Le parole pronunziate da Riccardo Polidoro sulle pagine di questo giornale sono intellettualmente disoneste e platealmente strumentali. Sono parole che risentono ancora degli echi della recente campagna elettorale ove Polidoro aveva sostenuto uno dei candidati perdenti. E sono gravi poiché provengono da un soggetto che ricopre un ruolo istituzionale all’interno dell’Ucpi (ruolo che gli è stato assegnato anche e soprattutto grazie al lavoro della Camera penale partenopea, nonostante all’epoca Polidoro fosse un suo strenuo oppositore) e che in passato si è candidato (non ricevendo la fiducia dei colleghi) alla guida dei penalisti napoletani.

Polidoro, dunque, non parla da semplice iscritto ma da uomo che utilizza strumentalmente il ruolo ricoperto. Un uomo che ama apparire “istituzionale” e che, invece, persegue da anni solo i suoi piccolissimi interessi di bottega. Il gioco a cui si sta assistendo nelle ultime settimane è invero chiaro: gli sconfitti nelle elezioni degli ultimi quindici anni tentano di veicolare l’immagine di una Camera penale partenopea autoreferenziale e isolata, consci di non avere alcuna possibilità seguendo la via democratica. Per quanto Polidoro cerchi di ammantarle dietro la difesa dei diritti degli imputati, le sue parole nascondono esclusivamente un risentimento di natura personale e il tentativo meschino di veicolare l’immagine di una Camera penale partenopea isolata e spaccata, al solo fine di salvaguardare il ruolo personale rivestito all’interno dell’Ucpi.

Per quanto concerne il diritto degli imputati, va evidenziato che proprio grazie al tempestivo e deciso intervento della Camera penale partenopea il giudice estensore della sentenza precompilata si è astenuto, riportando la situazione nell’alveo della legalità. Questo è stato, invero, l’unico e rilevantissimo risultato tangibile che si è ottenuto in questa vicenda, laddove l’astensione e il conseguente convegno si sono invece risolti in uno sterile e propagandistico minuetto. Sul punto, è profondamente errato ritenere che quanto accaduto presso la Corte di appello di Napoli rappresenti un caso paradigmatico. Non vi sono infatti prove per affermare che usualmente i giudici decidano e scrivano le sentenze prima che le parti rassegnino le proprie conclusioni. Di contro, qualora così dovesse essere, la risposta dovrebbe essere durissima (non certo un giorno di astensione come quello organizzato a Torre Annunziata) essendosi in presenza di condotte eversive e platealmente incostituzionali.

Se si vuole mantenere un minimo di credibilità, non si può da un lato abbaiare contro presunte reiterate violazioni della legalità del processo e dall’altro invitare a un salottino coloro che di quelle reiterate illegalità sono additati come autori. Delle due l’una: o quanto accaduto in Corte di appello è un caso isolato sia pur grave, e allora l’astensione del giudice e le scuse al collega dell’Anm sono sufficienti a ricomporre la legalità violata, oppure, se è un malcostume (rectius, un’illegalità) costante, la reazione dev’essere incisiva e prolungata. In ordine al presunto isolamento della Camera penale napoletana da me presieduta, evidenzio che essa è – con autonomia di giudizio e rivendicando sempre la possibilità di esprimere anche un dissenso costruttivo – assolutamente concorde (e in prima linea) con tutte le battaglie portate avanti dall’Ucpi.

Rispetto alla asserita “rottura” dell’unità con la distrettuale, ricordo che in quella sede si era stabilito che ogni decisione sarebbe stata assunta all’unanimità. Ebbene, i colleghi delle altre Camere penali campane hanno deciso di non mantenere l’impegno preso: decisione legittima, ma è indubbio che siano state le altre Camere penali a rompere un’unità spesso rivendicata ed esaltata solo a parole. Infine, i pochissimi penalisti napoletani presenti a Torre Annunziata erano soggetti sconfitti nelle precedenti tornate elettorali o comunque storici oppositori della Camera penale partenopea.

Dunque, nessuna spaccatura ma esclusivamente il tentativo, umanamente comprensibile, ma politicamente maldestro di cercare di dare una spallata a chi è stato democraticamente eletto da pochi mesi con ampissimo consenso. Polidoro su una cosa ha ragione: occorre parlarsi apertamente in un’assemblea, senza indugiare in giochetti e mezzucci. Per dare un minimo di credibilità alle sue parole Polidoro dovrebbe dimettersi dal suo incarico presso l’Ucpi. Allora potrebbe parlare come battitore libero che finge di essere. La sua storia personale ci dà la certezza che non lo farà.