Non è chiaro se ha potuto più lo psicodramma nel Pd, nei 5 Stelle o quello suo personale perché gli sarebbe toccato mollare almeno in parte l’attività professionale per chiarezza rispetto al mandato parlamentare. Di certo la rinuncia di Giuseppe Conte al collegio di Roma 1, quello blindato dove il centrosinistra vince in genere con percentuali bulgare, scriva un’altra pagina importante sull’alleanza politica Pd-5 Stelle e sulla tipologia di questa alleanza, ovverosia chi è subalterno a chi.

Nelle ultime 48 ore il Nazareno – come risulta dalle chat dei vari capi corrente, del segretario Letta e del Pd romano, ormai una corrente a parte guida da Bettini-Zingaretti – è stato un giocatore importante di questa ennesima partita che va letta sia in chiave urne presidenziali che elezioni politiche. Non è un caso se la candidatura dell’ex premier è trapelata nel fine settimana da non-detti e allusioni di area Pd. Quel Pd romano che fa capo a Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti e che con l’elezione di Gualtieri alla guida del Campidoglio ha certamente rialzato la testa. Il segretario Letta ha ascoltato e poi benedetto l’operazione. Per due motivi, spiegano fonti del Nazareno. In chiave Quirinale «perché l’ingresso di Conte in Parlamento è un elemento di stabilizzazione rispetto ai 233 voti grillini quando saranno chiamati a decidere il nuovo Presidente della Repubblica». In chiave politica: «Se andremo a votare con questa legge elettorale, tanto vale fare subito una prova candidando un 5 Stelle forte in un collegio uninominale».

Il collegio Roma 1-Camera insomma come cartina di tornasole dell’alleanza Pd-5 Stelle. Letta non era così convinto. Il suo jolly si chiama Annamaria Furlan, ex segretario della Cisl, una sindacalista di area moderata e per di più donna. Il Pd romano vuole Gasbarra, candidatura fratricida dentro il Pd. Però poi il segretario avrebbe ceduto anche alle pressioni di una parte di mondo 5 Stelle consapevole di dover rafforzare il ruolo di Conte che altrimenti «rischia il logoramento restando fuori dal Parlamento e lottano dalla guida dei gruppi». Senza contare che Conte gli avrebbe tolto parecchie castagne dal fuoco. Le consultazioni nel giro di qualche sono diventate frenetiche e hanno coinvolto il nuovo “cerchio magico” dem: Bettini, Franceschini, Mancini sebbene scosso dalle recenti polemiche sulle nomine nella Capitale. Alla fine il segretario ha benedetto la “genialata” del suo predecessore.

Domenica è stato il giorno giusto per lanciare la bomba e vedere, direbbe Jannacci, “l’effetto che fa”. Anche se molti gli hanno subito detto che “sarebbe finita così”. Una volta messa in campo la candidatura di Conte, infatti, è partita la contraerea. Dei riformisti del Pd, di Italia viva e di Azione. Ma anche da parte di chi ha ben salutato l’arrivo di Letta. «Complimenti, quasi peggio questo del disegno di legge costituzionale firmato Zanda/Parrini per eliminare il semestre bianco e rendere impossibile il bis del Capo dello Stato» commentavano ieri mattina alcuni parlamentari dem che pure condividono lo stile e gli argomenti del segretario. «Una vera genialata, un bel casino e per di più gratis» sono stati i commenti dell’area più riformista, quella, per intendersi, che non ha mai compreso né sopportato l’aut aut “o Conte o morte”. In realtà “il casino” cosiddetto non sarebbe neppure “gratis”.

Anzi, segnerebbe una perdita e di non poco conto per il famoso “campo largo” che Letta vorrebbe schierare alle prossime politiche. Calenda, Renzi e Bonino, gli ipotetici alleati del campo largo, hanno infatti subito alzato una muraglia insormontabile. Il leader di Azione ha subito messo in campo la sua candidatura (che porrebbe avere seguito anche senza dimettersi dal Parlamento Europeo). In realtà Calenda ha proposto il suo candidato: l’ex sindacalista Cisl Marco Bentivogli, a sua volta leader della Cisl prima di lasciare il posto per incomprensioni proprio con Furlan e per lanciare il suo progetto politico di centro e riformista che è andato poi a coincidere con quello di Calenda e non distante da quello di Renzi. Il leader di Iv ha parlato chiaro, una volta di più: «Siamo orgogliosamente diversi dai sovranisti (Meloni e Salvini) e dai populisti (Conte e Taverna). Pertanto, chi vuole allearsi con Meloni o Conte faccia pure ma senza di noi. Per essere più chiari: se nel collegio Roma 1 il Pd mette in campo una candidatura riformista, noi ci siamo. Se il Pd candida Conte, la candidatura riformista noi la troveremo in ogni caso ma non sarà Giuseppe Conte”. Il giudizio di merito è senza appello: “Il Pd può fare quello che crede, ma regalare il seggio sicuro (a quel punto forse non più sicuro?) al premier del sovranismo, all’uomo che ha firmato i decreti Salvini, all’avvocato che non vedeva differenza tra giustizialismo e garantismo significherebbe subalternità totale. È un seggio parlamentare, non è un banco a rotelle!».

Un bel casino, appunto. E niente affatto gratis. Con quale altra iniziativa politica infatti si poteva coalizzare il resto del mondo contro il Pd, allontanare Calenda da un’alleanza che sembrava possibile, rendere ancora più fratricida la lotta interna del M5S e dare nuove armi a Matteo Renzi? Tra l’altro, un duello Conte-Calenda metterebbe anche a rischio la tenuta del collegio che è tra i più blindati d’Italia in favore del centrosinistra. I più attenti alle dinamiche politiche hanno poi fatto anche un’altra valutazione, tanto nel Pd che nei 5Stelle: l’offerta a Conte, prova generale di alleanza e di tenuta con l’attuale legge elettorale, vuol dire che il segretario del Pd considera inevitabile l’ascesa al Colle di Mario Draghi e le conseguenti elezioni anticipate.

Nel Pd ieri la consegna del silenzio è stata quasi totale. Il mediatore per eccellenza, il ministro Guerini, ha chiesto ai vertici del partito, di riflettere bene. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e responsabile sindaci Pd, ha benedetto l’operazione dicendo però che «né ConteCalenda possono permettersi nelle condizioni date di fare gli schizzinosi». La riflessione al Nazareno è partita in mattinata. E chissà se avevano capito, sempre citando Jannacci, che a sera “sarebbe finita così”: la conferenza stampa di Conte per dire no grazie; la contro conferenza stampa di Calenda per dire “allora corro io”. Tutto in pochi minuti.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.