I giovani del Sud scelgono gli atenei del Nord e questa fuga dalle regioni meridionali ha conseguenze catastrofiche sul pil e sullo sviluppo economico-sociale dei territori. Nel 2018 circa 158mila studenti meridionali risultavano iscritti nelle università del Centro-Nord. Nello stesso anno il totale degli studenti meridionali iscritti a un qualsiasi ateneo era di circa 685mila: una perdita netta di circa il 23% del totale della popolazione universitaria del Mezzogiorno. A rivelarlo è uno studio firmato dalla Svimez, a cura dei ricercatori Luca Cappellani e Stefano Prezioso che, utilizzando il modello econometrico bi-regionale, hanno stimato gli effetti complessivi, diretti e indiretti, prodotti dalla migrazione universitaria sul pil del Mezzogiorno e del Centro-Nord.

Prendendo in esame il periodo che va dal 2007 al 2018, si stima una riduzione del tasso di crescita del pil del Mezzogiorno di quasi il 2,5%, pari a una media annuale di -0,20%. Tenendo conto che, negli stessi anni, nel Sud si è registrata una caduta del pil del 10%, è evidente che, trattenendo nelle regioni del Mezzogiorno tutti gli studenti universitari meridionali, sarebbe stato possibile ridurre la flessione del prodotto lordo di circa un quarto. Tra il 2007 e il 2018 il differenziale di crescita del pil tra il Centro-Nord e il Sud è stato del 9,6%, ma senza l’emorragia degli studenti universitari meridionali sarebbe stato del 5,3%: quasi la metà, dunque.

Gli effetti della fuga degli studenti ricadono inevitabilmente sul territorio e sulla formazione universitaria che diventa vittima di un circolo vizioso: meno iscritti equivale a meno finanziamenti. La riduzione significativa delle risorse finanziarie delle università del Mezzogiorno è dovuta, infatti, sia alle minori rette pagate direttamente dagli studenti sia alla riduzione dei finanziamenti statali che sono correlati al numero degli iscritti. E ciò inevitabilmente limita la capacità di tali atenei di garantire un’offerta formativa di elevata qualità che possa reggere il confronto con quella fornita dalle università del Centro-Nord. È importante, poi, il rapporto tra spese per il personale ed entrate dell’ateneo (finanziamenti statali e proprie). Si considera virtuosa un’università in cui tale rapporto non supera l’80%, meglio se tale rapporto è ancora più basso. Il grosso dei finanziamenti “propri”, in genere, proviene dalle tasse studentesche. Gli atenei del Nord recuperano più soldi dalle tasse rispetto a quelli del Sud. E quindi avranno un migliore rapporto tra spese per personale ed entrate generali.

I danni della migrazione universitaria non sono solo economici, ma anche sociali: la progressiva perdita di capitale umano altamente qualificato rappresenta un forte freno alle capacità di sviluppo delle regioni meridionali. Inoltre l’emigrazione dei giovani che si laureano al Nord incide sulla distribuzione del reddito e, soprattutto, sui consumi, tra le due macroaree del Paese, a svantaggio del Sud. In particolare, si determina una minore spesa per consumi pubblici connessi all’istruzione universitaria nel Mezzogiorno e un conseguente aumento nel Centro-Nord che riguarda principalmente le retribuzioni dei docenti, i costi dei servizi didattici e quelli delle infrastrutture, quantificabile in poco più di un miliardo in media all’anno.

Quindi parliamo di una riduzione dei consumi privati da parte dei residenti all’interno dell’area meridionale, compensata da un incremento degli stessi al Centro-Nord valutabile in circa due miliardi l’anno. Infine, all’aumento dei redditi da lavoro nel Centro-Nord, conseguente al fatto che una parte dei laureati meridionali trova poi lavoro nella stessa area, corrisponde una perdita per il Sud quantificabile in circa 1,2 miliardi l’anno. Una soluzione? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) destina circa 28 miliardi alla missione “Istruzione e Ricerca” e, nello specifico, tre al diritto allo studio di cui uno ad alloggi per studenti e borse di studio e due all’accesso gratuito all’università:  «Bisogna rendere permanenti queste misure – suggerisce la Svimez – per evitare che la fuga di laureati penalizzi ulteriormente il Sud».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.