«Caro ministro aver lasciato in circolazione i leader di Forza Nuova è stato funzionale a voi e questa non solo è una vergogna e anche un atto eversivo. E allora, cari colleghi, non ci fate la lezione perché voi siete la cosa che più sinistramente assomiglia ad un regime». Così ieri Giorgia Meloni ha verbalmente azzannato alla gola la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese presente alla Camera per una prima sommaria informativa sui fatti di sabato scorso e sulla non tenuta dell’ordine pubblico. Vedere il leader dell’opposizione che accusa la ministra dell’Interno di mettere in campo “la strategia della tensione” è stato forse il momento più basso di questa legislatura. Almeno tanto quanto nel 2018 il Movimento 5 Stelle ipotizzò l’impeachment nei confronti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I 5 Stelle hanno nel frattempo imparato le regole della democrazia.

Giorgia Meloni invece spreca un’altra buona occasione di mostrare cosa vuol dire essere leader e avere leadership in un paese come l’Italia di cui si candida ad essere guida. Un paese che sta ripartendo dopo un anno e mezzo di pandemia, un paese che riapre e torna vivere e a produrre grazie all’80% di italiani che si sono vaccinati ma che per qualche perverso motivo continua a restare ostaggio di un 20% che non ne vuole sapere. Né di vaccini né di green pass. La leader di Fratelli d’Italia aveva recuperato credibilità martedì, dopo tre giorni di balbettamenti, prendendo finalmente le distanze da Forza Nuova protagonista sabato scorso di fatti eversivi gravissimi (la devastazione della sede della Cgil) definendola «formazione fascista con cui il mio partito non condivide nulla». Era arrivata anche a dire, proprio martedì sera, «ma si, scioglietela pure, anzi mi chiedo perché non sia stato fatto ancora». Ma è stata solo una parentesi di 24 ore.

Quella di ieri è stata una brutta scena che dice molto sullo scarso senso delle istituzioni e sul prevalere sempre e comunque della propaganda sulle ragioni della logica e del buon senso. Anziché abbassare i toni in un momento delicato anche per la tenuta sociale del paese, anziché cogliere l’occasione per fare al proprio interno e anche con gli elettori quella chiarezza che Gianfranco Fini seppe fare quando disse che il “fascismo è il male assoluto”, la leader di Fratelli d’Italia ha preferito lo schema, vigliacco, dello scarica barile. Del polverone e del parlare d’altro. Attaccare quello che può sembrare l’obiettivo più facile – Lamorgese è un ministro tecnico, non ha un partito che la blinda – accusando il ministro dell’Interno di “strategia della tensione”, è un giochino che la destre portano avanti da mesi. Prima Salvini sui migranti, ora Meloni sulla gestione dell’ordine pubblico. Prima ancora, stessa sorte era toccata al ministro della Salute Roberto Speranza. È uno schema vecchio e liso: attaccare quella che in quel momento può sembrare la parte più debole del governo per dare corpo ad un’opposizione diversamente priva di argomenti forti.

I fatti. Nell’informativa alla Camera, un assaggio di quella più corposa che sarà il prossimo martedì e per cui sono attese le relazioni del Capo della polizia e del prefetto Matteo Piantedosi, la ministra ha comunque toccato i punti più caldi della polemica: lo scioglimento di Forza Nuova in base alla legge Scelba perché “formazione fascista” a cui la nostra Costituzione ha tolto la cittadinanza; la presenza di leader di Forza Nuova alla manifestazione di sabato contro il green pass e di cui hanno preso in fretta la guida. «Riguardo allo scioglimento di organizzazioni a carattere eversivo – ha detto Lamorgese – è doveroso rilevare come si tratti di un tema di eccezionale rilevanza, politico-giuridica, di estrema complessità e delicatezza». Non se ne parla, quindi di decreto di scioglimento firmati dal governo. Si attendono, invece, le decisioni della magistratura. Come aveva già detto ieri il premier Draghi. È anche il suggerimento fatto pervenire dal Quirinale.

Un’informazione che fredda gli entusiasmi di chi, da sinistra, voleva lo scioglimento immediato. Lamorgese ha parlato di quadro “complesso” come testimonia «la limitata casistica applicativa della legge Scelba». La questione, comunque, «è attualmente alla particolare attenzione del governo, la cui azione collegiale potrà indirizzarsi anche sulla base delle valutazioni della magistratura nonché delle indicazioni del Parlamento a seguito della mozione già calendarizzata». Fin qui tutto bene. Più o meno. Poi la ministra ha affrontato al questione della presenza in piazza del Popolo dei leader di Forza Nuova, tutti con obbligo di dimora (dalle 21 alle 6) e, diciamo così, sorvegliati speciali. Perché erano lì e sono stati lasciati liberi di annunciare dal palco l’assalto alla Cgil e poi di realizzarlo? A questo punto il ministro ha detto quella verità che tutti coloro che hanno un po’ di dimestichezza con l’ordine pubblico ben sanno e conoscono: «Non siamo intervenuti subito perché a quel punto un intervento delle forze dell’ordine sarebbe degenerato in disordini ancora maggiori».

La figura di Giuliano Castellino, uno dei 9 leader di Fn adesso agli arresti, è ben nota alle forze dell’ordine. «È destinatario di Daspo, della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, integrato da restrizioni alla mobilità» ha spiegato al titolare dell’Interno. Sabato è stato chiaro ad un certo punto che il suo protagonismo stava andando oltre il consentito. «Tuttavia – ha spiegato la ministra – la scelta di procedere coattivamente nell’immediatezza nei suoi confronti non è stata ritenuta percorribile perché un intervento coercitivo eseguito in un contesto di particolare eccitazione e affollamento presentava l’evidente rischio di provocare reazioni violente con la conseguente degenerazione della situazione dell’ordine pubblico». A quel punto ha preso la parola Meloni. «Vergogna, il regime siete voi. Avete consentito qualcosa che tornava utile al governo. Questa è strategia della tensione». Da questa prima affermazione, ne sono derivate altre simili e anche peggiori. Sempre firmate Fratelli d’Italia: «Lamorgese è corresponsabile dell’attacco alla Cgil» (Malan); «Lamorgese smascherata da Meloni» (Rampelli). Il Pd ha accusato Meloni di aver usato «parole gravi e scomposte».

La verità su sabato è purtroppo semplice. E Meloni la conosce benissimo: per sette mesi il Viminale ha ordinato uno schema di ordine pubblico di “contenimento”, in sostanza non reagire agli attacchi e alle provocazioni. Quella di “Io apro” e poi dei “no pass” è una piazza mista, che va compresa e lasciata sfogare in considerazione della pandemia e della crisi economica. Per sette mesi, e oltre mille manifestazioni, è andata bene così. Sabato qualcosa è cambiato. E ora arriverà la stretta anche nell’ordine pubblico e nelle gestione delle piazze. Anche questa un’altra occasione sprecata.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.