Trovare un’area verde in condizioni dignitose a Napoli è oramai un’utopia, eppure tra le voci di spesa del bilancio di Palazzo San Giacomo ce n’è una dedicata proprio alla manutenzione e alla tutela del verde urbano. Quanto investe il Comune di Napoli per il verde cittadino? Pochissimo: secondo un’indagine di Openpolis appena 18,31 euro pro capite. Il capoluogo partenopeo è terzultima in classifica, peggio di lui fanno solo Messina e Verona con una spesa rispettivamente di 8,47 e 6,29 euro pro capite. La città più virtuosa, invece, è Bari che spende ben 55,12 euro a testa per garantire ai suoi cittadini giardini e parchi in ordine.
«Che Napoli sia il fanalino di coda delle città italiane che investono meno nella cura e implementazione del verde urbano è solo una conferma di quanto i cittadini partenopei possono osservare da soli in città – commenta Benedetta de Falco, presidente del Premio GreenCare Aps – Un segno ancora più grave perché si tratta di una grande metropoli che ha già il primato in Italia della città con il più basso rapporto in tema di disponibilità di verde urbano per abitante. E con l’aggravante che, in alcuni quartieri fragili e densamente abitati, come i Quartieri Spagnoli, il cittadino dispone di solo 1,42 metri quadrati di verde». Non se la passa meglio Bagnoli dove la disponibilità di verde per abitante sale a 120 metri quadrati a testa, ma è solo sulla carta perché, per esempio, il Parco dello Sport è chiuso e abbandonato.
Ponticelli e Barra hanno parchi in condizioni indecenti, senza dimenticare il Vomero con la Villa Floridiana aperta a singhiozzo e con la maggior parte del parco inaccessibile. A questi si aggiunge la quantità di volte in cui i cittadini hanno trovato sbarrati, a causa della solita allerta meteo, gli ingressi di quei pochi polmoni verdi. Chiusure motivate non solo dalle speciali avversità dei fortunali, ma soprattutto dalla mancanza di una manutenzione costante con il censimento e il monitoraggio di tutte le alberature. Risulta evidente come l’amministrazione comunale, su questo fronte, abbia fatto davvero poco. «Gli introiti della tassa di soggiorno, incassati negli anni pre-Covid, si sarebbero dovuti investire nella cura del verde urbano considerandolo come una priorità per le diverse valenze: di infrastruttura ecologica, elemento che contribuisce al decoro cittadino con il miglioramento delle attività economiche adiacenti, quale luogo dell’inclusione sociale nei territori fragili – prosegue de Falco – ma anche come verde storico da “restaurare” e valorizzare con proposte di percorsi turistici green, tali da decongestionare il centro della città. Altre risorse, con il Comune di Napoli in pre-dissesto, non si sono potute attivare».
Nel frattempo, le grandi metropoli italiane stanno puntando tutto sulla svolta green, riqualificando anche i cosiddetti “non luoghi” mediante interventi volti a creare nuovi giardini e conferendo ai contesti urbani un’immagine al passo coi tempi. Anche Napoli ora ha la possibilità di cambiare registro. «Sono in arrivo tanti fondi per il verde pubblico da parte della Regione Campania e della Città metropolitana: un’occasione formidabile per ridisegnare la città, ma nella sua accezione di Città metropolitana veramente realizzata, dove il verde può essere una infrastruttura di congiunzione – sottolinea de Falco – Così non parlerei più di verde urbano, ma di verdi: parchi storici, parchi urbani, il verde dei chiostri e delle riserve naturali, il verde dei terreni ancora dediti all’agricoltura. Tutti questi verdi dovranno essere connessi, anche con un ruolo più attivo e partecipativo dei cittadini».

Partire dai grandi progetti abbandonati potrebbe essere la soluzione. «Penso a Bagnoli: 200 ettari di suolo dove è previsto un parco pubblico – conclude de Falco – La sua manutenzione non sarà sostenibile. Diventerà una giungla. Se invece 150 ettari fossero destinati ad agricoltura di nuova generazione, affidati alla gestione dei cittadini, come suggerito da Massimo Pica Ciamarra, avremmo un ecosistema urbano in ottima salute e senza problemi di manutenzione. Quindi è solo questione di un approccio diverso al tema del verde urbano, non solo di fondi da impegnare».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.