In un recentissimo suo editoriale, Marco Travaglio se la prende con chi esulta per la imminente richiesta di rinvio a giudizio del dott. Piercamillo Davigo da parte della Procura di Brescia. Obiezione condivisibile, se non provenisse da quel giornalista, e da quel giornale. Entrambi, infatti, da sempre non fanno altro, quando a rischiare il processo non siano Davigo o – vado a memoria – la Raggi e pochissimi altri. Basta anzi la semplice iscrizione nel registro degli indagati di chiunque non sia nelle grazie de Il Fatto Quotidiano, per far esplodere titoli, servizi ed inchieste al fulmicotone, nonché fiumi di sarcasmo e vignette contumeliose.

D’altro canto, si tratta di un quotidiano che ha di recente messo a punto perfino la finora inedita categoria del politico “ex-indagato”, quale stigma di indegnità. È accaduto con le anticipazioni sulla giunta del neo sindaco Gualtieri (colpevole di non essere la Raggi). Tre assessori (o candidati ad esserlo, non ricordo), presentati, con tanto di fotina, come “ex-indagati” (nella ex indagine ex “mafia” capitale), seppure con la algida precisazione di essere stati poi “archiviati”, notizia palesemente avvertita come accessoria e marginale rispetto a quella principale (ex “indagati”). Una indecenza, nell’ancor più indecente e pavido silenzio dell’Ordine dei giornalisti (ecco perché aveva ragione Pannella, gli Ordini professionali vanno semplicemente aboliti). Peraltro, Travaglio e Davigo (o Travigo e Davaglio, è lo stesso) sono così naturalmente abituati ad accusare, che continuano a farlo anche quando devono difendersi. Basterà leggere le prime reazioni del dott. Davigo alle cattive notizie bresciane, e la successiva loro formalizzazione nell’editoriale di Travaglio, per trovarne conferma.

La tesi, in sintesi, è questa: Davigo ha diffuso i verbali di sommarie informazioni testimoniali ricevuti dal pm Storari, non essendo invocabile la segretezza degli stessi in quanto membro del Csm lui e membri del Csm (addirittura il vice-Presidente Ermini) i destinatari da lui selezionati. Quale sarebbe il riscontro della liceità della condotta di Davigo? Ce lo spiega il Direttore (ripetendo quanto detto dal dott. Davigo il giorno prima): “Sta commettendo un reato? I colleghi del Csm ritengono di no sennò lo denuncerebbero per non commetterne uno a propria volta (omessa denuncia del [intende dire: da parte del, n.d.r.] pubblico ufficiale)”. Eccola lì, la chiamata in correità preventiva, nei confronti dei membri del Csm che hanno ricevuto i verbali senza fiatare. Ma mica si ferma qui, la furia iconoclasta del “muoia Sansone” eccetera. Sentite qui: “Neppure il vicepresidente Ermini, che corre ad avvertire il presidente Mattarella, senza che questi eccepisca nulla, poi distrugge i verbali avuti da Davigo (cioè la prova del possibile reato che, se fosse tale, lo renderebbe colpevole di favoreggiamento, oltreché di correità nella rivelazione di segreti al capo dello Stato)”. E poi, non pago: “Anche Salvi, pg di Cassazione e titolare dell’azione disciplinare, si guarda bene dall’avviarne una contro Davigo. Anzi, usa le sue informazioni”. E conclude, perché non residuino dubbi: “Al processo, quando Davigo chiamerà tutti a testimoniare, ci sarà da divertirsi”.

A Roma si dice: “Capito come?”. Queste sono le persone di cui stiamo parlando, così sono abituati a fare e a ragionare, se osi sfiorarli. Quel fatto non è penalmente illecito perché una serie di persone che avrebbero dovuto altrimenti denunciarlo (compresi il Capo dello Stato, il vicepresidente del Csm ed il Procuratore Generale della Cassazione), non lo hanno fatto. Se non vale come argomento, vale di certo come avvertimento. Come argomento difensivo, lasciatemi coltivare qualche dubbio. È una strategia a metà strada tra “muoia Sansone” e “e allora le Foibe?”: non si va granché lontani, temo. Anche perché il Direttore ha prudentemente omesso di parlare dei verbali esibiti al mitico onorevole Morra, nella tromba delle scale. Va beh, succede di dimenticare qualche dettaglio. Come avvertimento, non so: giudicate voi. Lo spettacolo, consentitemelo, è quantomeno desolante. Mamma mia che gente si incontra di questi tempi, signora mia!

Presidente Unione CamerePenali Italiane