Qualcuno ha visto per caso dalle parti del Senato ieri il ministro Bonafede? Pare di no. Ma si è saputo che Piercamillo ha mandato un suo giovane di studio con uno striminzito fogliettino da leggere per spiegare che, se anche il magistrato relatore della condanna a Silvio Berlusconi dice che fu una “porcata” e che l’autonomia dei giudici è stata sporcata da un volere politico venuto “dall’alto”, lui non ci può fare niente. Lui (cioè il ministro, che però non era in aula) può fare accertamenti solo su magistrati in servizio. E raramente i morti, come Amedeo Franco, lo sono. Letto il fogliettino, trenta secondi, il giovane di studio, come un qualunque ragazzo-spazzola, ha tagliato la corda. Il ministro guardasigilli probabilmente aveva ben altro da fare, con tutte le palamarate e la disciplinare da rafforzare al Consiglio Superiore della magistratura in vista del 21. Il ventuno è ben più importante del nove di luglio. Gli intrighi giudiziari sono più rilevanti rispetto all’amministrazione della giustizia. Anche se su questa grava il sospetto che una grande “porcata” politica si sia abbattuta, tramite una sentenza, sul Presidente del consiglio più longevo di tutti i tempi nel nostro Paese.

Parliamoci chiaro, il problema è politico. È inutile che il direttore dell’ house organ del partito dei pubblici ministeri (e di qualche giudice commentatore) continui, con un certo affanno respiratorio, ad assemblare atti giudiziari per dimostrare che la magistratura ha sempre ragione. È vero che è l’unica cosa che sa fare, e anche maluccio, se lo lasci dire da un’antica cronista giudiziaria. Ma qui non stiamo parlando di una lite condominiale o di una vecchia puntata di Un giorno in pretura. Qui c’è da riscrivere la storia e da sanare una ferita che non è giudiziaria, ma è anche sociale ed economica. Se il primo agosto 2013 una sezione feriale “di ragazzini” (siamo sicuri che tutti abbiano letto le carte?) della corte di cassazione ha prodotto una sentenza anomala perché viziata dal pregiudizio politico e perché inquinata da ordini assunti “dall’alto”, e la decisione ha eliminato un importante leader di partito, quale è il problema, di carte giudiziarie?

Certo, ancora bruciava quell’immagine – era proprio il gennaio di quell’anno – di Silvio Berlusconi che va nella fossa dei leoni, cioè la trasmissione di Michele Santoro e sbaraglia tutti e due i conduttori, ma prima di sedersi laddove aveva posato le terga Marco Travaglio, estrae dal taschino un candido fazzoletto e pulisce la sedia. Sono ricordi che ti rimangono attaccati alla pelle. Anche perché il leader di Forza Italia, nonostante lo scherzetto subito due anni prima dal combinato disposto di investitori esteri che con le loro operazioni avevano fatto schizzare il nostro spread alle stelle e della poco chiara operazione del Presidente Napolitano che aveva portato Mario Monti a Palazzo Chigi, veleggiava ancora con il vento in poppa. Il Popolo della libertà sfiorava il 30% nei sondaggi, affiancato dalla piccola Lega di Maroni che non arrivava al 4%. Quella sentenza, l’unica in cui Berlusconi sia stato condannato, cambiò la storia italiana.

A rischio di essere pedanti, possiamo ricordare che l’imprenditore di Arcore fu condannato senza aver mai firmato alcun bilancio, in quanto non rivestiva più alcuna carica societaria in Mediaset. E la stranezza fu invece l’assoluzione di Fedele Confalonieri, l’amministratore delegato che quei bilanci aveva firmato. Dobbiamo ricordare che in processi analoghi, sia a Milano che a Roma Berlusconi fu sempre assolto? E che una recente sentenza del tribunale civile di Milano sostiene che il famoso signor Agrama non era un socio occulto di Berlusconi?

Sappiamo leggere anche noi le carte, e magari anche con qualche competenza in più. Ma le carte sono solo il punto di partenza, in questa storia. Perché nel 2013 dopo agosto venne novembre. E forse in quei giorni molti parlamentari, in particolare quelli di Forza Italia, che avevano dato al governo la delega per la promulgazione della “Legge Severino”, si saranno domandati per quale ragione avessero condiviso norme così giustizialistiche. Che furono però un vestito che calzava a pennello alla cultura forcaiola degli uomini del Partito democratico, i quali colsero al volo l’occasione per togliere di mezzo un antagonista politico.

Del resto lo avevano già fatto con Craxi. Così, mentre diversi e stimatissimi costituzionalisti osservavano che la norma non potesse esser applicata retroattivamente e di conseguenza il senatore Berlusconi non avrebbe dovuto decadere dalla sua carica, furono proprio gli uomini del Pd, ormai guidati da Matteo Renzi, a troncare ogni discussione e a imprimere quell’accelerazione che portò all’espulsione del leader del Pdl dal Senato. E subito dopo anche all’umiliazione, superata con dignità e orgoglio, dei servizi sociali alla Sacra Famiglia. Fu quello anche l’inizio di un certo declino politico non solo di Berlusconi ma anche del partito da lui fondato, Forza Italia.

Ieri il partito di Renzi, Italia viva, ha mostrato che si può anche cambiare idea. Ben venga. E il capogruppo in Senato Davide Faraone, non solo ha sfidato quella parvenza di ministro con il foglietto in mano per chiedere che non si passino sotto silenzio fatti di tale gravità che riguardano un ex Presidente del Consiglio, ma ha mostrato una seria apertura rispetto all’ipotesi, proposta dai partiti di opposizione, di una Commissione d’inchiesta sulla malagiustizia che ormai riguarda l’interno Paese, non solo Berlusconi. Se per caso gli venisse in mente, non la presieda mai Matteo Renzi. Si ricordi della Bicamerale di D’Alema.