Chissà se Matteo Salvini ha finalmente capito che cosa è successo a Berlusconi, dal giorno in cui è entrato in politica. E chissà se Attilio Fontana ogni tanto la notte ha l’incubo del tritacarne in cui era finito un suo predecessore di nome Roberto Formigoni. E se uno dei due, o tutti e due, pensa “ma io sono diverso”, vuol dire che non ha capito niente. In Italia, innocenza e colpevolezza sono spesso concetti vuoti e insignificanti, soprattutto nel Paese con la magistratura più politicizzata del mondo. Non c’era bisogno di accedere al pozzo senza fondo delle intercettazioni del “caso Palamara” per sapere che, sotto lo scudo ipocrita dell’obbligatorietà dell’azione penale, il Partito dei pm fa esattamente quel che i magistrati dicono tra loro quando non sanno di essere spiati.

Dire cioè, per esempio, che il ministro dell’interno ha comportamenti corretti e condivisibili nei confronti dell’immigrazione clandestina ma che lo si deve comunque attaccare per motivi politici, non è molto diverso da un concetto dal sen fuggito qualche anno fa all’ex procuratore di Milano Saverio Borrelli. Stiamo parlando di una persona di buona reputazione e considerata da molti molto per bene. Pure, un po’ di anni dopo le indagini dette di “Mani Pulite” da lui condotte, lui ebbe a rammaricarsi perché dopo la distruzione per via giudiziaria di interi partiti e un’intera classe dirigente, il risultato elettorale, e quindi politico, aveva deluso le sue aspettative. Nel 1994, dopo tangentopoli, non aveva vinto Occhetto, ma Berlusconi. «Se lo sapevo non avrei venuto», disse il bambino dell’indimenticabile Guerra dei bottoni. Così ecco Borrelli nel 2011, quando chiese scusa per il «disastro seguito a Mani Pulite». «Non valeva la pena – disse- buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale». Non facevano giustizia, ma politica.

Oggi Matteo Salvini si indigna, con molte ragioni, perché le dichiarazioni dei magistrati-politici contro di lui vengono pubblicate proprio alla vigilia del processo per la vicenda della nave Gregoretti, e della decisione della Giunta (martedi prossimo) sul caso Open Arms. Ma commette un grave errore politico, in cui non sarebbe mai cascato Silvio Berlusconi. Sono indignato – avrebbe dovuto dire il leader della Lega – prima di tutto perché ormai i processi si fanno tutti con le intercettazioni e con il loro deposito in edicola. Poi avrebbe potuto aggiungere: sono solidale con tutte le persone, miei colleghi o semplici cittadini, che oggi come ieri sono sputtanati dopo che le loro conversazioni, anche private e prive di alcun rilievo penale, sono state sbattute in pasto a un’opinione pubblica addestrata a sbranare. Poi, ma solo poi, avrebbe fatto bene a chiedere un “processo giusto” (che “giusto” non può essere perché deciso a tavolino da un trappolone politico in Senato) per sé e a domandarsi se il presidente Mattarella, capo del Csm, non avesse nulla da ridire. Cosa che ha fatto, anche se con modesta soddisfazione.

Si dice sempre che, della malagiustizia, così come delle brutte malattie, ci si rende conto solo quando ti cascano addosso o almeno vicine. È umano. Ma chi fa politica, chi è leader, deve anche saper andare un po’ più in là del proprio naso, saper progettare e studiare. E anche storicizzare. Andare a lezione dal professor Giuseppe Di Federico, per esempio, o almeno leggere qualcuno dei suoi libri. Domandarsi per esempio, quando stai con qualche ragione dalla parte del rapinato che spara per legittima difesa, se sia giusto chiedere che il rapinatore vada sbattuto in cella e poi sia buttata la chiave, o se anche quest’ultimo, pur se delinquente, non abbia invece diritto a un giusto processo.

Ma intanto è successo anche qualcosa d’altro, in questi giorni, che, almeno sul piano politico, è un po’ come una bomba caduta vicino a Matteo Salvini. Più o meno come quando la brutta malattia non capita a te, ma a un tuo parente stretto. E magari pensi che non avresti dovuto buttare quel bollettino postale che chiedeva un contributo per la ricerca. La bomba è scoppiata giovedi nell’aula di Montecitorio, ma era come se l’esplosione avesse frantumato un po’ di vetri a Palazzo Lombardia, sede della Regione. Certo, il luogo scelto dall’oscuro deputato grillino per strillare contro il sistema sanitario lombardo e fare una pasticciata confusione tra pubblico e privato, è stato selezionato per poter avere una certa eco. Ma sarebbe bastato leggere ogni giorno e poi giorno dopo giorno il Fatto quotidiano e seguire le dichiarazioni di un ex assessore milanese del Pd per capire che non è solo il Movimento cinque stelle (al nord inesistente) ad aver messo gli occhi sul boccone grosso. Le elezioni regionali in Lombardia non sono imminenti, ma non dimentichiamo che il presidente Formigoni fu costretto a lasciare il suo ruolo con un certo anticipo. E non sono solo i politici a fare progetti.

Per questo, se Matteo Salvini frequentasse qualche Buon Maestro, dovrebbe tenere d’occhio gli uffici del quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. Il procuratore Francesco Greco è una persona per bene. Ma anche Borrelli lo era. E i fascicoli aperti stanno un po’ troppo aumentando. Ci sono quelli sulle case di riposo, dove non è successo niente di strano, se non, come è capitato in tutta Italia, per il fatto che sono state chiuse troppo tardi le porte ai parenti degli ospiti. E chi andava dentro e fuori ha portato il contagio. Alcuni di questi congiunti si sarebbero probabilmente lamentati il giorno in cui fosse stato loro impedito di incontrare i loro cari, ma oggi fanno i Comitati e le denunce che impongono (ah, l’obbligatorietà!) l’apertura di indagini.

Poi c’è la famosa decisione della Regione Lombardia, proprio uguale a quella del Lazio (Zingaretti ha dato qualche istruzione in più) per chiedere alle Rsa, quasi tutte private, salvo quelle, come il Pio Albergo Trivulzio di Milano, gestite dal Comune, di ospitare pazienti Covid convalescenti. Probabilmente sono state richieste imprudenti, tanto che molte Rsa, come ad esempio il Pat, hanno rifiutato. Certo, i morti tra gli anziani sono stati tanti. Persone fragili e di età molto elevata, come sono ormai quelle, in famiglie che ricorrono sempre più spesso all’assistenza domiciliare, che vengono ricoverate nelle Rsa. Una tragedia. Ma sono stati commessi reati? Difficile. Ma c’è un nuovo fascicoletto che andrebbe tenuto d’occhio, negli uffici della Procura di Milano.

Ed è quello sulla costruzione del nuovo reparto di terapia intensiva, oggi per fortuna poco utilizzato, costruito in tempi record nei vecchi padiglioni della Fiera di Milano. Con fondi privati, al contrario di quanto gridato a Montecitorio dal peone grillino. Che cosa c’è da indagare? Non sappiamo. Ma, caro Matteo, non basta indignarsi e protestare. Quel che è già successo ieri a Berlusconi come a Formigoni, potrebbe capitare ancora domani. Perché prima del ’94 era capitato a Craxi e a Forlani e a tanti amministratori locali. Non erano peggio di voi, te lo garantisco. E moltissimi sono stati assolti, dopo anni e anni di sputtanamento e di angoscia.