diversamente. L’uomo è in condizioni di salute tali da richiedere assistenza continua e da non poter essere autosufficiente. Per condurlo in carcere è stata organizzata un’operazione con auto dei carabinieri e ambulanza. Antonio Puglisi, originario del rione Traiano, con un’accusa di omicidio sulle spalle (un delitto avvenuto nel 1996 nell’ambito di regolamenti di conti fra persone ritenute legate a clan della camorra), è tornato in cella. Destinazione, carcere di Secondigliano.

La decisione è stata adottata dai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, lo stesso che negli ultimi anni gli aveva rinnovato la possibilità di scontare la condanna in detenzione domiciliare in considerazione dei gravi motivi di salute. Puglisi sta scontando una condanna a 24 anni di carcere, in gran parte già espiata e con un residuo di quattro anni e dieci mesi. «Da 17 anni il mio assistito era in detenzione domiciliare – spiega l’avvocato Giovanna Limpido, difensore di Puglisi – Le sue condizioni di salute, negli anni, non sono cambiate e mi sorprende che una simile decisione arrivi proprio in un momento particolare come questo, con una pandemia in atto e il rischio di contagio altissimo anche all’interno delle strutture carcerarie».

Difatti, una preoccupazione centrale di questi giorni, negli ambienti politici, giudiziari e della sfera penitenziaria, è proprio quella legata alle misure da adottare per limitare il sovraffollamento delle carceri e contenere il rischio Covid all’interno degli istituti di pena, visto che i dati sui contagi sono in costante aumento. In Campania si registrano più di 20 detenuti positivi al Covid e oltre 70 tra agenti della polizia penitenziaria e personale socio-sanitario. Nel resto del Paese la situazione non è meno allarmante: tre detenuti sono morti durante questa seconda ondata della pandemia (uno ad Alessandria, uno a Livorno e uno a Milano), sono stati accertati 1.050 casi di positività al virus tra detenuti e personale penitenziario e sono oltre 1.300 i poliziotti in malattia, in isolamento fiduciario o in attesa di tampone. Numeri che proprio ieri hanno spinto il sindacato di polizia penitenziaria a chiedere interventi per prevenire il propagarsi del virus.

Ma perché Puglisi è tornato in carcere? Perché quest’anno, dopo anni in cui era stata accolta, il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l’istanza per la concessione della detenzione domiciliare. Scrivono i giudici: «Non basta che l’infermità fisica menomi in misura rilevante la salute del soggetto in espiazione di pena ma è necessario che la stessa, oltre a non poter essere adeguatamente curata presso i centri clinici carcerari o con l’eventuale trasferimento del detenuto in ambienti sanitari esterni, raggiunga un livello tale da collidere con il senso di umanità e con il principio di tutela della salute garantiti costituzionalmente».

Si parte dal presupposto che «il beneficio invocato può essere giustificato solo con l’impossibilità di praticare le cure necessarie nel corso dell’esecuzione della pena, non già dalla possibilità di praticarle meglio fuori dalla struttura penitenziaria». Di qui la decisione: «Nel caso di specie il collegio ritiene che il quadro patologico riscontrato non comporta l’inconciliabilità con il regime detentivo e per l’altro verso non fa venir meno la pericolosità dell’istante che per le patologie da cui è affetto risulta essere in grado di percepire l’effetto rieducativo della pena».