Che cosa succede se per strada venite derubati del portafoglio? Lo shock per la scoperta della violazione della vostra proprietà (che è un po’ come il vostro corpo), poi una serie di seccature. Attese infinite in qualche stazione di polizia, per sentirvi quasi suggerire di non denunciare lo smarrimento, così loro non sono obbligati a svolgere indagini, che tanto finirebbero in niente. Del resto le statistiche parlano chiaro, il 98% dei furti rimane impunito.

A meno che. A meno che non siate un giudice del tribunale di Milano (o di qualsiasi altra città) e magari anche leader di una corrente di magistratura, magari anche di sinistra. Ecco allora che, quasi per magia, nel giro di pochi giorni il portafoglio viene ritrovato e restituito, perfino con i soldi all’interno. Sarà stata sicuramente fortuna. Ma a volte basta far girare un po’ la voce, usare qualche informatore come facevano una volta i bravi poliziotti. Solo che non lo fanno per tutti i cittadini, solo per qualcuno. Qualche anno fa è stata approvata in Italia una legge sul cosiddetto omicidio stradale, una normativa sbagliata e che ha prodotto pochi effetti. Nessuno sulla prevenzione, tanto che i gravi incidenti stradali non sono affatto diminuiti. Ma il risultato d’immagine è stato raggiunto, con annessa un po’ di gogna se ti capita di uccidere una persona mentre sei al volante e magari sei anche una persona conosciuta.

Vieni immediatamente sottoposto ai controlli sulla velocità, su assunzione di alcol o sostanze psicotrope e spesso arrestato. Molti finiscono in manette. A meno che. A meno che tu non sia figlio o parente di magistrato, allora vieni immediatamente abbracciato da una cintura protettiva, non vieni sottoposto a nessun controllo né fermo. Nessun giornale (o quasi) si occuperà del tuo caso, al massimo un trafiletto. E qualche tempo dopo potrai patteggiare nove mesi di carcere con la condizionale. Quando si dice la fortuna.

Se poi sei un importante esponente istituzionale, e vieni beccato in flagranza di reato mentre sembri quasi istigare un delinquente alla latitanza, ci si aspetterebbe nei tuoi confronti una sanzione immediata e severa. Sono passati quarant’anni, ma rimane indimenticabile il vero processo cui fu sottoposto nel 1980 in Parlamento Francesco Cossiga, presidente del Consiglio in carica che l’opposizione del Pci voleva rinviare all’Alta Corte. Colui che in seguito diventerà anche presidente della repubblica era sospettato sia in sede giudiziaria (procura della repubblica di Torino) che politica di aver rivelato, sulla base di notizie riservate, a Carlo Donat Cattin, vice segretario della Dc, che suo figlio Marco era un terrorista e forse ricercato. Lui negava, ma il processo politico condotto dal Pci e dal relatore Violante fu feroce. I suoi colleghi parlamentari, che pure alla fine lo salvarono a camere riunite con 507 voti assolutori contro 416, non gli risparmiarono nulla. Lui costretto a difendersi, ammettendo di aver incontrato il collega ma non di aver discusso con lui la posizione giudiziaria del figlio, gli altri a credere alle parole del “pentito” Sandalo che lo accusava di favoreggiamento nei confronti di un latitante.

Senza avere la pretesa di paragonare la figura di Cossiga a quella dell’ex procuratore generale di cassazione Riccardo Fuzio e scusandoci con Luca Palamara per l’accostamento della vicenda che lo riguarda alla storia di un terrorista, dobbiamo però rilevare come nulla di tragico abbia sfiorato la vita dell’alto magistrato in seguito a un fatto molto grave che lo ha visto protagonista. Mentre il trojan infilato nel cellulare di Palamara faceva il proprio dovere, Fuzio è stato beccato mentre lo informava sulle inchieste aperte nei suoi confronti dalla magistratura di Perugia. Un bel favoreggiamento, forse, oltre alla rivelazione di atti e segreto d’ufficio. E se l’ex presidente del sindacato dei magistrati avesse deciso di scappare come Marco Donat Cattin? Fuzio ha forse rischiato di passare, come quarant’anni fa Cossiga, i cinque giorni più infernali della sua vita, processato del tribunale dei giudici, il Csm?

Proprio no. Nessuno mi può giudicare, rimane sempre il principio favorito dai magistrati. Prima di tutto al procuratore Fuzio è stato consentita la pensione anticipata e la conseguente cancellazione di ogni azione disciplinare (converrebbe anche a Palamara, se fosse un po’ più anziano). Quanto all’azione giudiziaria, mentre per Palamara e gli altri indagati venivano chiesti i rinvii a giudizio, la posizione dell’alto magistrato è stata stralciata. E chissà se questo significa che si stia incamminando verso un binario morto.

Quello del prepensionamento ad hoc (due anni e mezzo di anticipo) si è rivelato una bella ciambella di salvataggio anche per un altro magistrato molto famoso, l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Finito per caso in intercettazioni a strascico che avevano colpito un suo interlocutore, era stato trasferito e degradato, diventando a Torino un semplice sostituto nella procura guidata da un suo ex collega, Armando Spataro. Una delle accuse che gli erano state rivolte riguardava un suo inspiegabile antico conflitto con Gabriele Albertini che, fin da quando era stato sindaco (il più amato e rimpianto, tanto che ancora oggi in molti gli ripropongono la candidatura) era stato preso di mira dal pm per un’infondata questione di “emendamenti in bianco”.

Quando, anni dopo, Albertini, ormai parlamentare europeo, si era esposto con dichiarazioni che non erano piaciute al magistrato, Robledo lo aveva denunciato sia in sede civile che penale, per calunnia aggravata. E poi aveva cercato in qualche modo di interferire nel procedimento sull’immunità aperto al parlamento europeo chiedendo informazioni all’avvocato della Lega, Aiello. Quello coinvolto nelle intercettazioni a strascico. E ancora, di fronte all’assoluzione di Albertini, aveva presentato ricorso alla corte d’appello di Brescia, la quale, essendo nel frattempo l’ex sindaco diventato senatore, aveva presentato alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra organi dello Stato.
Non ancora pago, il dottor Robledo aveva indossato le vesti dell’agitatore politico, insultando la Giunta per le immunità del Senato, accusandone i membri di voler “salvare la pelle” ad Albertini e di “sguazzare nei loro privilegi” e di attuare “voto di scambio”.

Di conseguenza portandosi a casa una bella denuncia per “vilipendio di corpo legislativo”. Ma nel frattempo Alfredo Robledo si è sottratto a qualunque giudizio, è andato in pensione e ha trovato lavoro come presidente in un’azienda per lo smaltimento dei rifiuto, la Sangalli, che in passato aveva anche avuto problemi giudiziari per fatti di corruzione. Ma che, aveva detto l’ex magistrato per giustificare la propria scelta professionale, aveva avuto la capacità di cambiare rotta.

Conclusione? Oggi la nuova vita di Alfredo Robledo dovrebbe essere al riparo da incursioni disciplinari o giudiziarie. Il Csm non si ricorda più di lui, ormai ex magistrato, Il suo processo per abuso d’ufficio a Brescia (conseguenza dei suoi scontri con il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati) sonnecchia, e quello di Roma per il vilipendio pare avere il rigor mortis. Mentre è ben vivace quello del conflitto di attribuzione che riguarda Gabriele Albertini. Come disse qualcuno, siamo tutti uguali ma qualcuno lo è un po’ più degli altri. Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu. Se sono un magistrato. O anche un ex.