Una lezione da uno degli ultimi “Grandi vecchi” della politica italiana: Rino Formica. Una lezione che unisce presente e passato. Guardando ad un futuro denso d’incognite.

Nel terremotato panorama politico italiano è calata la scissione nei 5Stelle. Lei come legge quello che è avvenuto?
Sono gli effetti di una politica generale che è stata condotta dalle forze cosiddette rappresentative dei partiti politici in Parlamento. Che si sono illusi in questi anni di poter affrontare i temi di una crisi profonda nei sistemi politici nazionali e nelle strutture istituzionali, con delle più o meno abili uscite propagandistiche che potevano soddisfare in qualche modo gli umori epidermici dell’opinione pubblica. Un andazzo che è stato spazzato via dalla guerra.

Perché, senatore Formica?
Senta, la guerra è stato un tutto nella realtà più dura. Nella realtà in cui non ci sono possibilità di soluzioni sfumate, depistanti, o di abilità di linguaggio tale da poter dire che il bianco è neo e il nero è bianco, tutto si confonde, tutto è possibile. No. La guerra ha portato una profonda lacerazione nell’interno non solo delle classi dirigenti, ma anche delle opinioni pubbliche, della militanza dei partiti, degli elettori dei partiti. L’illusione, che in Italia dura da trent’anni e negli altri paesi dell’Europa da una decina d’anni, era che la politica fosse, in sostanza, qualcosa che si poteva evitare, essendo un male. Un portatore di infezione che depistava nelle soluzioni e che le soluzioni dovevano essere prese secondo lo schema di una convenienza quotidiana, immediata, superficiale. Una dimostrazione che non è nuova nella decomposizione dei sistemi istituzionali democratici. Non dimentichiamo che nel 1919-22, quando si aprì la crisi nel sistema politico dopo la Prima guerra mondiale. Una crisi che in Italia investì tutte le forze dei partiti politici popolari, che erano essenzialmente i socialisti, i popolari cattolici e il mondo della democrazia liberale. Tutti ritennero allora che si trattasse semplicemente di mettere mano ad alcune abili soluzioni di accorgimenti parlamentari. Quello che subito il fascismo bollò come “cretinismo parlamentare”. Oggi non c’è da usare il termine di “cretinismo parlamentare” ma quello di “infantilismo parlamentare” certamente sì.

In cosa si sostanzia questo “infantilismo parlamentare”?
Nel dibattito al Senato, che ho seguito con attenzione, mi ha colpito in particolare una cosa. Che in questa intervista vorrei richiamare. Mi riferisco all’ultimo intervento nel dibattito generale al Senato, di un rappresentante del Movimento 5Stelle. Costui ha svolto un intervento di totale critica alla politica estera, alla politica economica, alla politica sociale del Governo. Di totale critica. Forse era una forma di riaccreditamento, perché era in corso la scissione, la lacerazione interna. Forse era sua intenzione aggredire la parte dei 5Stelle che usciva, e voleva evidenziare la divisione profonda interna al Movimento. Fatto sta che ha svolto un attacco diretto al Governo. Subito dopo quell’intervento demolitore, c’è stata la replica del presidente del Consiglio, il quale, con freddo distacco e con molta ironia, ha detto: non rispondo ai singoli interventi, perché ho notato che c’è una identità generale nella posizione politica dei Gruppi parlamentari, che posso condensare in questi punti, elencandoli rigidamente. 8-9 punti per la riproposizione netta, marcata delle posizioni ufficiali che il Governo aveva assunto. Posizioni espresse sia dal presidente del Consiglio sia dal presidente della Repubblica. Sulla questione del conflitto in Ucraina noi abbiamo due posizioni nettissime, identiche: quelle di Mattarella e di Draghi. Tutto il resto è un vociare, un distinguersi, più per giustificare i mutamenti interni che sono avvenuti nelle posizioni dei singoli e dei gruppi politici negli ultimi anni. Che sono in contrasto con la logica elementare…

Vale a dire?
Questi gruppi parlamentari hanno perso tre giorni di tempo per inserire nella risoluzione in cui si parlava del coinvolgimento del Parlamento sulle iniziative che va assumere il Governo in politica estera, la parola ampio. Ora, il miracolo della parola ampio ha risolto i dissidi interni. I firmatari di siffatta risoluzione, non si accorgono del ridicolo e soprattutto dello sgarbo che hanno compiuto nei confronti dello stesso Parlamento. Quando si dice ampio coinvolgimento del Parlamento… Ma il Parlamento non può essere “coinvolto”. Il Parlamento deve essere rispettato perché controlla l’attività di Governo. Controlla la vita del Governo. Il Parlamento ha il potere di fiduciare e sfiduciare un Governo. Ampio o non ampio, piccolo o grande, non si tratta di un coinvolgimento, ma di un dovere istituzionale che ha il Parlamento di dichiarare che un Governo risponde del Parlamento che è l’espressione popolare, che è data rappresentanza. E se vede che un Governo non risponde a questa armonia necessaria tra popolo e rappresentanza, ha il dovere non di avere un “ampio coinvolgimento” ma di dare la sfiducia.

Come giudica il comportamento tenuto da Draghi?
Degno del massimo rispetto. Nel dibattito parlamentare il presidente del Consiglio ha seguito un principio fondamentale: dobbiamo discutere della situazione oggettiva, di guerra, nella quale ci troviamo. Il problema delle armi, dei singoli provvedimenti, è un voler confondere i mezzi con il fine. Il mezzo non è la pace. La pace è il fine. I mezzi sono quelli che la guerra comanda di dover osservare. Questo è il punto. Il dire un “ampio coinvolgimento”, non è solo un errore logico, ma è un grave errore linguistico. Perché ci troviamo di fronte ad una situazione in cui o noi riteniamo che l’aggressione della Russia all’Ucraina è semplicemente un fatto locale, che investe due nazioni confinanti, che casualmente si trovano in Europa ma che si potevano trovare anche nello sperduto oceano Pacifico, e come fatto locale non interessa la nostra vita. Oppure ci troviamo all’interno di una situazione nella quale la volontà di guerra che è stata determinata dalla Russia non investe solo l’aggredito, l’Ucraina. È l’Europa ad essere chiamata in causa. Non si può pretendere, contemporaneamente, di sostenere che l’Ucraina fa parte dell’Europa ma che può tranquillamente essere aggredita e cancellata da un altro senza che l’Europa se ne occupi. Ma di che cosa parliamo! Diciamocelo onestamente: c’è voluta la guerra per uscire dall’incantesimo dell’ambiguità. In un intervento alla Camera, ho sentito un deputato affermare gli altri facciano la guerra, noi non possiamo fare la guerra, dobbiamo fare la pace, dobbiamo assumere il ruolo di mediatori, perché è il ruolo che ci spetta…Ma quale ruolo di mediatori, senza essere partecipi di un fenomeno devastante, che è la guerra. Una guerra dentro casa nostra, dentro l’Europa.

Tornando ai fatti politici di casa nostra. Il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ha parlato più volte di un “campo largo” di centrosinistra. Ma anche alla luce degli ultimissimi accadimenti, che ne resta di questo campo che più che largo appare sempre più minato?
Quella del segretario Pd mi sembra più che altro una escogitazione pubblicitaria. Il “campo largo” viene fuori da un’antica tradizione di linguaggio della sinistra europea negli anni ’30, che ebbe allora una grande fortuna. Un “campo largo” della sinistra per creare il fronte popolare largo antifascista, con dentro anche i comunisti. Fronte largo vuol dire alleanze per combattere un nemico più importante, generale, che non è l’avversario di un partito politico ma è il nemico di uno schieramento generale. Il “campo largo”, venendo all’oggi, altro non è che il tentativo di Letta di utilizzare una vecchia fraseologia cominternista degli anni ’30, adattandola ad una situazione attuale per uscire da una condizione di isolamento. Questo “campo largo”, in buona sostanza, era il tentativo di Letta di unire tutte le frange che si erano andate staccando, elettoralmente, dal vecchio Pds, poi Ds, poi Pd, e di aggregare gli elettori del populismo 5Stelle. Un modo per dire venite da noi perché siete in crisi e noi da questa crisi vi salveremo. Una specie di Ulivo che doveva salvare il pentapartito sotto la guida dei cattocomunisti. Questo è una specie di ulivismo 2.0, escogitato per il salvataggio dell’elettorato in disgregazione di 5Stelle. E questo mentre si stava consumando la dissoluzione di un partito che non avendo una prospettiva politica, ma semplicemente una visione “alla giornata” della politica, non poteva misurarsi con due grandi esperienze…

Quali, senatore Formica?
Una è l’esperienza di Governo, che richiede atti lungimiranti, che guardino al futuro. E l’altro elemento importante è come schierarsi in uno stato di guerra. Il Movimento 5Stelle era già destinato alla disgregazione, perché non aveva retto una prova di Governo. Adesso è investito da una doppia disgregazione: l’incapacità di reggere ad una esperienza di Governo e di non poter reggere alla costruzione di una situazione di rovesciamento di una logica che è dettata dalla ferrea legge della guerra. Nella Seconda guerra mondiale non è che le forze politiche non fossero interessate a guardare, pensare, a cosa doveva succedere dopo la guerra. Il Manifesto di Ventotene o le settimane sociali che nel mondo cattolico organizzava il vescovo di Firenze, che poi dettero vita al Manifesto di Camaldoli, erano uno studio, una preparazione di origine dottrinaria ma anche di comportamenti e di azione, per il momento in cui sarebbe cessata la guerra. Non erano atti per far cessare la guerra. Nessuno, a Ventotene o a Camaldoli, mise in discussione che per realizzare quel patto bisognava fare la pace con Hitler. Oggi siamo di fronte all’incapacità di adottare, o anche solo comprendere, quelle esperienze che la lotta politica del ‘900 ha imposto, che ci hanno segnato, creando dentro di noi tutto ciò che in questi ultimi decenni è stato totalmente cancellato. E’ stata cancellata una cultura che nasceva da una esperienza drammaticamente vissuta. Un’esperienza che ci ha insegnato che le guerre vanno chiuse con i mezzi che la guerra impone. Le guerre non si chiudono mai senza un vincitore e senza un vinto. Bisogna prima vincere la guerra. Pensare già oggi a che cosa fare quando si sarà vinta la guerra è importante, decisivo, ma non è il comportamento attuale. Il comportamento del dopoguerra è dopo la fine della guerra, quando l’hai vinta.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.