Per la procura della repubblica di Milano al Pio Albergo Trivulzio durante le prime settimane dell’epidemia da Covid non fu commesso nessun reato. Nel chiedere l’archiviazione dell’inchiesta, aperta un anno e mezzo fa in seguito a un esposto, i pm del team del sostituto Tiziana Siciliano, Mauro Clerico e Francesco de Tommasi, precisano come non vi sia nessun nesso di causalità tra i comportamenti dell’azienda e dello stesso direttore generale Giuseppe Calicchia e i decessi di un gran numero di anziani morti per l’infezione da Covid. Anzi, è addirittura “da escludere” il collegamento tra «il singolo evento dannoso e una specifica condotta riprovevole».

Mentre si attende la decisione del gip, occorre ricordare che la richiesta di archiviazione da parte della procura era inevitabile dopo che gli stessi periti nominati dal tribunale, con una corposa relazione, nei mesi scorsi avevano dimostrato scientificamente il fatto che al Pio Albergo Trivulzio non era successo nulla di più o di diverso da quanto accaduto in tutte le case di riposo italiane ed europee, e dopo che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità aveva precisato che in tutta Europa il 50% delle persone anziane decedute era residente nelle strutture assistenziali. Il Pat (la Baggina, termine affettuoso con cui è conosciuto dai milanesi) è la più grande casa di riposo europea, un’eccellenza come residenza e anche nell’area ospedaliera della riabilitazione. Una reputazione che non è stata macchiata, se non nella mente malata di qualche mezzo di comunicazione, neanche da un fatto corruttivo del 1992, finito con l’arresto del suo presidente, il socialista Mario Chiesa. Il fatto che segnò l’inizio dell’inchiesta che porterà il nome di Mani Pulite.

Proprio quel fatto di quasi trent’anni fa è stato evocato un anno fa in una campagna di gogna mediatica che forse è servita al giornalista Gad Lerner a fare il salto da Repubblica al Fatto quotidiano, ma ha prodotto solo danni all’Ente e soprattutto agli ospiti e ai loro parenti convinti da quel tamtam mediatico e da qualche avvocato del fatto che ogni morto fosse una “vittima”, che i decessi fossero una “strage”, e addirittura che fossero state poste di nuovo le “Mani Pulite sul Trivulzio”. Quei morti furono letteralmente violentati e i loro parenti istigati a coltivare l’odio e la vendetta. Si formarono comitati che parevano partiti e i cui esponenti ancora oggi lamentano che giustizia non sia stata fatta. Come si fa a dire, come aveva fatto allora il deputato europeo del Pd Pierfrancesco Majorino, «non pensate di cavarvela in futuro con un’assoluzione in salsa lombarda»? O come dice oggi il presidente del comitato Felicita, Alessandro Azzoni, «Si vuole giustificare e rendere accettabile un’immunità giudiziaria generale»?

I titoli di Repubblica erano stati terribili, quasi fossimo tornati agli anni del terrorismo o delle stragi di mafia. Capofila, sempre Gad Lerner. “La strage nascosta del Trivulzio”, “L’epidemia insabbiata”, “Poveri morti nascosti”, “Occultamento di dignità”, “Si allarga la vergogna del Trivulzio”, “L’epidemia insabbiata. Al Trivulzio si indaga su settanta morti”. Non si era sottratto alla suggestione mediatica neanche il sindaco Beppe Sala, il quale «chiede chiarezza: Quei corpi accatastati sono una ferita per la città». Ne immaginiamo l’imbarazzo (del sindaco, non di Lerner) quando era arrivata –ma ormai era passato un anno- la relazione della Commissione voluta dalla Regione Lombardia e dal Comune di Milano. Soprattutto perché al vertice oltre al presidente Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell’Ats di Milano, era stato inserito, proprio su iniziativa del Comune, l’ex magistrato Gherardo Colombo, casualmente uno dei pm di quell’inchiesta “Mani Pulite” nata lì al Trivulzio.

Quella relazione, conclusa dopo ventitré riunioni, sedici audizioni e 1.400 documenti esaminati, faceva a pezzi tutti gli argomenti giornalistici che avevano sostenuto quei titoloni e quella gogna di un anno prima. Primo punto, messo nero su bianco: «La gestione dell’emergenza è stata conforme ai protocolli e alle raccomandazioni dell’Oms e dell’Istituto superiore di sanità». Lo stesso concetto che verrà ripreso, con la richiesta di archiviazione, dalla procura della repubblica. Ma ci sono anche punti meno generali, più specifici. Come la vociferazione che il Covid sarebbe entrato nella casa di riposo in seguito alla delibera con cui la Regione aveva chiesto ospitalità alle Rsa per malati ormai convalescenti. Nulla di più falso: il Pat non ne aveva accolto nessuno, purtroppo il virus era entrato tramite i parenti in visita e il personale esterno. Ma quello che aveva colpito di più i membri della commissione era stato il comportamento dei dipendenti, soprattutto perché il Pat è una struttura enorme e con personale molto sindacalizzato. Dalla relazione risultava che nei giorni della pandemia ben il 65% dei dipendenti aveva “marcato visita”, era assente. Qualcuno malato, la gran parte solo assenteista. Non una novità, del resto. Non era vero neanche il fatto che qualche dirigente avesse impedito ai dipendenti di indossare le mascherine «per non spaventare gli ospiti». Quanta fantasia per spaventare con i titoloni di apertura delle prime pagine di Repubblica in quei giorni…

Siamo dunque arrivati alla conclusione di uno dei tanti scandali italiani costruiti con notizie inventate e gonfiate ad arte? Aspettiamo la decisione del giudice delle indagini preliminari, naturalmente. Ma sarà difficile possa discostarsi da quel che già una commissione d’inchiesta, poi i periti del tribunale e infine la procura della repubblica hanno accertato. E cioè che al Trivulzio nell’aprile del 2020 ci furono tanti decessi. Ma erano morti, non “vittime”. E non fu una “strage”, ma un tragico evento cui nessuno era preparato e che, in assenza di vaccino e di terapia non poteva essere prevenuto né curato. E soprattutto non ci sono “colpevoli” da sbattere in galera per poi buttare la chiave. Rassegnatevi, giornalisti e comitati vari.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.