Seguo sempre con interesse il dibattito che su questo giornale, fin dalla nascita e tanto nell’edizione nazionale quanto nelle pagine napoletane, si svolge sui problemi della giustizia e che è stato rinfocolato in questi giorni dalla pubblicazione dell’intervista del libro-intervista di Luca Palamara,  già pm della Procura di Roma, presidente dell’Anm e membro del Csm, quindi radiato dall’ordine. La sua colpa, ossia l’avere assecondato la deriva correntizia e clientelare nella corsa agli incarichi al vertice degli uffici giudiziari, sarebbe – è la tesi autodifensiva – se non inesistente, certo condivisa da molti colleghi tuttavia non espulsi (insomma, “mal comune, mezzo gaudio e invece ho pagato per tutti”) perché era questo “il sistema”, che poi è anche il titolo del libro.

Alcuni episodi toccano anche vicende che coinvolgerebbero magistrati partenopei, inquirenti e giudicanti. Vorrei sparigliare, non parlando di casi singoli, e riassumere invece le linee di una nota premessa a un numero speciale a mia cura e fra poco in uscita della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione, dedicato appunto alla riforma del Csm. La Costituzione, onde garantire il governo autonomo dell’ordine giudiziario, costituì  questo collegio del tutto particolare, formato anche da membri nominati dal Parlamento ma in maggioranza da magistrati ancora attivi ed eletti dai loro stessi colleghi, per vegliare sul corretto andamento delle carriere e giudicare gli illeciti disciplinari degli appartenenti alla corporazione: un consiglio di amministrazione delle vicende professionali di un corpo speciale di impiegati pubblici, insomma, né più né meno.

Complice, peraltro, il progressivo indebolimento della politica rispetto ai poteri a essa esterni e di profilo tecnico e con una crescente delega alla magistratura dell’accusa a fare autoreferenzialmente pulizia nei campi prima del terrorismo, poi della criminalità organizzata, quindi della corruzione in tutti i settori della vita collettiva da essa inquinabili, l’organo è diventato invece nel tempo l’espressione para-parlamentare della degenerazione correntizia, alimentata dall’immagine di “militanti della pubblica virtù” dei loro aderenti, spesso solleticati in ambizioni personali dalla medesima politica che, attenta alla popolarità dei personaggi, li ha cercati per volgerla a suo vantaggio: anche in questo caso, se si parla di narcisismo e si guarda anche a certi uffici giudiziari napoletani di oggi, non si sbaglia.

Non so se il prossimo Governo – dovendo gestire l’emergenza vaccinale e il Recovery Fund – se ne occuperà, ma una disarticolazione del potere delle correnti, riformando la Costituzione con la previsione del sorteggio per comporre l’organo e col portare fuori di esso la giustizia disciplinare, mentre si dovrebbe anche separare le carriere di magistrati dell’accusa e giudicanti, sarebbe il presupposto per avviare una sana spoliticizzazione dell’ordine, che beninteso non riguarda chi è intento alla quotidiana amministrazione della giustizia, ma i vertici delle sue correnti.

I partiti sono stati oggi commissariati dall’azione combinata del capo dello Stato e di un “papa straniero”, per essersi delegittimati da soli; i magistrati hanno bisogno di una seria e profonda autocritica, per ritrovare la fiducia del popolo, il che è l’opposto che continuare a sollecitarne un’acclamazione giustizialista.