Ridurre, riusare e riciclare. La transizione verso la green economy passa attraverso la regola della circolarità delle tre R. In pratica, risorse, capacità, cicli di vita e rifiuti diventano un’opportunità e non più uno spreco, in un sistema capace di rigenerarsi da solo. Pochi sanno che il ciclo siderurgico costituisce già oggi un esempio virtuoso di questo modello: l’acciaio è tra i materiali più riciclati al mondo perché, anche grazie alla conservazione in maniera permanente delle sue proprietà peculiari (resistenza, duttilità, formabilità, resistenza alla corrosione per gli inossidabili), raggiunge tassi di riciclo elevatissimi che vanno dal 75% degli imballaggi, all’85% dei prodotti da costruzione, al 90% di veicoli e macchinari (dati Federacciai). Oggi a Terni, dove da 135 anni si produce acciaio, l’ambizione è di andare ancora oltre e trasformare anche le scorie derivanti dalla produzione di acciaio inossidabile in un nuovo materiale per l’edilizia utilizzabile al posto di ghiaia e sabbia. Come?

Lo chiediamo all’amministratore delegato di Acciai Speciali Terni Massimiliano Burelli, da aprile 2016 alla guida dell’Azienda.
Abbiamo firmato un accordo con il gruppo finlandese Tapojarvi Oy per il recupero delle scorie prodotte. Una novità in Italia che ci permetterà di trasformare quelle stesse scorie in altri materiali e allo stesso tempo di evitare i costi del trasporto in discarica. Quando si produce una tonnellata di acciaio si ricava un 30% di scoria che fi no ad oggi andava in discarica. Grazie a questa partnership, le scorie, una volta trattate, assumeranno le caratteristiche di ghiaia e sabbia e potranno essere usate in alternativa ai materiali naturali per la costruzione di sottofondi stradali o per produrre calcestruzzi o asfalti. La riprogettazione dell’intero processo di gestione della scoria porterà ad una riduzione delle emissioni ed originerà materiali più compatti con minori emissioni polverose. Qualche settimana fa abbiamo contrattato l’ordine per la costruzione dei capannoni dove, unico caso in un’azienda siderurgica, si svolgerà il raffreddamento e il trattamento della scoria al coperto, con miglioramento del footprint ambientale importante. L’intero processo inoltre richiederà limitate quantità di acqua, riducendo i consumi: si tratta di un esempio di quell’economia circolare molto descritta in convegni ma praticata da un numero ancora insufficiente di aziende.

Quanto investe l’Azienda per l’ambiente?
Negli ultimi anni, AST ha realizzato un cambio di rotta in questo campo e spende mediamente 25 milioni l’anno per la gestione dell’ambiente. Oltre al progetto di recupero delle scorie, ci sono numerose iniziative volte a ridurre l’emissione di Co2. Tra le più importanti, il generatore di vapore a recupero inaugurato lo scorso anno che ha portato al 70% la quota di vapore prodotto senza l’utilizzo di combustibili fossili, evitando così l’immissione in atmosfera di grandi quantitativi di anidride carbonica. Per dare una dimensione del miglioramento apportato, le 30 mila tonnellate annue di Co2 non immesse, corrispondono ai consumi di 15 mila famiglie: è come se un terzo degli abitanti di Terni non utilizzasse più il gas naturale per soddisfare i propri fabbisogni energetici.

A proposito di energia. Quali segnali stiamo avendo dal Governo sui costi dell’energia per le aziende energivore? Può farci un breve quadro della situazione?
L’attenzione ai costi dell’energia è vitale per la sopravvivenza di un’azienda come la nostra. Nel caso specifico, AST consuma il 20% dell’elettricità dell’Umbria e il 19% del gas naturale. In un contesto in cui il costo della bolletta energetica è più alto di quello del lavoro, è chiaro che diventa importante il supporto del governo con politiche energetiche degne di tale nome che permettano di competere in maniera paritaria con altre realtà europee. Il differenziale di costo sostenuto dalle aziende italiane per l’energia elettrica e il gas è attualmente ancora troppo alto rispetto ai Paesi vicini e concorrenti. Qui risiede uno dei motivi che penalizza maggiormente la capacità competitiva delle imprese nostrane.

L’altro nemico è la concorrenza che arriva dai Paesi asiatici dopo i dazi imposti da Trump. Con l’emergenza virus, la situazione potrebbe peggiorare ancora? Qual è la risposta dell’Europa?
Il materiale asiatico che arriva in Europa è un problema grave. Da quando l’amministrazione Trump ha deciso di rilasciare i dazi, c’è stato un prolificare di esportazioni dai Paesi asiatici nei confronti dell’Europa che ha creato sovrabbondanza di offerta e quindi crollo dei prezzi. La Comunità europea ha rilasciato delle misure di salvaguardia, prima transitorie e poi definitive che fino a ottobre dell’anno scorso sono stati poco efficaci. Da ottobre in poi la formulazione è stata modificata e si cominciano a vedere i primi effetti. Inoltre ci sono anche i presupposti per il rilascio di una procedura antidumping nei confronti di Cina, Taiwan e Indonesia per quanto riguarda i laminati a caldo decapati in acciaio inossidabile, misura che sarebbe sicuramente di aiuto. È chiaro che l’emergenza virus sta sbaragliando le carte. Nel caso specifico di Acciai Speciali Terni, le nostre esportazioni in Cina sono limitate a prodotti di altissima fascia, come ad esempio le facciate continue per ricoprire i grattaceli. Il problema è per tutte quelle aziende dipendenti dalla Cina che vedono la loro filiera di alimentazione ridursi e rischiano la chiusura con il prorogarsi della fermata per il capodanno cinese causata dal coronavirus.

Intanto l’Istat ha reso noto che in Italia la produzione industriale è diminuita nell’anno dell’1,3% . Si tratta della prima diminuzione dal 2014 e del calo più ampio dal 2013. Una situazione aggravata dalla grave crisi delle infrastrutture del nostro Paese.
Sì, in Italia manca un sistema di infrastrutture adeguato alle esigenze del tessuto produttivo. Prendiamo ad esempio Terni e la nostra azienda: a prescindere dai problemi endemici aspettiamo di vedere risolti, quali il completamento dell’ultimo tratto della Orte-Civitavecchia, la bretella di San Carlo e il collegamento con la piattaforma logistica, un altro tema critico è la solidità di ponti e viadotti. Oltre alla produzione di lamiere, nastri e tubi, AST produce anche grossi forgiati che pesano più di 260 tonnellate l’uno: non permettere il passaggio su determinati ponti e viadotti potrebbe creare un problema importante, perché mina la possibilità di evacuare i prodotti dallo stabilimento per portarli ai nostri clienti. Terni è già svantaggiata rispetto ai suoi concorrenti dal punto di vista geografico, trovandosi al centro dell’Italia, se aggiungiamo le infrastrutture non fruibili, il gap di competitività si aggrava.

Parliamo di sicurezza sul lavoro. I numeri delle morti bianche nel nostro Paese continuano a essere troppo alti. Come si affronta questo tema in una grande acciaieria? La sicurezza è la nostra priorità assoluta. Oggi AST ha un’incidenza di infortuni valutata con un indice di frequenza di 3, ovvero un settimo della media della siderurgia italiana, fonte Federacciai 2017. L’indice di frequenza si ricava dal numero degli infortuni moltiplicato per un milione e diviso per le ore lavorate. Per migliorare ancora e arrivare a 0: per farlo, è necessario coinvolgere di più tutti i nostri dipendenti. Per questo, con il supporto della fondazione LiHS di Saipem, abbiamo avviato un progetto di sicurezza comportamentale che ha lo scopo di cambiare la cultura della sicurezza sul lavoro all’interno dell’azienda.