La Guerra di Troia non si farà, notizia di ieri: processo contro Salvini, primo round, annullato: Matteo salva Matteo, palla al centro, Si riparte ma per dove? Naturalmente adesso dobbiamo aspettare che la Camera abbia il suo ciclo e ci faccia sapere se intende o no intortare il capo della Lega, cosa che ci sorprenderebbe perché l’aria che tira – se non ci sbagliamo – è quella di declassare Matteo Salvini da pericolo pubblico numero uno per quelli “de sinistra”, a soggetto sottoposto a terapia intensiva in coma farmacopolitico. Ci sembra che a questo punto tocchi proprio a Matteo Salvini ridefinire se stesso, visto che il combinato disposto giuridico-mediatico (l’abbiamo stavolta avuto per iscritto con le intercettazioni di alcuni Signori Giudici che sentivano come primo dovere ammazzare Salvini) ha già fatto tutto con atti, misfatti e conseguenze, sicché fuera de lo cojones el ruvido leghista che sparandosi sulle palle a reti unite aveva pronunciato la frase suicida “quando avrò i pieni poteri”.

Lo so, lo sa, lo sappiamo, dice non intendeva, gli è scappata, non voleva dire, ma intanto, eccetera. Anche gente molto facilmente irritabile come me fece allora il dovuto salto sulla sedia e disse: ma va a farti fottere, te e i pieni poteri. Salvini naturalmente l’ha capito da milioni di secondi, e infatti si è cosparso il capo di cenere, ha fatto tutte le giravolte e reverenze, penitenze e ha recitato cinquanta pater ave gloria, ginocchia sui ceci, orecchie d’asino dietro la lavagna, purga e capelli meno nazi, più da ragioniere a corto di barbiere. Tutte cose, anche estetiche che gli hanno tolto quel tanto di hip-hop un po’ da ganassa de noantri che aveva messo su quel banchetto di madonnine, quel mercatino per beghine e befane su cui contava, finché non ha capito che la Befana non è più la strega, perché la strega era ormai lui, su tutti i libri di testo e di preghiera: Dolce Cuor del mio Gesù, Quel Salvin non vogliam più. Tu (lettore) provaci: somministra il test, dì solo una parola, “Salvini” e noterai contorsioni, esorcismi, santa madre de Dios vade retro. Pensate solo a quella pover’anima di Dibba che stava giocando col costumino tutto nuovo da guerrigliero sandinista, Farabundo Martì, castrista e guevarista in America centrale, quando i guerriglieri veri lo hanno beccato e bollato: “Dibba è un fascista mascherato porque el suio partido Cuatro Estreillas è in coalizione col fascistissimo capo dell’estremissima destra fascista Salvini, campione di razzismo e di imperialismo”. Mica cazzi. Il povero Dibba sudava, spiegava, distanziava, storicizzava, si umiliava perfino, ma ‘un ci fu nulla da fare: lo sfancularono a cavallo di una palla di cannone del Barone di Munchhausen, tanto che lui per un po’ cercò di ayatollarsi in una spa a Teheran.

Lasciamo perdere Dibba, e torniamo al Sor Matteo. Di lui debbon dirsi onestamente alcune cosette accidentalmente positive, peccato quel ferro da calza che quando provi a bevertelo, ti si ficca fra le carotidi. E sono: egli ebbe l’idea geniale di garibaldare il Sud travestendosi da pupo siciliano, Calabresella mia, Viddi na crozza, Napule è bella assaie e cca vojo restà, se Parigi avesse lu mari sarebbe ‘na piccola Bari. Nessuno ci credeva, ci fu un alto consumo iniziale di pomodori e uova marce, ma il messaggio passò e l’homo cafonis do Sur, si ritrovò entusiasticamente celtico, spadone di Giussano e vafangùl’ a san Gennaro, eccetera. Salvini aveva smesso di segare la Padania dall’Italia e segava direttamente l’Italia dall’Europa. A tutti quelli di “Noi simmo d’o Sudde” non parve vero, chitarra e elmo bicorno, sentivi parlare leghista con tutti gli accenti antichissimi del Sannio, tuareg, arabo, berbero, albanese, grecanico, greco, etrusco, romanesco. Una grandiosa metamorfosi. Vi ricordate quando Jonesco scrisse “il Rinoceronte” in cui tutti diventavano uno dopo l’altro rinoceronti e tutti erano felici di esserlo? Ecco, così: todos leghistas.

Doveva ancora comparire il fenomeno del senior Conte, non Camillo Benso, ma Joseph the Prime Minister, el incantador de serpientes, el alucinador de palabras incompiutas, l’uomo del mulino a vento che gira con le sue pale mosse da cigolante fatica, pur restando immobile e tolemaico. E impomatato. Quando Salvini si fa autogol, lo avevano già fritto dorato con la pastella, e così si ritrovò berlusconizzato come il Cavaliere quando il Corriere gli pubblico l’avviso di sfratto e venne Dini e tutta la Storia Siamo Loro. Fatto sta che era sulla cresta dell’onda, e poi cadde per una catena di incidenti nessuno da solo mortale, durante la scampagnata del governo coi penta. Non precipitò, ma rotolò. Un palmo alla volta, sempre più giù. Era intanto arrivata Peperita Patty, la pestifera con lentiggini di Charlie Brown che, borgatara quanto vi pare, con cognizioni della storia e della geografia della serie “stavamo alla Garbatella e non ciavevamo tempo da perde”, se ne è fottuta di tutto e di tutti con cipiglio, energia, con idee chiare e talvolta sgangherate ha prima di tutto fatto un culo così a tutte le donne lagnose che frignano con le quote rosé per avere il biglietto d’ingresso nel club dei maschietti, e poi ha afferrato per il manico la questione nazionale che senza essere una questione nazionalista era diventata per tutti, al nord e al sud, a destra come a sinistra, una questione identitaria.

Chi ha tempo si vada a sentire le conferenze di George Friedman per capire tutta la faccenda: quando tutti quelli di prima crepano di vecchiaia o di Covid, i pupi di marca non nascono e da fuori si presentano a milionate chiedendo ius soli, Inps, tetto e identità senza provenire da un comune parlare, scoppia un casino umano, non politico. Quella roba lì per essere governata, amministrata, fatta diventare politica, ci vuole qualcuno con la mente limpida, pochi slogan e atteggiamento da cancelliere tedesco: vi siete accorti che in Germania ci sono più di sei milioni di musulmani e africani felici e contenti non solo di lavorare in Germania ma di essere tedeschi? Big deal, non c’è dubbio. Ma è lì che Peperita Patty Meloni dà il suo meglio: parla romanesco, che già non è lumbard, scatta come un giocatore di pallacanestro, capisce al volo, ribatte, spariglia, si circonda bene ed entra in concorrenza col leader che in un tempo ormai lontano era sceso con le corna da crucco fra i saraceni. Come se non bastasse, Berlusconi, che nel frattempo da Francis Drake dell’antipolitica si è trasformato in maturo statista, ha visto che finalmente ‘sto famoso Capitàn Salvini perdeva i pezzi e ha lanciato la scialuppa di salvataggio verso il più smidollato e incoerente di tutti i governi e si è messo a trattare voti e aiuti, senza buttare a mare niente.

E adesso, pover’uomo, nel senso di Salvini? Ha ancora una posizione dominante, quando appare come lo Spirito Samsung su tutti gli schermi, ma appare anche chiaro che ormai è all’asciutto nel cantiere delle riparazioni. E che la Meloni lo smonta a destra assumendo le redini della partita nazionalista e Berlusconi lo corrode dal centro con una politica giolittiana, nessuna barricata – e sì che avrebbe potuto levare le bandiere di “A morte il governo degli incompetenti e delle pompe funebri” – ma tratta sul Mes che è veramente un bel bocconcino da aggiungere, lavora sottocoperta a Bruxelles e insomma la vecchia triade che prima era un solo terzetto di cui faticavi a distinguere il capo, adesso è un ferro a tre punte. O meglio a due: Matteo politicamente ancora non risponde, dovendo giocare in difesa ed essendo ancora le elezioni lontane. Finora ha cercato di far dimenticare il periodo del ducettismo che ha onestamente ammazzato la destra liberale, e poi lo sforzo per assumere la posizione del saggio ragionevole che dice cose sensate o con la dizione rassicurante.

Un po’ poco per crescere, al massimo basta per galleggiare. Noi non facciamo lo spin doctor di nessuno, ma se lo facessimo, vorremmo dire al capo leghista che c’è stato un tempo in cui ha agito con spericolata fantasia ben premiata: ma che poi si è gettato nel lago con un sasso al collo. Ma poiché non abbiamo questo compito, diciamo soltanto che il Salvini di oggi sembra essersi ripreso per il voto favorevole in giunta al Senato, ma si vede che deve ancora soffrire e soffriggere per uscire fuori dal tunnel in cui è e lo hanno ficcato. Tutto sta a vedere se e con quali novità. Il parco buoi dell’elettorato italiano si è nel frattempo traumatizzato, marmellato e omogeneizzato. La battaglia dell’economia e delle riaperture non è una prateria abbastanza grande per nutrire tutta la destra e il centro. Dottò, come dicevano i parcheggiatori abusivi consigliando la manovra per uscire, qui deve stare attento, sennò non esce più manco dallo sportello.