Scuola, università e coesione territoriale sono fattori strategici di sviluppo economico e sociale, indispensabili per l’aumento di un’occupazione più qualificata, per lo sviluppo della democrazia e della legalità. Il Paese cresce se cresce il livello di istruzione, cresce se il Sud cresce. È di questi giorni la diffusione della ripartizione delle capacità assunzionali da parte di ciascun ateneo, cioè quante nuove assunzioni, quante e di che tipo progressioni di carriera per dipendenti in servizio: la ripartizione dei cosiddetti Punti Organico (PO) per il 2020. A fronte di pensionamenti per 1.961 PO totali, in base agli “algoritmi”, gli atenei del Nord potranno assumere per 177 PO in più rispetto alle cessazioni; quelli del Centro per 64 PO in meno; quelli di Sud e isole per 113 PO in meno. Importante è, ovviamente, il turnover, cioè con quanti pensionamenti ha dovuto fare i conti ciascun ateneo.

Importante, poi, è il rapporto tra spese per il personale ed entrate dell’ateneo (finanziamenti statali e proprie). Si considera virtuosa un’università in cui tale rapporto non supera l’80%, meglio se tale rapporto è ancora più basso! Il grosso dei finanziamenti “propri”, in genere, proviene dalle tasse studentesche. Le tasse sono collegate per ciascuno studente alla sua situazione patrimoniale e reddituale (il noto Isee): più alto è l’Isee, più alte sono le tasse. Questo vale di norma per tutti gli atenei. Il collega Gianfranco Viesti rimarca due cose: alcuni atenei stanno alzando le soglie Isee nazionali, al di sotto delle quali le tasse si azzerano o si riducono fortemente, con propria iniziativa “politica” e rinunciando a una parte di entrate; dati Istat stimano molto più alto l’Isee mediano di studenti delle università del Nord rispetto a quelli del Sud.

Gli atenei del Nord recuperano più soldi dalle tasse rispetto a quelli del Sud. E quindi avranno un migliore rapporto tra spese per personale ed entrate generali. Una benemerita politica universitaria che aiuti gli studenti a non pagare tasse o a pagarne molte meno, sarà così punita nella ripartizione dei PO. Con meno assunzioni e progressioni di carriera. Utilizzando le convenzioni sui PO, è come se si spostassero al Nord 354 ricercatori. Poi si chiede agli Atenei del Sud: perché siete indietro in varie classifiche? Avete meno matricole, meno iscritti, meno studenti in corso, meno soldi, peggiore offerta formativa, pubblicate meno articoli scientifici e così via? Avrete minori finanziamenti!

Tale ridotta possibilità di migliorare i servizi, ampliare l’offerta formativa, offrire prospettive di carriera ai dipendenti, aumenterà il gap tra università del Sud e del Nord. È il noto “effetto San Matteo”, per cui “a chi ha verrà dato e avrà in abbondanza, mentre a chi non ha verrà tolto anche il poco che ha” (Matteo, 13, 12). Il collega Davide De Caro e altri propongono di eliminare il tetto al turnover nazionale mostrando che ciò, senza un aumento di spesa, consentirebbe a ciascun ateneo in regola di raggiungere il 100% del turnover (o anche di più). Altri suggeriscono di mettere un tetto all’assegnazione di PO che non faccia superare (o superare di poco) a ciascuna università il 100% delle cessazioni. In ogni caso, evitando lo spostamento di risorse dal Sud verso il Nord. Ebbene, queste sono proposte ragionevoli e di buon senso, ma governi e ministri, compresi gli attuali, non hanno modificato nulla e non spiegano il perché.

L’attuale ministro dell’Università, ex rettore della Federico II e presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), Gaetano Manfredi, è del tutto consapevole di questa situazione che va modificata. Politicamente. Conoscendolo di persona e avendolo visto all’opera con l’intento di portare la Federico II a migliorarsi in molti campi (strutture, offerta formativa, assunzioni e loro qualità, bilancio), mi meraviglia che non abbia cercato di cambiare qualcosa rispetto al passato. Difficile che potesse cambiare rotta di 180 gradi; tra l’altro, non credo che lo voglia. La competizione “virtuosa”, la meritocrazia, gli algoritmi “oggettivi” (sic!) sono linee guida, sbagliate a mio avviso, dell’attuale come dei precedenti ministri. Ma un segnale, un freno alla politica estrattiva del Nord rispetto al Sud, che ormai si manifesta in tutti i campi, come denunciano da anni studiosi di vara provenienza, l’avrebbe potuto mettere in atto. A evitare almeno che i PO venissero spostati da Sud a Nord. I colleghi Massimo Villone e Viesti, infine, auspicano, nell’ambito della battaglia contro il regionalismo differenziato, su temi ampi e generali, un accordo tra Regioni del Sud, segnatamente Campania e Puglia, per avanzare richieste e proposte al governo, alla conferenza Stato-Regioni.

È bene che la classe dirigente, non solo meridionale, sia consapevole di come certe incertezze (o addirittura calcoli opportunistici e di corto respiro) indeboliscano l’intero Paese, non solo il Mezzogiorno. Ecco, anche nel nostro caso è auspicabile un accordo saldo e convinto tra gli atenei del Mezzogiorno e tra i loro rettori, per sensibilizzare la Crui (convincerla è difficile), in modo da poter presentare al ministro idee, proposte, richieste per evitare questa “estrazione di risorse” e per fare sì che ogni ateneo sia in grado di offrire un’ottima didattica. Non si cerchi più, insomma, di perseguire la politica di concentrare le “eccellenze” in pochi atenei e centri di ricerca “dimenticando” la maggior parte delle università, soprattutto al Sud. Un ateneo non è solo dispensatore di conoscenze, che è giusto avere in tutta Italia, ma anche un baluardo di legalità e di democrazia. Le università del Mezzogiorno, unite, troveranno un ministro attento a queste questioni, che agirà per il bene del Paese. Tutto. Ne sono sicuro.