Senatrice Craxi, a meno di una settimana dal voto referendario, i partiti hanno chiarito la loro posizione…
A me non sembra proprio. Dopo tanti pentimenti e le contraddizioni in corso d’opera vedo ancora molte ambiguità. Sono rimasta basita dal mutare delle posizioni di molti parlamentari, addirittura nei 5Stelle! Mi sembra la classica reazione di chi vuol chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. E non da oggi. Perché è dal ’93 che è in atto un attacco contro la politica, la rappresentanza. Dico dal ’93, quando il Parlamento votò sotto ricatto la modifica dell’articolo 68 sull’immunità, cedendo sotto le pressioni della magistratura e dei grandi giornali non a caso appartenenti a un certo mondo economico-finanziario. In questi ventisette anni nessuno ha avuto la forza e la volontà di contrastare questo disegno. Non vedo come oggi, a ridosso di questa ennesima deformazione della Costituzione che i cittadini sono chiamati a votare, la politica possa avere la forza ma anche la credibilità per reagire.

Come interpreta la presa di posizione ufficiale del Partito democratico a favore del Sì?
La trovo una cosa ridicola se non fosse drammatica. Il Pd è un partito che in questi anni ha chiamato il suo popolo in piazza con lo slogan “la Costituzione non si tocca”. La “Costituzione più bella del mondo”. E poi è stata la forza politica che in questi anni l’ha toccata troppo, troppo spesso e malamente. Siamo ancora oggi a fronteggiare il conflitto che si è aperto, anche in questo periodo di Covid, tra le Regioni e lo Stato centrale, con quella pessima riforma dell’articolo V che fu fatta da una maggioranza di centrosinistra. Penso che la Costituzione debba essere aggiornata in profondità. Serve una visione, un piano organico, una “grande riforma”, quella stessa che Craxi invocava dal ’79. Il tema resta il sistema di governo, o il suo rapporto con il processo legislativo che deve dare risposte in termini di efficienza, di velocità, di modernità, senza ledere la rappresentanza. Qui invece si stanno progressivamente smantellando le garanzie, gli equilibri. Si taglia la rappresentanza. Io non sto qui a ribadire le tante ragioni del No che tanti altri colleghi hanno in questi giorni raffermato, ma non v’è dubbio che il taglio dei parlamentari è parte di un processo di delegittimazione della democrazia rappresentativa che parte dalla demolizione dei partiti e della politica e oggi investe le istituzioni. E, tornando al Pd, è assurdo pensare che basti una riforma elettorale per risolvere il problema. I partiti non hanno neanche organi collegiali di vero confronto. Altro che “pacta sunt servanda”! Quello del Pd con il M5S è un “pactum sceleris”!

Al fondo del Sì c’è una idea di democrazia, quale quella dei 5Stelle, per cui la Costituzione non conta ma ciò che conta è l’uno vale uno?
A questa cosa dell’uno vale uno, a parte che l’hanno smentita loro stessi, io non credo. Democrazia e rappresentanza non si scindono. La democrazia diretta non esiste. È l’anticamera di forme autoritarie e illiberali. Sono in atto operazioni funzionali a delegittimare la politica e metterla agli ordini di poteri terzi e non democratici. Altro che trasparenza! Quali interessi ci sono dietro la Casaleggio associati e la piattaforma Rousseau? Più viene ristretta la rappresentanza e più facile è porre la politica e le stesse istituzioni agli ordini di qualcuno.
Rino Formica dice che il vero deficit della politica in Italia non sta nell’assenza di leadership all’altezza, ma nel vuoto assoluto di pensiero.
Si sono fatte riformicchie che non rispondono ad alcun disegno se non a quello di una politica che continui a contare poco e quindi può continuamente essere permeata da finanza ed economica. Negli anni ’90 hanno distrutto il sistema politico, e adesso stanno distruggendo quel che nel frattempo è rimasto delle istituzioni. Ormai il Parlamento è ridotto al simulacro di se stesso, costretto a votare decreti leggi preconfezionati, fiducie sugli stessi decreti legge, con l’iniziativa parlamentare ridotta praticamente a zero, senza che ciò abbia rafforzato minimamente l’azione degli esecutivi sempre più deboli anche sotto il profilo della legittimità democratica.
Ridurre la rappresentanza è comunque un vulnus rispetto agli elettori. Dopodiché c’è l’altro vulnus di cui in parte sono responsabili gli stessi elettori: invece di chiedere ai parlamentari gli scontrini, chiedessero loro competenza, esperienza, impegno e soluzioni. Fatto sta che hanno chiesto gli scontrini, sotto l’onda di questa campagna anti-politica. Dopodiché ci sono alcune cose che se le dico la faranno rabbrividire. Posso? I vitalizi per esempio. I vitalizi non sono a garanzia del parlamentare, perché in quel momento non è la persona che conta ma è l’istituzione che va difesa e resa libera e autonoma. E i vitalizi sono a garanzia degli elettori…

Beh, è un’affermazione molto poco popolare
Lo sarà pure, ma di questo sono fermamente convinta: i vitalizi erano a garanzia degli elettori perché il parlamentare, nell’espletamento della sua funzione, deve essere libero, prima, durante e dopo. Il vitalizio serviva a questo, senza contare era stato concepito in un mondo in cui la “politica” era un percorso di vita, non un’avventura. Qual è il risultato dell’aver tagliato i vitalizi? Che tu hai dei parlamentari che fanno di tutto per rimanere lì, quindi prescindono dal giudizio sul governo, prescindono dal giudizio sul lavoro del Parlamento ma vogliono star lì per conservare il posto e lo stipendio.
Prima si aveva molto meno l’assillo del dopo, quindi non erano alla ricerca di rendite, erano meno esposti alle sirene delle lobby, delle grandi imprese, perché la politica doveva essere libera. Per questo dico che tutti questi provvedimenti fatti in questi anni sotto questa spinta dell’anti politica, e alcuni in gestazione come l’abominio del “vincolo di mandato”, sono provvedimenti che vanno a detrimento dell’elettorato
Se tu togli il finanziamento pubblico ai partiti, come vive la democrazia? In che mani finisce? Tra l’altro negli anni della prima Repubblica, in piena Guerra Fredda i partiti erano sotto finanziati rispetto al sistema dei partiti europeo e ai tanti compiti che realmente svolgevano. Ma ripeto: è sempre la stessa logica. I soldi per la politica sono “armi” e negandoli tu metti la politica alla mercé di poteri altri. Il sistema dei partiti della prima Repubblica non era privo di difetti, ma quei partiti erano fondamentali. La nostra è, nonostante tutto, ancora una democrazia dei partiti. Ma oggi non abbiamo forza realmente rappresentative, perché poco inclusive e partecipative. Una volta con le sezioni, col rapporto con il territorio, avevano un interscambio continuo tra politica e istituzioni con la società, nel senso che avevano antenne per capire che cosa evolveva nelle diverse realtà. Adesso i soldi per la politica sono solo i soldi per le elezioni, che sono importanti ma non sono il tutto in un tessuto democratico sano. La campagna elettorale non può essere la sola cosa importante nella vita democratica, salvo che non immaginiamo di adottare in toto, ammesso che sia trasferibile, un sistema all’americana, con tutto il corollario di lobby, regole di finanziamento e altro. Con la nostra magistrature ne vedremmo delle belle! Qualcuno ha ipotizzato poi che bastava arruolare i “tecnici” nel governo per avere soluzioni. Anche lì, al netto del conflitto democrazia-tecnocrazia, abbiamo visto alla fine non funziona. Insomma, serve la politica.

In Hammamet, il film di Gianni Amelio, c’è la scena del Congresso del Psi, quando al termine del discorso di Bettino Craxi, viene intonata l’Internazionale. Quel modo di concepire i congressi, le stesse parole “internazionalismo” e “socialismo” sono banditi dalla memoria?
Indubbiamente dalla memoria collettiva, in particolare quella della politica, sì quelle parole sono state rimosse. Se tu chiedi ad alcuni “politici” di oggi la storia italiana, la storia repubblicana, non la conoscono. Qui si pone un’altra questione ineludibile se parliamo di socialismo: io sono socialista e da tanti anni milito, rispettata e senza abiure, nel centrodestra. La mia non è una militanza solitaria o peregrina. I numeri in politica sono importanti. E allora, se tu sommi il 20-21% che raccoglie il Pd, e il 15% che hanno i 5Stelle, che è ormai gran parte un elettorato di sinistra, perché quando prendevano il 30% c’era anche un voto di centrodestra che è rientrato, siamo al 35% del vecchio Pci.
Il voto dell’elettorato riformista del pentapartito è finito nel centrodestra. Punto. Lascia perdere che sono cambiate le rappresentanze, che la lotta politica si è imbarbarita, resta il fatto che in questi vent’anni e passa l’elettorato non si è mai spostato. Il centrosinistra, anche nella versione Pd – M5S, continua a raccogliere l’elettorato radicale e massimalista della vecchia sinistra di matrice comunista a cui si è aggiunto un pezzo della sinistra democristiana che compensa alcune perdite e frange di astensione. L’elettorato del pentapartito, soprattutto l’elettorato socialista, dal ’94 vota centrodestra. Tant’è che la cosiddetta frangia riformista – il riformismo era una precisa corrente del Partito socialista – quanto pesa a sinistra? Pesa il 3-4%? Un’assoluta minoranza incapace di incidere e di sovvertire gli assetti di quell’area politica. Dopodiché la diaspora socialista è tale solo nel vecchio gruppo dirigente, ormai irrilevante e autoreferenziale, non negli elettori che leggono e aggiornano molto bene le loro coordinate alla luce delle profonde mutazioni che la nuova realtà politica nazionale e internazionale presenta.