Il Rettore della Link Campus di Roma
Università e soft power, a New York la Niaf ravviva i fasti dell’American club
Carlo Alberto Giusti, Rettore dell’università Link Campus di Roma, è a New York. Ieri è stato tra i protagonisti della serata di gala del Niaf, la National Italian American Foundation (NIAF), fondata nel 1975 a Washington. Quest’anno è volato in America insieme al suo nuovo libro, The American Club, uscito con Paesi edizioni: un saggio dedicato alle relazioni tra Italia e Stati Uniti. Com’erano, come sono e come dovrebbero essere.
Professor Giusti, siamo nell’era della grande incertezza: rapporti internazionali tesi, dossier aperti, nuove frizioni tra Italia e Stati Uniti. Come legge questa fase?
«Il sentimento che si respira, anche a New York, negli ambienti accademici e imprenditoriali, è di cauto ottimismo. Donald Trump ha spinto gli Stati Uniti e il mondo dentro una stagione di forte tensione, ma molti ritengono che oltre questo punto non si possa andare. Paradossalmente, proprio dalla crisi nasce l’idea che si possa correggere la rotta, con maggiore realismo e responsabilità».
Non saranno mesi semplici. Guerra, contrapposizioni strategiche, polarizzazione interna americana: cosa dobbiamo aspettarci?
«La sconfitta repubblicana alle elezioni di midterm viene data da molti come probabile. Questo potrebbe indurre lo stesso Partito Repubblicano a frenare la deriva conflittuale. Negli Stati Uniti cresce la sensazione che la strategia dell’uno contro tutti non possa funzionare a lungo. Trump ha perso credibilità internazionale e anche interna».
Rubio e Vance restano in attesa. È davvero una fine corsa?
«Più che una fine corsa, è una fase di logoramento. Il tema vero riguarda i democratici: possono vincere Congresso e Senato, ma non hanno ancora individuato con chiarezza il candidato per il 2028».
Chi vede oggi meglio posizionato tra i democratici?
«Se dovessi indicare un nome, direi Gretchen Whitmer. Viene da uno Stato simbolo della Rust Belt, parla alla working class e alla middle class, e ha mostrato pragmatismo istituzionale. Al contrario, figure come Gavin Newsom rischiano di apparire troppo distanti dal Paese reale».
E Kamala Harris?
«Le sue recenti mosse mediatiche mostrano che il campo democratico resta aperto. Ma il rischio è una competizione interna prematura, che indebolisce il partito invece di rafforzarlo».
In questo scenario il dialogo italo-americano resta decisivo.
«Assolutamente sì. Italia e Stati Uniti condividono valori storici profondi. Gli italo-americani continuano a essere orgogliosi delle proprie radici e l’Italia continua a guardare agli Stati Uniti come al grande alleato atlantico. Le oscillazioni tra governi non intaccano questo legame strutturale».
Lei è protagonista della giornata National Italian American Foundation a New York. Che messaggio arriva da questo appuntamento?
«Un messaggio di continuità e fiducia. Organizzazioni come la NIAF lavorano da anni per rafforzare i rapporti tra i due Paesi. Nessuna tensione politica contingente potrà scalfire la percezione positiva reciproca tra americani e italiani».
Nel suo libro American Club c’è al centro il tema del soft power americano. Conta ancora?
«Conta moltissimo. Il vero primato americano non è solo economico o militare, ma culturale. Libertà civili, innovazione, università, industria creativa: questo resta il magnete degli Stati Uniti. Anche quando l’immagine politica si incrina, il soft power continua ad attrarre».
Le università americane restano un modello?
«Sì. Dal secondo dopoguerra in poi sono diventate il cuore del sogno americano: luoghi in cui studiosi di ogni provenienza collaborano per produrre conoscenza utile all’umanità. La libertà di ricerca e i grandi investimenti fanno ancora la differenza».
Il suo lavoro da rettore passa anche da qui: costruire ponti accademici?
«Esattamente. Favorire l’osmosi tra comunità scientifiche diverse significa elevare il livello della ricerca e migliorare la qualità della vita collettiva. È una missione centrale dell’università contemporanea».
Torniamo a parlare dell’evento NIAF di quest’anno, a lei viene conferito un riconoscimento speciale.
«Lo accolgo con grande entusiasmo. È il premio intitolato a Angelo Giamatti, simbolo dell’amicizia accademica tra Italia e Stati Uniti. Un onore personale, ma soprattutto un segnale importante per il dialogo tra i nostri due Paesi».
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