L’accordo tra la presidenza del Consiglio e la famiglia Benetton su Autostrade riguarderebbe due versanti: da un lato la definizione dei contenziosi in essere tra Stato ed attuale proprietà della società Autostrade e, dall’altro, la definizione di un nuovo assetto societario per la stessa. Per quello che riguarda quest’ultimo aspetto, che costituisce il profilo politicamente più rilevante dell’accordo, si prevede l’immediato passaggio del controllo di Aspi a Cassa Depositi e Prestiti attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato. Contemporaneamente, vi sarà una scissione proporzionale di Atlantia, l’attuale controllante di Aspi con la conseguenza che quest’ultima uscirà definitivamente dal perimetro della prima. Aspi, quindi, sarà quotata in borsa. Il risultato finale dovrebbe essere una pubblic company con un azionariato diffuso superiore al 50% e con una residua partecipazione in capo ai Benetton comunque non superiore al 10, 12%, con conseguente impossibilità numerica per gli stessi di nominare un componente del Consiglio di Amministrazione.

L’accordo è stato raggiunto dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato legittima, con la Sentenza dell’8 luglio scorso, l’esclusione di Aspi dalla ricostruzione del ponte Morandi, attesa la “estrema gravità della situazione” che legittimerebbe la deroga ad alcuni principi fondamentali, e dopo che il Governo ha minacciato la revoca della concessione in caso di mancato accordo. Inutile dire che la serietà della minaccia ha ricevuto un decisivo rafforzamento dalla citata sentenza della Corte Costituzionale, la quale ha sostanzialmente affermato che la vicenda del Ponte Morandi sarebbe tale da legittimare qualsiasi strappo ai principi ed ai diritti fondamentali. È inevitabile chiedersi come andrebbe qualificata la vicenda appena descritta se al posto dello Stato vi fosse un privato, il quale chieda all’altro contraente di accettare tutte le sue imposizioni, minacciandolo altrimenti di pesanti ed arbitrarie sanzioni, atteso che un Giudice (il Giudice delle Leggi) lo ha legittimato nella situazione data a fare quello che vuole. Su di un piano formale il pensiero non può non andare all’art. 629 cod. pen., che definisce il reato di estorsione come il fatto di chi, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altrui profitto con altrui danno.

In una prospettiva più sostanziale non si può non rilevare che la conclusione della vicenda finisce con lo smentire quello che è uno dei cardini dello Stato di diritto e, cioè, che anche il potere pubblico è sottoposto ai vincoli della Legge. In questo caso il potere pubblico ha potuto liberamente minacciare la revoca della concessione, avendo le spalle protette da una Sentenza della Consulta che lo ha liberato dall’obbligo di rispettare la Legge. Nei termini indicati la questione non è solo di principio, ma finisce con l’avere implicazioni anche sul piano delle relazioni economiche. Ove si consideri che in Autostrade hanno investito anche capitali stranieri, diventa inevitabile chiedersi se in futuro gli investitori stranieri potranno avere fiducia nel rispetto delle regole da parte dello Stato italiano.