Il professor Minenna, attuale direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, studioso e pubblicista intelligente, qualche giorno addietro, solleva il tema di un uso più intelligente dell’ingente patrimonio confiscato alle mafie, sia dal punto di vista dell’efficienza economica sia da quello della sostenibilità sociale. Ci si trova in effetti di fronte a una straordinaria opportunità per il tessuto economico, e a volte non ne sembriamo consapevoli. Tutta la legislazione che regola il sequestro e la confisca dei beni alle organizzazioni criminali appare chiaramente orientata, come direbbero i filosofi, alla pars destruens, nel caso di specie alla sottrazione e di frequente alla demolizione delle attività economiche e di impresa riconosciute in capo a soggetti e sodalizi criminali e non a una loro possibile valorizzazione nel tessuto economico sano e di mercato.

L’intento punitivo sembra spostarsi dal soggetto criminale all’attività economica in sé, tendenzialmente da cancellare dall’universo economico e ne consegue che, in virtù di questo generale indirizzo, il profilo dei poteri attribuiti all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità risulti per lo più sprovvisto di competenze manageriali, capaci di costruire e guidare holding economiche assimilate per settori produttivi. Siamo certi che questa sia l’unica strada?

Se ne interroga Minenna e anch’io da lungo tempo. Dei 18.300 immobili e delle 2.866 aziende in capo all’ANBSC, il grosso degli immobili viene destinato a enti locali per finalità sociali e, accanto a straordinari esempi di recupero e funzione sociale, ve ne sono altrettanti, data a volte la precarietà economica di molti enti locali, di depauperamento ed abbandono; la quasi totalità delle aziende viene liquidata anche quando, disinquinate dalla contaminazione criminale, potrebbero generare profitto e occupazione. La Commissione europea anche più recentemente ha invitato i sistemi di EuroPol ed EuroJust a giocare un ruolo di coordinamento fra gli uffici nazionali per il recupero dei beni proventi di corruzione o legati a criminalità mafiosa o terrorismo, di fatto segnando la rotta di un’attività di ‘asset recovery’, fortemente specialistica ma che richiede nuovi strumenti normativi di gestione manageriale e per holding di imprese con difficoltà produttive, finanziarie o legali, già sottoposte a sequestro o confisca dall’autorità giudiziaria.

Per fare ciò, due sono le condizioni ineludibili che ci sentiamo di sposare con Minenna: l’articolazione di veicoli di proprietà pubblica che possano rappresentare una leva finanziaria anche di fronte al mercato privato e la funzionalizzazione sociale, la necessità cioè che le finalità di impiego siano stabilite dalla holding pubblica. Sul primo punto in particolare, Minenna suggerisce diverse modalità di ingegneria finanziaria ma, prima di tutto, è il legislatore a dover decidere se mutare parzialmente orientamento rispetto all’attuale normazione che regola l’amministrazione di beni mafiosi. La discussione è aperta.